Il Kenya pagherà quasi duemila vittime delle violenze di Stato durante le proteste. Quindici milioni di dollari, e una parola: guarigione. Ma una ferita non guarisce se la mano che l’ha inferta continua a stringere il coltello.
Lunedì, a Nairobi, il presidente William Ruto ha ricevuto il rapporto della Commissione nazionale per i diritti umani e annunciato un programma di riparazioni: circa duemila vittime di uccisioni extragiudiziali, torture, sparizioni e violenze commesse dalle forze dell’ordine tra il 2017 e il 2025.
Lo Stato stanzia due miliardi di scellini — circa quindici milioni di dollari, fino a 2,5 milioni di scellini, meno di ventimila dollari, per ciascun morto. Ruto ha tenuto a precisare due cose: non è “il prezzo della vita”, e non è un’ammissione di colpa. “Una nazione guarisce curando le proprie ferite, non fingendo che non esistano”, ha detto.
È una frase che vale la pena prendere sul serio, perché dice esattamente il contrario di ciò che descrive. Per accorgersene basta porsi la domanda che il vocabolario della “guarigione” è costruito per farci saltare: perché quelle persone erano in piazza.
Non protestavano per astrazioni. Nel 2024 il governo proponeva di aumentare le tasse di 346 miliardi di scellini — 2,6 miliardi di dollari — alzando il prezzo del pane, dello zucchero, del carburante. In un paese dove circa il quaranta per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà, oltre venti milioni di persone che non riescono a coprire i bisogni essenziali, e dove la disoccupazione giovanile sfiora i due terzi.
Quei rincari erano una richiesta di gettito, e quel gettito aveva una destinazione precisa: il debito. Il Kenya consacra circa metà del proprio bilancio, e quasi il sessanta per cento delle entrate fiscali, a ripagare un debito che supera i novanta miliardi di dollari — la voce di spesa più grande, davanti a sanità e istruzione.

Le manovre che hanno mandato i ragazzi in strada erano in buona parte condizioni di programmi del Fondo monetario internazionale: la “dolorosa via di aggiustamento” che a Washington si chiama consolidamento fiscale e a Nairobi si chiama pane più caro.
Ecco allora la sequenza, spogliata della retorica. Lo Stato tassa i poveri per pagare i creditori esteri. I poveri scendono in strada. La polizia spara: almeno trentanove morti nel 2024, sessantacinque l’anno seguente, centinaia di feriti, migliaia di arresti.
E ora lo Stato versa ai sopravvissuti meno di ventimila dollari a vittima e lo chiama riconciliazione — avendo cura di non ammettere alcuna colpa, perché ammetterla aprirebbe la porta ai tribunali. È un’unica macchina che produce la fame, lo sparo e l’indennizzo, e che con l’ultimo gesto si ricompra a saldo la propria violenza, lasciando intatto il meccanismo che la genera.
La “guarigione” non tocca la causa: la amministra.
Che poi la causa stia anche più in alto, lo dice un episodio di queste stesse settimane. Mentre annunciava le riparazioni, il governo trattava con Washington l’apertura, su una base aerea a Nanyuki, di un centro di quarantena per cittadini statunitensi esposti all’Ebola — americani che l’amministrazione Trump si rifiuta di far rientrare in patria (“non permetteremo che un solo caso entri negli Stati Uniti”, ha detto il segretario di Stato), da scaricare su un paese che di Ebola non ha un solo caso e il cui sistema sanitario è fragile.
In cambio, Washington promette 13,5 milioni di dollari per la “preparazione” keniota: quasi esattamente la cifra che Ruto distribuisce ai propri morti. Anche lì la polizia ha sparato sui manifestanti — due uccisi il primo giorno. Il rischio dei potenti scaricato sui corpi dei poveri, che vengono abbattuti dal proprio Stato se osano rifiutarlo: il Kenya in miniatura, e non soltanto il Kenya.
La povertà, in tutto questo, non è lo sfondo. È il fatto politico centrale. Un paese guarisce davvero solo quando smette di tassare il pane per pagare il debito, di sparare a chi protesta, di affittare i propri cittadini come zona-cuscinetto per i pericoli altrui. Quindici milioni di dollari non sono una cura. Sono il prezzo, modesto, della continuità.



