Quello che sta accadendo a Chicago, alla Convention del partito Democratico è molto semplice: l’apparato dei vecchi boss si è ripreso il partito. E’ lo stesso errore della convention di Chicago del ’68, quando isolando l’ala sinistra del partito, quella contro la guerra e per la giustizia sociale, per dimostrare che non erano contro il sistema regalarono, gli Usa a Nixon. Oggi stanno per fare lo stesso regalo a un Donald Trump, la cui campagna elettorale si basa sulla connessione profonda proprio con chi detesta il sistema.
Intanto i sondaggi, per ammissione degli stessi strateghi di Kamala Harris, sono drogati. La rimonta paventata nei cuori degli americani della democrazia di Wall Street contro il fascismo del Maga (Make America Great Again, l’estrema destra Usa) non c’è.
“L’operazione Harris”, decisa a tavolino, serve a restituire il controllo delle operazioni alla corrente “dorotea” del partito democratico, quella che della giustizia sociale, sulla quale Joe Biden ha fatto molti più passi avanti dei suoi predecessori, compreso l’incompiuto Obama.
Michael Moore, Bob Woodward, Bernie Sanders, avevano avvertito nel 2016 di quanto stava accadendo, di quanto fosse probabile la vittoria di Trump oltre ogni ragionevole dubbio. Per un motivo preciso: perchè non seguivano gli avvenimenti dalla scrivania ma andavano su e giù per gli Stati Uniti e parlavano con la gente.
A loro era evidente ciò che a Hillary Clinton e ai maggiorenti del partito democratico sfuggiva: della democrazia importa poco quando sei escluso da tutto.

Joe Biden è stato un presidente socialdemocratico, per quanto si possa esserlo negli Usa. Ha avviato la ricostruzione post covid partendo dalla redistribuzione del reddito. Quello assistenziale per cominciare, modificando il sistema di sussidi, che prima era basato sulla diminuzione delle tasse, escludendo quindi chi non le pagava perchè non aveva lavoro, in modo che ai meno abbienti fossero erogati soldi e servizi direttamente. Questo ha tagliato fuori una grande fetta di funzionari della pubblica amministrazione, dell’apparato burocratico federale, creando ulteriore malcontento nel sistema. E’ intervenuto sui salari minimi, per aumentarli.
E’ stato inflessibile sul diritto ad avere un sindacato per i lavoratori degli stabilimenti Amazon e del resto dell’hustle economy. Ha tentato di porre un argine allo strapotere della tecnologia burocratica e di controllo delle Major del digitale, che infatti oggi sponsorizzano Trump. E in politica estera, mentre Obama era rimasto ostaggio dell’apparato, ha posto per la prima volta uno stop all’aiuto incondizionato a Israele, ha ripreso i rapporti commerciali con l’Unione Europea troncati da Trump, ha reinserito gli Usa negli accordi internazionali sul clima.
Joe Biden con i suoi 50 anni di vita politica ha potuto ascoltare con un solo orecchio le “proposte che non puoi rifiutare” dell’apparato del partito democratico e di quello amministrativo della confederazione. Kamala Harris è malleabile, non esiste senza il partito democratico, la sua vicepresidentza con Biden è stata frutto di una contrattazione già nel 2020 con le correnti burocratiche del partito.
La prudenza di Alexandra Ocasio-Cortez, la sinistra interna ai democratici, nel suo intervento dal palco della Convention democratica in corso è la chiave della candidatura di Harris. Anzichè intervenire agitando la bandiera palestinese, che le avrebbe assicurato l’effimero applauso degli esterni alla Convention democratica, Ocasio-Cortez ha puntato sul lavoro, sullo stato sociale e sull’arroganza del capitalismo contro i poveri. Ha parlato al partito non al Paese, una scelta strategica che significa contarsi dentro il partito democratico per capire il peso delle forze in campo.
Prevarrà, già ha prevalso, il fronte wallstreet-establisment-apparato militare. Ovvero il nemico giurato dei repubblicani, il carburante per la campagna di Donald Trump. L’intervento di Hillary Clinton in questo è stato molto chiaro, riproponendo gli Usa “perbene”, quelli lealisti verso i “poteri forti” agli Usa della “gente”, ciò che le fece perdere la Casa Bianca nel 2016.
Come detto sono gli stessi sondaggisti democratici a ritenere falsi i sondaggi che danno Harris vincente, così, di colpo, senza senso, negli stati dove Biden era indietro di tre o quattro punti in percentuale su Trump. Harris rischia di essere un gigante di cartapesta, abile nei confronti diretti, aggressiva come non era Biden verso Trump, ma con poche cartucce da sparare sui problemi reali dei cittadini, riproponendo la dicotomia del 2016 su una Clinton data per sicura vincente e l’outsider “del popolo”Trump, schifato dai media ma non dall’immenso mondo rurale che se ne infischia allegramente della democrazia e dei pesticidi.
L’esito delle elezioni Usa 2024 non dipenderà dai giornali che contribuiscono alla diffusione del mito Harris. Dipende da quei milioni di cittadini con un piede nella povertà, la vecchia classe media insediata dall’intelligenza artificiale, privi di un orizzonte occupazionale che guardi oltre i prossimi quattro anni, in bilico tra una misera stanza senza cucina e il marciapiede dei senzatetto. Una parte della nazione che i media Usa trattano con sufficienza. Così come hanno fatto quattro anni fa con Donald Trump. Ma la democrazia è una questione che diventa fondamentale solo dopo aver pranzato.



