La Macedonia del Nord è il nuovo laboratorio di Erdogan

La nuova frontiera delle ambizioni geopolitiche turche non è più solo il Caucaso o il Mediterraneo orientale. È nel cuore dei Balcani, in un piccolo paese apparentemente marginale come la Macedonia del Nord, che si sta sperimentando un modello di influenza che unisce diplomazia militare, pressione economica e penetrazione sociale.

Ankara non si accontenta più di essere un partner commerciale. Vuole essere un garante militare, un protettore politico e un controllore strategico. E la Macedonia del Nord, fragile, divisa, economicamente esposta e diplomaticamente isolata dall’inerzia dell’Unione Europea, è diventata il bersaglio perfetto.

Obici, droni e consiglieri militari: la trappola è servita
Il 6 giugno 2025 la Macedonia del Nord ha ricevuto i primi obici leggeri Boran da 105 mm, prodotti in Turchia. È la prima volta che un paese europeo acquista questo sistema d’arma. Ma non è un caso isolato.

Negli ultimi tre anni, Skopje ha firmato una raffica di accordi con Ankara: droni tattici prodotti da Baykar, l’azienda guidata dal genero di Erdogan, visori notturni, sistemi di comunicazione, mezzi blindati, munizioni e persino supporto tattico diretto sotto forma di consiglieri militari turchi stazionati sul territorio macedone.

Non si tratta solo di commesse industriali. Il personale macedone si addestra ormai regolarmente in Turchia. Le esercitazioni congiunte sono diventate routine. Le forze armate macedoni stanno di fatto diventando una dependance operativa delle forze armate turche, con sistemi interamente compatibili e spesso forniti direttamente dal ministero della Difesa turco.

Dal ricatto NATO al controllo politico
Ma il controllo militare è solo l’ultimo capitolo. Già nel 2019, durante il processo di adesione della Macedonia del Nord alla NATO, Erdogan aveva mostrato chiaramente il volto della sua politica estera: Ankara bloccò la ratifica del protocollo di adesione nel parlamento turco finché il governo macedone non avesse accettato l’estradizione di quindici dissidenti legati al movimento di Gülen, oppositori interni del regime turco.

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Un ricatto in piena regola, utilizzando la leva geopolitica per ottenere concessioni sul piano interno, in totale disprezzo del diritto internazionale e dei principi di uno stato di diritto. Skopje resistette allora, ma oggi la pressione è tornata, più sottile, più articolata e potenzialmente più efficace.

Il turismo come cavallo di Troia
Non è solo una questione di eserciti e cannoni. Il 42% dei turisti stranieri in Macedonia del Nord oggi proviene dalla Turchia. Un dato che parla chiaro: i flussi turistici si trasformano in investimenti, in relazioni commerciali, in presenza permanente.

Dietro il turismo c’è il soft power. Alberghi, ristoranti, agenzie di viaggio, trasporti. Settori chiave dell’economia locale finiscono sotto influenza turca. E con essi, il potere di orientare le scelte politiche ed economiche di un paese che fatica a resistere a questa pressione.

L’ufficio di Aselsan a Skopje: la bandiera turca piantata nei Balcani
La recente apertura dell’ufficio balcanico di Aselsan, il colosso turco dell’elettronica militare, è il simbolo definitivo di questo processo. Non è un semplice ufficio commerciale. È una testa di ponte industriale e tecnologica destinata a restare.

Quando un paese affida la propria sicurezza, la propria difesa, i propri sistemi di comando e controllo alle mani di un altro, non è più uno stato pienamente sovrano. Diventa un satellite, una pedina nella scacchiera di qualcun altro.

Un’Europa assente e una NATO distratta
Nel vuoto lasciato dall’Unione Europea — incapace di sciogliere i nodi storici tra Skopje e Sofia e di offrire un vero percorso di integrazione — e con una NATO sempre più burocratica e autoreferenziale, Erdogan si muove con spregiudicatezza.

I Balcani tornano a essere la terra di nessuno, il laboratorio delle ambizioni dei potenti. La Turchia, con la sua strategia di commistione tra affari, armi e pressione politica, si candida a essere il nuovo padrone di questa regione dimenticata.

Erdogan non costruisce alleanze, costruisce dipendenze
Quello che sta accadendo in Macedonia del Nord è un segnale chiaro. Erdogan non è interessato ad alleanze paritarie. La sua strategia è costruire dipendenze strutturali, incatenare paesi fragili alla propria industria militare, ai propri flussi economici, alla propria influenza politica.

La Macedonia del Nord è il banco di prova. Ma il disegno è più ampio. I Balcani sono tornati al centro del gioco geopolitico. E chi oggi finge di non vedere, domani dovrà fare i conti con una Turchia sempre più assertiva, militarizzata, espansionista.

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