Il protocollo Italia-Albania doveva dimostrare una cosa molto semplice: che lo Stato italiano, quando vuole, sa essere duro, rapido, sovrano. Sta dimostrando invece qualcosa di molto meno glorioso e molto più istruttivo: che un dispositivo pensato per fare propaganda può funzionare benissimo in conferenza stampa e molto peggio quando incontra il diritto.
La Corte d’Appello di Roma, nei provvedimenti con cui non ha convalidato i trattenimenti nel Cpr di Gjader per tre cittadini nordafricani richiedenti protezione internazionale, non si limita a rallentare il meccanismo. Ne mette in discussione il cuore.
I giudici scrivono di dubbi sulla legittimità della disciplina del Protocollo Italia-Albania e della relativa legge di ratifica, richiamando il rinvio pregiudiziale già sollevato davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea. Tradotto dal burocratese: non siamo davanti a un inciampo marginale, ma a un problema di struttura.
Qui sta il punto che andrebbe sottratto alla solita recita del governo assediato dalle toghe. Non è il solito scontro tra politica e magistratura. È qualcosa di più semplice e più devastante per la narrazione meloniana: lo Stato costruisce un marchingegno eccezionale, lo carica di retorica securitaria, lo presenta come modello europeo, e poi non riesce nemmeno a dimostrare in modo solido i presupposti con cui pretende di usarlo.
Nei provvedimenti, infatti, la Corte non contesta soltanto l’impianto generale. Va a vedere le carte. E lì trova ciò che spesso si trova quando la propaganda si traveste da amministrazione: buchi, incertezze, affermazioni non documentate.
In uno dei casi, i giudici scrivono che dagli atti non risulta una precedente domanda rigettata, non risulta che l’eventuale provvedimento sia stato notificato, non risulta insomma quella base documentale che in udienza viene evocata ma non provata. La distanza tra il comizio e il fascicolo, come spesso accade, è notevole.
Ed è esattamente questa distanza che il modello Albania avrebbe voluto nascondere. Perché l’Albania, in questa storia, non è solo un luogo. È una tecnologia politica. Serve a spostare altrove il problema, a produrre lontananza, a esibire fermezza, a rendere materialmente visibile l’idea che i diritti possano essere messi su un traghetto e trasferiti oltre Adriatico insieme ai corpi che li portano addosso.
È il sogno dell’esternalizzazione: non risolvere una questione giuridica e politica, ma allontanarla abbastanza da poterla raccontare meglio.
La Corte d’Appello rimette brutalmente i piedi per terra a questo trucco scenico. Ricorda che anche se il richiedente asilo viene portato in Albania, il nodo giuridico non evapora.

Se la direttiva europea dice che il richiedente ha diritto a rimanere nello Stato membro fino alla decisione sulla domanda, il problema non si risolve con la geografia creativa. Non basta spostare le persone per spostare il diritto.
Per questo il modello Albania è politicamente interessante proprio dove il governo lo considera simbolicamente vincente. Dove Meloni vede la prova di una sovranità finalmente muscolare, emerge invece il tratto più tipico del suo modo di governare: l’ossessione per il dispositivo esemplare, per la macchina che deve comunicare forza prima ancora di funzionare.
Il protocollo con l’Albania non nasce per amministrare meglio. Nasce per mostrare che si può essere più duri, più veloci, più spietati. Solo che poi arriva il momento sgradevole in cui bisogna verificare se quella durezza sta in piedi anche giuridicamente. E lì il sovranismo da palcoscenico torna a essere ciò che spesso è: una pratica fragile, gonfiata dalla retorica e alleggerita dalle carte.
Meloni, in Senato, ha detto che oggi l’Europa mette nero su bianco il diritto del governo italiano a far funzionare i centri in Albania, e ha aggiunto che questo non basterà a fermare le ordinanze di revoca. Ma il punto non è se il governo abbia trovato qualche formula favorevole a Bruxelles da esibire in Aula.
Il punto è che un esperimento così ambizioso, così invasivo e così celebrato continua a inciampare appena entra in un’aula di giustizia vera, dove non bastano gli slogan sulla fermezza e i richiami all’interesse nazionale: servono basi legali solide, atti coerenti, procedure compatibili con il diritto europeo.
E allora la domanda giusta non è se i giudici stiano fermando Meloni. La domanda giusta è perché il governo continui a investire così tanto capitale politico in una macchina che, ogni volta che viene esaminata seriamente, mostra lo stesso difetto di fabbricazione. La risposta, probabilmente, è che il protocollo Albania non serve soprattutto a funzionare.
Serve a essere raccontato. Serve a dare al paese l’immagine di uno Stato che respinge, allontana, disciplina. È un oggetto comunicativo prima che amministrativo.
Ma c’è un limite anche alla propaganda, ed è il momento in cui qualcuno apre il fascicolo. Lì scompaiono i toni eroici, la grandeur del “modello italiano”, la retorica della svolta europea.
Restano i testi, le norme, gli atti, le notifiche, le incompatibilità possibili con il diritto dell’Unione. Restano, appunto, le carte. E per ora è lì che il modello Albania continua a perdere.



