In una recente lettera indirizzata al ministro dell’Interno tedesco Alexander Dobrindt, il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty, ha espresso preoccupazioni per la condotta delle autorità tedesche nelle manifestazioni in difesa di Gaza, citando numerose violazioni della libertà d’espressione e del diritto di riunione pacifica.
Tra queste, dal febbraio 2025, si hanno “restrizioni sull’uso della lingua araba e dei simboli culturali durante le proteste, sorveglianza invasiva sia online che offline, controlli arbitrari della polizia, uso sproporzionato della violenza (anche su minori) e limitazione della libertà di parola in alcune università e istituzioni culturali”, con cittadini stranieri che rischiano la deportazione perché impegnati in attività a sostegno dei gazawi.
O’Flaherty definisce “preoccupanti”, poi, anche gli sforzi della polizia per impedire le commemorazioni del Giorno della Nakba, dedicato al ricordo dell’esodo forzato di oltre 700.000 palestinesi nel 1948.
DECODING ANTISEMITISM
Su questo sfondo si staglia il progetto “Decoding Antisemitism”, in via di sviluppo presso il Centro di Ricerca sull’Antisemitismo dell’Università Tecnica di Berlino e finalizzato – nelle intenzioni del linguista a capo della ricerca, Matthias J. Becker – al monitoraggio, alla rilevazione e alla segnalazione di presunti commenti antisemiti online, specialmente se effettuati da utenti etichettabili come “pro Palestina”, cioè attivi nella diffusione di notizie sul genocidio in corso a Gaza. Il sistema sarà attivo per analizzare i commenti in tedesco su siti di notizie, su Facebook e su YouTube.
Frutto di un lavoro iniziato nel 2019, Decoding Antisemitism ha sollevato diverse critiche tra avvocati, ricercatori, giornalisti e società civile non in ragione del suo scopo, bensì per il retroterra teorico su cui poggia e per il dataset con cui di conseguenza è stato addestrato il programma a riconoscere potenziali commenti antisemiti.
“Sono preoccupato per i segnali che indicano che la definizione di antisemitismo adottata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) viene interpretata da alcune autorità tedesche in modo tale da equiparare qualsiasi critica a Israele all’antisemitismo“, ha scritto O’Flaherty nella lettera a Dobrindt, dando concretezza al clima censorio che aleggia da quelle parti.
Clima che sarebbe nato – secondo Daniel G.B. Weissmann, ricercatore in Comunicazione politica – a metà Anni ’80 con la c.d. teoria della “Deviazione della comunicazione” dei sociologi Werner Bergmann e Rainer Erb, i quali si chiesero dove fosse finito tutto l’antisemitismo diffuso e istituzionalizzato durante il nazismo dopo lo smantellamento del Terzo Reich. In soldoni: a livello istituzionale, l’antisemitismo fu fatto “sparire” dal giorno alla notte; a livello quotidiano e culturale, divenne un tabù e una questione penale.
La giusta domanda di Bergmann ed Erb, però, non fu negli anni mai approfondita e sottoposta a verifica empirica, finendo per essere accettata acriticamente dall’accademia tedesca e generalizzata come preoccupazione costante. Oggi, su dichiarazione dello stesso ideatore Becker, costituisce il fondamento teorico di Decoding Antisemitism.
UN DATASET CONTROVERSO
Di qui, tutti i problemi che derivano nella costruzione di un dataset viziato almeno in parte da alcuni bias. Pur dichiarando di focalizzarsi sull’antisemitismo più tradizionale, Decoding Antisemitism è in realtà tarato per rilevare le forme del c.d. “nuovo antisemitismo” legato alle critiche verso Israele. Dei 103.000 commenti raccolti online per addestrare l’algoritmo, infatti, solo il 30% riguarda attacchi di matrice antisemita coperti dai media, mentre il restante 70% si riferisce alla situazione israelo-palestinese.
Tra le etichette che organizzano la mole di commenti incriminati/incriminabili, si hanno: analogie con fascismo, nazismo, apartheid e colonialismo; accusare Israele di terrorismo o razzismo; fare riferimento al movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni); negare il diritto di Israele ad esistere; accusare Israele di genocidio (e qui sarebbe antisemita persino la presidente di IAGS, l’Associazione internazionale degli studiosi di genocidio, Melanie O’Brien).
I dati sono stati pubblicati solo in parte, rifiutando le richieste di accesso avanzate da alcuni ricercatori con la motivazione: “il valore finanziario del dataset è divenuto un fattore da considerare”. Nel frattempo, Becker ha parlato di un interesse da parte delle piattaforme social, in uno scenario in cui però aziende come Meta sono state già accusate di limitare fortemente la circolazione dei contenuti sulla Palestina dopo il 7 ottobre 2023.

“GUIDA PER IDENTIFICARE L’ANTISEMITISMO ONLINE”
A novembre u.s. è stata pubblicata dai fautori del progetto una “Guida per identificare l’antisemitismo online”, che in 500 pagine fornisce esempi di commenti antisemiti espliciti o impliciti e li riscrive in maniera neutrale. Sarebbe antisemita dire “Ti opponi all’antisemitismo e all’olocausto, ma non contro le uccisioni di palestinesi innocenti. Sei una persona dai doppi standard e una vergogna!”, mentre non lo sarebbe dire
“Studiare l’Olocausto dovrebbe essere un avvertimento contro tutte le forme di oppressione e ingiustizia, sia in Medio Oriente che in altri conflitti”.
Controintuitivo, visto che entrambi i commenti richiedono coerenza e rispetto delle lezioni apprese dal passato.
Implicitamente antisemiti sarebbero anche i commenti “Quanti razzi ha sparato Israele su bambini innocenti?” e “Gli israeliani uccidono deliberatamente bambini mentre ballano. Come potete fare questo?”, poiché equivarrebbero al ritorno dell’accusa del sangue, paranoia (realmente) antisemita che nei secoli ha visto gli ebrei accusati di commettere omicidi rituali di bambini cristiani.
Per non essere antisemiti, quindi, bisognerebbe chiudere non uno, ma entrambi gli occhi davanti ai video di soldati dell’esercito israeliano intenti a rendere contenuti per TikTok i loro bombardamenti, o piuttosto parlare di “danni collaterali” per indicare i quasi 20mila bambini uccisi a Gaza dal 7 ottobre 2023 e gli oltre 40mila mutilati. Anzi, meglio non indicare il soggetto: la formulazione corretta presentata nella guida è quella passiva e sostituisce il verbo “uccidere” con “morire”; quindi
“Nove bambini sono morti a Gaza il mese scorso a causa di attacchi aerei”
Secondo gli autori, questo aiuterebbe a ridurre il “livello di intensità emotiva” che l’accaduto potrebbe suscitare.
“IL LORO GRIDO È LA MIA VOCE”
Se nell’era del flusso ininterrotto di contenuti, che ci abitua, fino ad anestetizzarci o a costringerci all’evitamento, alle immagini di morte e distruzione di innocenti, risuona in noi ancora qualche emozione, forse un barlume di speranza c’è. Dal Brasile alla Germania, passando per gli USA, il Regno Unito, l’Europa e l’Italia, criminalizzare il dissenso non può mai essere un’opzione. Farlo con una caccia all’opinione tramite IA, poi, ha un inevitabile sapore distopico, che getta sconforto in ogni cittadino libero.
Decoding Antisemitism ammutolisce la sofferenza dei palestinesi, che nella coltre di invisibilità imposta da Israele su di loro col taglio dell’accesso ad Internet e con oltre 200 giornalisti deliberatamente ammazzati in 20 mesi (mai così tanti nella Storia), non possono raccontarsi e, si vorrebbe, nemmeno rivivere nelle parole di chi denuncia qui quelle atrocità apparentemente così lontane.
Muoiono palestinesi a Gaza, così come muore l’eco della loro voce qui da noi. Muoiono una seconda volta i 6 milioni di ebrei vittime della Shoah, la cui memoria viene costantemente oltraggiata dalla strumentalizzazione della propaganda israeliana e occidentale per difendere i crimini in atto contro i palestinesi.
Tenendo sempre gli occhi bene aperti su possibili rigurgiti dell’antisemitismo, il rischio oggi è quello di creare confusione su una parola che richiama una pagina di storia orrorosa, che va custodita e protetta perché sia ancora e sempre insegnamento, testimonianza e grido di quel “mai più” che oggi viene invece vilipeso.
Se “i genocidi cominciano con le parole”, come ha scritto il prof. Tomaso Montanari, censurare quelle di chi dà voce ai palestinesi è già una chiara scelta politica.
Il 25/04/2024, Haidar al-Ghazali, poeta ventenne di Gaza, ha scritto:
“Oggi il mondo mostra una certa giustizia,
una certa umanità,
il loro grido è la mia voce
e il loro sangue è il mio
bolle come la mano di una bambina amputata sulla terra.
Siamo un buon mondo,
governato da demoni bianchi
Perché non diventiamo un solo mondo?
Perché non cresciamo insieme?”
(from: Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, a cura di A. Bocchinfuso, M. Soldaini, L. Tosti, Roma, Fazi Editore, 2025)


