A Davos ricomincia oggi il rito simbolo della globalizzazione: i potenti si riuniscono per discutere dei problemi che loro stessi producono. Il World Economic Forum apre l’edizione 2026 sotto il tema “A Spirit of Dialogue”, cinque giorni di panel, meeting, strette di mano e dichiarazioni che suonano sempre bene perché non costano nulla.
Il contesto però, quest’anno, è meno decorativo del solito: l’aria è tesa, la politica è nervosa, il mondo è più diseguale e più diffidente. E soprattutto, mentre a Davos si invoca il dialogo, Oxfam pubblica il suo rapporto annuale sulla disuguaglianza con una tesi semplice: il dialogo è diventato un bene di lusso.
Il dato che buca la retorica è brutale proprio perché è contabile. Oxfam stima che nel 2025 i miliardari nel mondo siano ormai circa 3.000 e che la loro ricchezza complessiva abbia raggiunto 18,3 trilioni di dollari, ai massimi storici. In un solo anno, secondo la stessa analisi, la ricchezza dei miliardari è cresciuta del 16%, un ritmo che Oxfam descrive come triplo rispetto alla media degli ultimi cinque anni.
E c’è il numero che fa da spartiacque narrativo: l’aumento del 2025, circa 2,5 trilioni di dollari, viene presentato come grandezza paragonabile alla ricchezza detenuta dalla metà più povera dell’umanità, circa 4,1 miliardi di persone. È il genere di proporzione che non chiede interpretazioni: chiede solo di essere guardata senza distogliere gli occhi.
Qui entra Davos, non come notizia separata ma come cornice inevitabile. Il WEF è, formalmente, la piattaforma “imparziale” dove leader politici, business e società civile si confrontano sui grandi problemi globali. Quest’anno l’organizzazione parla di 3.000 partecipanti e ammette esplicitamente che sul tavolo ci sono disuguaglianze, nazionalismo economico, fiducia in caduta, intelligenza artificiale e lavoro.
Donald Trump è atteso come protagonista, con una delegazione americana ampia e un’agenda che — a sentire molti osservatori — finisce sempre per ruotare intorno allo stesso asse: protezionismo, deregulation, vantaggio competitivo e, in sottofondo, la politica come arena transazionale.
Non serve esagerare: basta leggere il contesto e riconoscere un fatto elementare. Davos è il luogo dove si discute di come governare il mondo; Oxfam è il documento che spiega quanto quel governo sia già stato catturato.
Perché il punto del rapporto non è solo che i ricchi sono più ricchi. È che la ricchezza si converte in potere. Oxfam insiste su un passaggio decisivo: i super-ricchi non accumulano soltanto capitali, accumulano capacità di influenzare le regole che permettono quell’accumulo. La fotografia non è morale, è istituzionale: l’organizzazione arriva a stimare che un miliardario abbia una probabilità circa 4.000 volte superiore rispetto a un cittadino comune di ricoprire un incarico politico.
E, sempre secondo Oxfam, parte della trasformazione avviene anche tramite controllo del discorso pubblico: grandi gruppi mediatici con proprietari miliardari, una concentrazione che altera la competizione delle idee prima ancora della competizione elettorale. È qui che l’espressione “disuguaglianza politica” smette di essere sociologia e diventa cronaca.

Il WEF apre parlando di dialogo; Oxfam descrive un mondo in cui il dialogo è strutturalmente sbilanciato. Perché dialogare presuppone due cose: accesso e simmetria. Se l’accesso è filtrato dalla ricchezza e la simmetria è annullata dalla capacità di dettare l’agenda, il dialogo resta, ma cambia significato. Non è più confronto tra parti: è esposizione controllata di posizioni. È una democrazia messa in vetrina, con la security all’ingresso.
La cosa più istruttiva, in questo incastro, è che Davos non ha bisogno di essere “ipocrita” per funzionare. Può essere perfettamente coerente. Può ospitare panel sulla povertà mentre i numeri certificano la concentrazione della ricchezza, perché il suo ruolo non è risolvere: è rendere gestibile. Davos serve a far sembrare governabile un mondo che sta diventando oligarchico. Il rapporto Oxfam, invece, fa l’operazione opposta: smonta l’illusione della governabilità mostrando che la forbice non è un incidente del sistema, ma un prodotto.
E infatti le cifre su povertà e insicurezza alimentare nel rapporto servono a impedire la fuga nell’astrazione. Oxfam ricorda che una persona su quattro nel mondo non ha regolarmente abbastanza da mangiare e che quasi metà della popolazione vive in povertà; diversi resoconti collegati al dossier sottolineano che il tasso di riduzione della povertà globale è rimasto sostanzialmente invariato negli ultimi anni e che l’estrema povertà torna a crescere in Africa.
Nel linguaggio di Davos questa parte si chiama “sfida sociale”. Nel linguaggio della realtà si chiama rischio di morire per cause prevenibili mentre altrove si accumula ricchezza a velocità record.
Il punto politico, allora, non è soltanto “i ricchi cattivi”. Il punto è che un sistema con questa concentrazione tende a difendersi. Se l’elite economica aumenta la propria capacità di influenzare le regole fiscali, le politiche industriali, le norme antitrust e perfino le forme dell’informazione, si crea un circuito chiuso: più ricchezza produce più potere, più potere produce più ricchezza.
Oxfam, non a caso, parla di “rule of the rich”: non una classe che possiede, ma una classe che governa. Davos è il luogo perfetto per questa metamorfosi, perché è il posto in cui il potere si presenta come responsabilità e la ricchezza si presenta come competenza.
Qui la sintesi tra le due notizie diventa quasi automatica: Davos discute come ridurre le fratture; Oxfam misura quanto le fratture siano ormai un modello di business. Davos promette dialogo; Oxfam descrive il prezzo d’ingresso. Davos parla di fiducia; Oxfam mostra perché la fiducia crolla: non per un difetto morale delle masse, ma perché l’esperienza quotidiana dice che le regole valgono in modo diverso a seconda del conto in banca.
E la chiusura, se vogliamo restare “dritti al punto”, è questa: non siamo davanti a un contrasto tra idealismo e cinismo, ma tra narrazione e struttura. La narrazione dice “confronto globale”. La struttura dice “asimmetria globale”. Se oggi Davos apre con lo “spirito di dialogo” e contemporaneamente circola un rapporto che certifica un’accelerazione della concentrazione della ricchezza e della sua conversione in potere, allora il titolo vero non è “disuguaglianza”.
Il titolo vero è “proprietà”. Perché quando pochi possiedono una quota crescente del mondo, non possiedono soltanto soldi: possiedono margini di decisione. E a quel punto il dialogo resta possibile, certo. Ma assomiglia sempre di più a una conversazione in cui uno parla e l’altro, al massimo, può annuire.



