Usa: la Guardia Nazionale, da difesa dei diritti a repressione

Negli anni Cinquanta e Sessanta, la Guardia Nazionale fu uno strumento – talvolta controverso, ma chiaramente progressista – per forzare la mano a governi statali segregazionisti e garantire l’accesso dei cittadini afroamericani al voto, all’istruzione, alla cittadinanza piena. Oggi, la sua presenza nelle strade di Los Angeles per reprimere le proteste civili sul tema dell’immigrazione rappresenta una torsione storica e morale difficilmente ignorabile: da garante dei diritti, a simbolo della loro soppressione.

Da Little Rock a Selma: quando i soldati proteggevano i diritti
Nel 1957, nove studenti afroamericani cercarono di entrare nella Central High School di Little Rock, Arkansas. A impedirlo fu il governatore Orval Faubus, che mobilitò la Guardia Nazionale statale per bloccarli. Il presidente Dwight D. Eisenhower rispose federalizzando quelle stesse forze, ordinando loro di accompagnare gli studenti tra i corridoi della scuola. Era una decisione storica: per la prima volta dalla Ricostruzione, un presidente usava l’esercito contro la volontà di uno Stato del Sud per garantire l’integrazione razziale.

Il copione si ripeté nel 1962 e nel 1963, quando John F. Kennedy inviò truppe federali per permettere l’iscrizione di studenti neri nelle università segregate del Mississippi e dell’Alabama. E ancora nel 1965, durante le marce da Selma a Montgomery, fu Lyndon B. Johnson a ordinare la protezione dei manifestanti, molti dei quali brutalmente aggrediti dalla polizia locale e dai suprematisti.

In tutti questi casi, l’uso della forza pubblica serviva a piegare l’autorità locale per difendere i diritti costituzionali di cittadini discriminati. L’immagine della Guardia Nazionale non era esente da ambiguità, ma si muoveva dentro una cornice di avanzamento democratico.

By U.S. Northern Command – https://x.com/USNorthernCmd/status/1932486627060035616/photo/1, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=167363221

2025: il volto rovesciato della forza
Oggi lo scenario si è capovolto. A Los Angeles, la Guardia Nazionale è stata inviata dal governo federale senza il consenso delle autorità locali, per controllare le proteste contro le nuove operazioni di arresto e deportazione dei migranti. Circa 4.000 militari sono stati schierati, insieme a 700 marines, in quartieri a forte presenza latina e asiatica. Le manifestazioni, in gran parte pacifiche, chiedevano il rispetto dei diritti umani, la fine dei raid notturni e un sistema di regolarizzazione per chi vive, lavora e contribuisce da anni negli Stati Uniti.

Eppure, la risposta è stata muscolare: arresti di massa, uso di proiettili di gomma, droni di sorveglianza, perquisizioni arbitrarie. Il presidente ha parlato di “ordine e sicurezza”, ma per molti cittadini e osservatori internazionali, si è trattato dell’ennesimo atto di repressione, alimentato da un linguaggio politico tossico che dipinge i migranti come nemici interni.

Una mutazione culturale profonda
Ciò che colpisce non è solo l’uso eccessivo della forza, ma la trasformazione del suo significato. In passato, la Guardia Nazionale rompeva lo status quo razzista per favorire l’integrazione. Oggi, lo difende. Se un tempo agiva contro i governatori che negavano l’uguaglianza, oggi si impone ai governatori che vogliono proteggere le minoranze. Il meccanismo è lo stesso – la supremazia del governo federale – ma la direzione è invertita: non più emancipare, ma contenere; non più difendere diritti civili, ma reprimerli.

Questa mutazione riflette un cambiamento più ampio nella cultura istituzionale americana. L’identità nazionale, costruita per decenni attorno alla lotta per l’uguaglianza, viene progressivamente ridefinita in chiave securitaria. Il cittadino non è più il soggetto da proteggere, ma il sospetto da controllare. La sicurezza smette di essere un mezzo per garantire la libertà, e diventa un fine che la limita.

La memoria come bussola morale
Ricordare l’uso storico della Guardia Nazionale non è un esercizio nostalgico. È un atto politico necessario. Serve a misurare la distanza tra ciò che gli strumenti dello Stato potrebbero fare – garantire diritti, rimuovere ostacoli – e ciò che stanno facendo. In un’epoca di polarizzazione e di abuso della forza, serve più che mai una bussola morale. E questa bussola passa per la memoria: per non confondere chi marcia per l’uguaglianza con chi marcia contro di essa.

By U.S. Northern Command – https://x.com/USNorthernCmd/status/1932256787626860604, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=167354134