Inclusione respinta: il nuovo rapporto del Centro Astalli

C’è un’Italia che chiude le porte mentre invoca accoglienza, che esige integrazione ma taglia ogni appiglio per raggiungerla. È quella che emerge dal Rapporto annuale 2025 del Centro Astalli, una fotografia impietosa ma documentata della vita quotidiana dei rifugiati nel nostro Paese. Un’Italia che spinge le persone in fuga da guerre, persecuzioni e crisi climatiche sempre più ai margini, tra omissioni burocratiche, barriere istituzionali e indifferenza organizzata.

Secondo i dati dell’UNHCR riportati dal rapporto, sono oltre 122,6 milioni nel mondo i migranti forzati. Ma chi arriva in Europa – e in Italia – deve affrontare un altro viaggio, meno visibile ma non meno faticoso: quello dentro le strettoie normative, l’ostilità dell’amministrazione e il disinteresse della politica. Il diritto d’asilo si restringe, gli iter sono più lunghi, i posti in accoglienza sempre più scarsi. In molti casi, bastano pochi giorni – sette, per la precisione – per perdere ogni possibilità di ricorso, se si proviene da un Paese considerato “sicuro”. In compenso, ci vogliono mesi per ottenere un permesso di soggiorno o fissare un appuntamento in Questura.

Nel 2024 il servizio legale del Centro Astalli ha assistito centinaia di persone con permessi in scadenza e nessuna possibilità di rinnovo. Solo a Catania ne sono state accompagnate 965, a Trento 525. Nel frattempo, sempre più persone si sono rivolte ai servizi di base: nella sola mensa di Via degli Astalli sono stati distribuiti oltre 65 mila pasti. Un dato che racconta la fame – non solo di cibo, ma di diritti, protezione e ascolto. E che coinvolge sempre più persone tra i 30 e i 60 anni, segno che anche chi è in Italia da anni fatica a costruire percorsi stabili di autonomia.

L’ambulatorio ha visto crescere la presenza femminile (da 287 a 452 donne), soprattutto ucraine e peruviane. Anche le visite psichiatriche sono aumentate del 47%: da 875 a 1.283. Più persone, più fragili. Anche i bambini: nel solo SaMiFo di Roma, 100 minori sono stati presi in carico per disturbi legati alla salute mentale.

Il sistema d’accoglienza, racconta il Centro Astalli, fatica a reggere. A Roma, su 227 ospiti in strutture dedicate, si registra un aumento dei casi di disabilità, disagio mentale e dipendenze. A Trento si può attendere oltre 200 giorni per un alloggio, e chi non trova posto vive in strada. Cresce anche la presenza di persone LGBTQIA+, spesso invisibili e ancor più esposte a esclusione e violenza.

Ma la vulnerabilità, in Italia, ha bisogno del timbro. Se non rientri in categorie prestabilite, difficilmente troverai tutele. Le donne vittime di tratta, le famiglie monoparentali, chi subisce sfruttamento durante il viaggio: tutti restano ai margini se non rispondono a criteri rigidi e spesso arbitrari. Anche i ricongiungimenti familiari sono scoraggiati: per ogni minore serve un test del DNA, a spese dei genitori.

L’inclusione? Non si ferma, ma arranca. Nel 2024, 800 persone sono state sostenute dallo Spazio Inclusione a Roma, 282 iscritte alla scuola di italiano. Oltre 700 aiutate ad affrontare il digital divide. Anche se da anni vivono in Italia, molti rifugiati restano sospesi: senza casa, senza lavoro regolare, senza tessera sanitaria, senza diritti.

Le amministrazioni, nel frattempo, continuano a porre ostacoli anche dove i tribunali hanno già detto che non possono. È il caso dei regolamenti per l’accesso alle case popolari, che richiedono anni di residenza continuativa, bocciati dalla Corte Costituzionale ma ancora applicati da molte regioni. E così i migranti finiscono fuori dal mercato della casa, costretti a vivere per strada o in condizioni estreme. A Palermo, Catania e Vicenza, il Centro Astalli registra un aumento del disagio abitativo. Anche a causa del boom degli affitti brevi turistici, che toglie spazio ai più poveri.

Eppure, la risposta più forte viene spesso dalla società civile. Nel 2024 il Centro Astalli ha coinvolto 803 volontari e quasi 39 mila studenti in progetti di sensibilizzazione. Ha portato i rifugiati nelle scuole, nelle biblioteche, nelle università. Per raccontare, incontrare, costruire ponti. Insieme. E ricordare che l’inclusione non è un favore, ma una possibilità comune. Sempre più respinta, ma ancora viva.