La Convention democratica di Chicago ripeterà l’errore di 56 anni fa?

Associazione a delinquere, istigazione alla sommossa e altri reati relativi agli scontri tra manifestanti e polizia avvenuti a Chicago durante la Convention del Partito Democratico del 1968. Di questo furono chiamati a rispondere da settembre ’69 a febbraio ’70 i Chicago Seven, i sette di Chicago. Che in realtà erano otto.

Sì, perchè oltre a Abbie Hoffman, Jerry Rubin, David Dellinger, Tom Hayden, Rennie Davis, John Froines e Lee Weiner, con loro era stato in un primo momento accusato anche Bobby Seale, leader delle Pantere Nere. Durante le prime udienze Seale fu imbavagliato e incatenato a una sedia in aula per aver protestato contro il giudice Julius Hoffman. Per dare l’idea del clima.

Quello che qui c’interessa non è tanto che fosse un processo farsa contro le controculture Usa. In ogni caso furono poi assolti. Il punto focale è dato dagli scontri avvenuti durante la Convention del Partito Democratico che in quel ’68, ucciso Bob Kennedy, incoronò l’incolore Hubert Humphrey come sfidante di Richard Nixon alla corsa per la Casa Bianca. Com’è andata a finire lo sappiamo.

Era in corso la guerra del Vietnam e le istanze pacifiste, anche le più radicali, trovavano molto spazio nel partito Democratico. Eugene McCarthy, che godeva di un amplissimo sostegno, tentò di farsi nominare per la sfida alla presidenza.

Humphrey era il vice di Lyndon Johnson, considerato uno dei principali artefici del disastro in Vietnam, mentre McCarthy si era fatto da parte soltanto quando Bob Kennedy, molto meno radicale di lui, aveva annunciato la sua candidatura. Eliminato Kennedy, McCarthy si fece avanti di nuovo.

La Convention democratica del ’68 si svolse nell’incertezza sull’esito finale. Più esattamente nel caos e tra le botte. Vennero picchiati, fuori e dentro la Convention, da poliziotti e guardie private, attivisti del movimento contro la guerra e giornalisti che capitavano a tiro.

Oggi, come allora, seppur non direttamente impegnando l’esercito Usa, ci sono, tra tante, due guerre che catalizzano l’attenzione mondiale, quella in Medio Oriente e quella in Ucraina. E oggi, come ieri, il partito Democratico ha dovuto cambiare cavallo in corsa.

A differenza del ’68 Kamala Harris è già certa che i delegati di Biden si esprimeranno in suo favore. Ma il problema è che in una situazione internazionale così difficile possa ripetere gli sbagli che distrussero il partito democratico 56 anni fa.

L’operazione compiuta dai Democratici di allora fu elementare. Non semplice da realizzare ma elementare: eliminare la sinistra interna. Cogliere al volo i temi che comportava il pacifismo, primo tra tutti la giustizia sociale, incompatibile con il liberismo a stelle e strisce, e bastonarli energicamente per mostrare che il partito democratico era il partito dell’establishment.

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Non solo i democratici persero le elezioni del 68. Persero quelle del ’72, vinsero per caso nel ’76, persero nell’80, nell’84, e nell’88. Nixon prima e Reagan dopo, mentre in Europa si aggirava la Tatcher, furono la chiave di volta dell’eliminazione del diritto al dissenso sul capitalismo.

Lentamente le istanze di pace e giustizia sociale scomparvero anche dalle agende più moderate. In Europa con qualche anno di ritardo, ma il fronte era chiaro. Il partiuto democratico nel ’68 non si limitò a isolare pacifisti ed egalitaristi come persone e movimenti, ma arrivò a criminalizzare gli ideali di libertà e uguaglianza che li caratterizzavano.

Le elezioni del 2016, perse da Hillary Clinton contro Trump, riproposero lo stesso refrain. Clinton era l’emblema di Wall Street e delle “elite” tanto odiate nel mondo. Joe Biden vinse nel 2020 più perchè ormai si era rivelata la natura di Trump che per meriti propri.

C’è da dire però che Biden, nonostante un inquietante silenzio della stampa, è stato, nell’ambito degli Usa, un presidente di sinistra. Ha affrontato con serietà il dopo covid, ha rivisto per intero il sistema statale di fondi per i non abbienti, ha incoraggiato le lotte per le paghe minime e si è schierato con i lavoratori dove a questi veniva impedito di formare sindacati. Ed è il primo presidente Usa che non assicura appoggio incondizionato a Israele.

Anche per questo la sinistra di oggi del Partito Democratico, da Sanders a Ocasio-Cortez, era contraria alla sua sostituzione in corsa con Kamala Harris, fin qui, almeno come vicepresidente, piuttosto incolore e priva di contenuti autonomi.

Il timore della sinistra democratica è che, in modo lieve e gentile, anestetizzato, si ripeta quanto è accaduto a Chicago nel 68 nel 2024. Ovvero che con un Trump in difficoltà giudiziaria e amministrativa, i democratici desiderano presentarsi come il volto solido dell’establishment, la colla della confederazione.

Il calcolo di chi detiene le azioni di maggioranza del partito democratico è che, dopo l’assalto a Capitol Hill del gennaio 2021, il buon cittadino Usa sceglierà comunque le istituzioni e chi le difende. Ovvero gli stessi che lo affamano con salari da fame.

Al contrario il regno di Biden aveva riportato i temi sociali al centro dell’azione di governo, con notevoli risultati anche in economia, fronteggiando l’inflazione, e ponendo un argine alla dittatura dell’economia digitale della Sylicon Valley, non a caso oggi schierata per Trump.

Questa è quindi la scelta in mano ai congressisti. Scontata la nomina di Kamala Harris, la partita che si gioca nell’Illinois in questi giorni riguarda la composizione interna del partito democratico, pesi e contrappesi nell’equilibrio tra componente sociale e componente burocratica.

La storia non insegna, ormai è certo, ma se la componente burocratica, la vera base reale di Harris, prevarrà senza fare prigionieri, occuperà tutte le pedine del potere interno, il rischio, e non solo degli Usa, è di dover fare tra pochi anni i conti con qualcosa molto più brutto di Trump.