Decreto Sicurezza: una legge contro i poveri e il dissenso

Leggere il Decreto-Legge 11 aprile 2025, n. 48 è un esercizio che dovrebbe spettare non solo ai giuristi, ma anche ai sociologi, agli insegnanti, ai giornalisti, ai lavoratori sociali. Perché si tratta di un testo normativo che, più di altri, mostra cosa accade quando la sicurezza viene piegata alle esigenze della propaganda e della repressione.

La legge, pur formalmente scritta nel rispetto delle regole procedurali, finisce per produrre un effetto materiale chiarissimo: punire i poveri, silenziare il dissenso e irrigidire l’ordine sociale. La domanda da porsi non è se ci siano buone intenzioni dichiarate (come il contrasto alla criminalità organizzata o la protezione delle forze dell’ordine), ma chi ne pagherà le conseguenze nella realtà dei fatti.

E la risposta è netta: chi sta in fondo alla scala sociale, chi occupa una casa perché vive per strada, chi protesta perché non ha più diritti da far valere, chi sopravvive ai margini dell’economia, chi cerca di ricostruirsi una vita dopo averla perduta.

Una legge fatta per colpire chi non ha alternative
Il primo segnale arriva dal nuovo reato di “occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui”. Il nome suona ragionevole, ma basta leggere le righe seguenti per accorgersi che non si parla solo di chi ruba la casa a un altro disgraziato o invade un’abitazione privata: si parla anche di immobili pubblici inutilizzati, case sfitte, interi edifici abbandonati o sequestrati e mai riassegnati.

Per chi è senza fissa dimora, per chi ha perso il lavoro e non può più permettersi un affitto, per chi sopravvive con un sussidio e trova chiuse le graduatorie per l’edilizia popolare, l’occupazione è spesso l’ultima opzione.

Ma ora questa scelta disperata verrà trattata come un reato punibile con anni di carcere. Non solo: la legge prevede che la polizia possa sloggiare gli occupanti senza passare da un giudice, annullando ogni garanzia di mediazione o tutela. È la fotografia di un diritto alla casa che diventa una minaccia alla pubblica sicurezza.

Dissenso sotto sorveglianza
Chi protesta contro queste ingiustizie — studenti, sindacati, movimenti per il diritto alla casa — verrà sorvegliato e schedato. La legge introduce infatti nuove misure che trasformano in reato penale anche i blocchi stradali pacifici, i presìdi simbolici, le manifestazioni che rallentano il traffico.

Peggio ancora, il questore potrà vietare l’accesso a stazioni, aeroporti o infrastrutture a persone solo denunciate, anche senza alcuna condanna. È una misura preventiva che colpisce il diritto costituzionale a manifestare liberamente, lasciando alla discrezionalità della polizia il potere di decidere chi può o non può circolare liberamente. Un dissenso considerato “disturbante” o “radicale” rischia così di essere neutralizzato prima ancora che si esprima.

La povertà trattata come una colpa
Non c’è bisogno di essere accademici per accorgersi che in questo decreto la povertà non è mai vista come un problema sociale da affrontare, ma come un disturbo da eliminare. Chi mendica rischia pene più gravi. Chi coinvolge minori nel chiedere l’elemosina (anche senza costrizione) potrà essere punito con anni di carcere.

Non si parla di reti criminali che sfruttano i bambini, ma anche di famiglie che, senza alternative, si muovono per le strade. Invece di attivare percorsi sociali, servizi, educazione, si sceglie la repressione e il carcere come unica risposta al disagio. È un modo subdolo per rendere invisibile chi già vive nell’invisibilità.

Cittadinanza condizionata, diritti revocabili
La cittadinanza italiana, in questo decreto, diventa un diritto revocabile. Se una persona con doppia cittadinanza viene condannata per terrorismo, può perdere la cittadinanza italiana, anche se vive qui da decenni. È un principio pericoloso, perché introduce l’idea che non tutti i cittadini sono uguali. Alcuni sono espellibili. Alcuni appartengono meno degli altri. Un segnale grave per la tenuta della coesione democratica, specialmente in un’epoca in cui i processi migratori sono già al centro di tensioni politiche e discriminazioni.

Il colpo alla filiera legale della canapa: una misura ideologica che distrugge lavoro e legalità
Tra le norme più controverse del Decreto Sicurezza 2025 c’è quella che vieta la coltivazione e la vendita delle infiorescenze di canapa, anche quando il contenuto di THC è inferiore allo 0,2%. Si tratta di un colpo diretto a una filiera agricola e commerciale completamente legale, riconosciuta dalla legge italiana (n. 242/2016) e compatibile con le normative europee, che ne vietano l’equiparazione alle sostanze stupefacenti se priva di effetti psicotropi.

Colpire la cosiddetta “cannabis light” non significa fermare il traffico di droga, ma distruggere un intero settore fatto di microimprese e rivenditori che hanno investito in una coltura sostenibile, utile anche per il recupero dei suoli. Una scelta che uccide oltre 3mila aziende e cancella 40mila posti di lavoro, secondo le stime delle associazioni di categoria.

È una misura priva di evidenze scientifiche: il cannabidiolo (CBD), principio attivo non psicoattivo contenuto nella canapa, non ha effetti stupefacenti, e lo ha confermato anche la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, stabilendo che il CBD non può essere vietato se estratto da piante di canapa regolarmente coltivate.

Il risultato? Si favorisce il mercato nero, si cancellano percorsi virtuosi di inclusione lavorativa, si spinge verso l’illegalità ciò che era stato portato alla luce del sole. Non si colpisce lo spaccio organizzato, ma l’unico segmento del mondo della canapa che era trasparente, tracciato, tassato e regolamentato.

Una maternità senza protezione
Infine, uno degli articoli più inquietanti del decreto riguarda la detenzione delle donne incinte o con figli piccoli. Viene cancellato il differimento automatico della pena, una misura che serviva a evitare che i bambini crescessero in carcere. Ora anche una madre con un neonato potrà finire in cella, purché in “custodia attenuata”. Una norma che ignora decenni di studi sui danni psicologici ai minori detenuti e colpisce, ancora una volta, le donne più povere e più fragili, spesso vittime di marginalità e abbandono.

Perché questa legge è anticostituzionale
Questo impianto repressivo viola almeno quattro principi fondamentali della Costituzione italiana:

Art. 3 – Uguaglianza sostanziale
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale. Questa legge, al contrario, colpisce solo chi è ai margini, rafforzando le diseguaglianze invece di rimuoverle.

Art. 16 – Libertà di circolazione
Le misure amministrative preventive del questore limitano la libertà di movimento senza una condanna, violando la presunzione di innocenza.

Art. 17 – Diritto di manifestare pacificamente
Punire manifestazioni, blocchi stradali o presìdi viola la libertà di espressione e di protesta, anche se non si tratta di violenze o danneggiamenti.

Art. 27 – Finalità rieducativa della pena
L’inasprimento delle pene per mendicanti, occupanti o piccoli trasgressori non ha alcuna finalità rieducativa, ma solo repressiva e simbolica.

L’illusione dell’ordine
Il Decreto-Legge 48 del 2025 non protegge la sicurezza pubblica: costruisce un ordine apparente, fondato sulla paura del povero e sulla cancellazione del conflitto sociale. Ma la sicurezza, in una democrazia, si costruisce con giustizia sociale, case, lavoro, ascolto, istruzione, servizi pubblici funzionanti. Non con più carcere, meno libertà, più manganelli e meno tutele. Questa legge non è solo sbagliata nei contenuti: è pericolosa nello spirito, perché ridisegna la cittadinanza come privilegio per chi obbedisce e condanna all’invisibilità chi dissente o sopravvive. È tempo di dirlo chiaramente: questa non è una legge per la sicurezza. È una legge contro i poveri.