Il Kenya sta vivendo uno dei momenti più drammatici della sua storia democratica recente. Le proteste antigovernative, scoppiate nel giorno simbolico del Saba Saba Day, hanno visto scendere in piazza migliaia di persone contro il governo del presidente William Ruto. La risposta delle forze dell’ordine è stata brutale: almeno 31 i morti confermati, oltre 100 i feriti e centinaia gli arresti. Un’ondata di violenza che richiama alla memoria le lotte democratiche degli anni ’90 ma che oggi assume i contorni di una crisi istituzionale profonda.
Cronaca di una repressione annunciata:
Le manifestazioni del 7 luglio, nate per commemorare l’inizio del multipartitismo in Kenya nel 1990, si sono trasformate in una denuncia aperta contro la politica economica del governo e la crescente repressione. I giovani della cosiddetta “Generazione Z” hanno guidato la protesta, chiedendo trasparenza, buona governance e giustizia per le vittime della brutalità poliziesca.
Le piazze di Nairobi, Kiambu, Nakuru e altre città si sono riempite di manifestanti che gridavano slogan contro Ruto, accusato di aver tradito le promesse elettorali e di governare come un autocrate. La risposta del governo è stata durissima: spari ad altezza d’uomo, proiettili veri e di gomma, gas lacrimogeni e idranti hanno trasformato la protesta in tragedia. Tra le vittime, anche un bambino di 12 anni colpito da un proiettile vagante mentre si trovava a casa.

Tra le vittime e il silenzio delle istituzioni:
La Commissione nazionale keniota per i diritti umani (KNCHR) ha denunciato non solo le uccisioni, ma anche arresti arbitrari, saccheggi di ospedali e aggressioni a civili. Le Nazioni Unite si sono dette “profondamente turbate” e hanno chiesto al governo keniota di garantire il rispetto dei diritti fondamentali. Ma il ministro degli Interni Murkomen ha elogiato la polizia per aver contenuto quella che ha definito “un’insurrezione criminale”.
Tra i motivi della rabbia popolare, anche la morte recente del blogger Albert Ojwang durante un fermo di polizia, che ha riacceso le accuse contro le forze dell’ordine già note per i rapimenti e le torture di attivisti.
Il peso della crisi sociale ed economica:
Oltre alla repressione, a infiammare le piazze è la crisi economica: aumenti delle tasse, disoccupazione giovanile e un caro vita insostenibile hanno esasperato la popolazione. I commercianti del centro di Nairobi, già colpiti dalle proteste del 25 giugno, lamentano furti e saccheggi e accusano il governo di non garantire la sicurezza.
Un futuro incerto:
La Corte Suprema e alcuni leader religiosi invitano al dialogo e mettono in guardia contro il rischio che la violenza travolga il fragile equilibrio democratico del Kenya. Ma i leader dell’opposizione non arretrano: chiedono il boicottaggio dei commerci legati al governo e accusano Ruto di aver trasformato la polizia in uno strumento di repressione politica.
Le proteste non accennano a placarsi e rischiano di far precipitare il Paese in una spirale di violenza difficilmente controllabile. Intanto, il popolo keniota continua a chiedere ciò che da decenni insegue: democrazia reale, giustizia e dignità.



