Inchiesta sulla spesa sociale nel mondo 11: L’Algeria

Con l’elezione del nuovo Presidente Abdelmajid Tebboune nel dicembre 2019 e dell’esecutivo guidato dal primo ministro Aymen Benabderrahmane nel giugno 2021, si è riacceso in Algeria il dibattito popolare in merito alla spesa per la protezione sociale.

Tebboune dalla sua elezione ha proposto una serie di riforme in materia, guidato dalla visione di una “Nuova Algeria”, nella speranza di sanare il rapporto delle istituzioni con i cittadini, dopo venti anni di fallimenti, corruzione e scelte politiche che hanno privilegiato l’arricchimento della classe militare e dirigente, che controlla le risorse del paese e la loro distribuzione, con un indice Gini, lo strumento utilizzato in ambito internazionale per misurare le disparità di reddito e ricchezze all’interno della popolazione di uno stato, dove 0 equivale al massimo grado di uguaglianza, che si attesta attorno al 32% per la distribuzione del reddito netto e al 75,8% per quel che riguarda le ricchezze.

Secondo uno studio della Banca Mondiale sul sistema di supporto sociale infatti, nonostante l’Algeria si fondi sull’idea di contratto sociale, sui valori di welfare e inclusività della spesa pubblica, ereditati dalle lotte anticoloniali in seguito all’impoverimento estremo che il colonialismo francese aveva arrecato alla popolazione, appropriandosi delle sue ricchezze, i sussidi sono mal distribuiti e ne beneficiano anche i gruppi sociali nella fascia più alta di reddito. Il 61% dei sussidi erogati per l’ elettricità, il 58% dei sussidi per l’acqua e il 18% di quelli per i beni alimentari, sono destinati a questa categoria.

Anche per quel che riguarda la libertà di esprimere il proprio dissenso nei confronti del Fronte di Liberazione Nazionale, unico partito sulla scena politica da oltre trent’anni si trovano grandi limitazioni, con una legge approvata nell’aprile 2020 che criminalizza le fake news, ma il cui effetto reale è di oscurare le opposizioni e giustificare l’arresto indiscriminato di reporter e giornalisti. Non vi è da stupirsi se ancora oggi l’Algeria è classificata al 146esimo posto su 180 dalla classifica stilata da Reporters without Borders sulla libertà di stampa nel mondo.

A dispetto dei tentativi del Presidente di dare un segnale di cambiamento non si è registrato nel paese un vero ricambio della classe politica, sebbene qualche flebile segnale sia arrivato dalla campagna anticorruzione fortemente voluta da Tebboune e dall’esecutivo. Nonostante gli sforzi, il 78% dei cittadini ritiene che vi sia un livello medio – alto di corruzione nel paese e di appropriazione delle risorse secondo quanto riportato da Arab Barometer. L’Algeria risulta inoltre tra i paesi nella fascia più alta per la corruzione secondo il ranking stilato da Transparency International.

I tagli alla spesa pubblica, già previsti dal precedente governo guidato da Abdelaziz Bouteflika e incominciati nel 2017 hanno suscitato forti proteste, che infiammano le piazze da ormai quattro anni, e che nel corso degli ultimi due anni sembrano essersi intensificate a seguito dei danni causati dalla pandemia di Covid-19 che ha comportato l’aumento della disoccupazione e il collasso del sistema sanitario nazionale cui era destinato solo il 3,6% del budget previsto per la spesa pubblica.

La diminuizione del prezzo del petrolio nel 2019 e nel 2020, quando nel maggio si è raggiunto il record di 12 dollari a barile, ha sferzato un pesante colpo alla fragile economia algerina, che è il terzo fornitore di gas nel mercato europeo e che regge quasi interamente il suo sviluppo economico sull’esportazione di idrocarburi quali gas e greggio, che rappresentano il 90% del totale dei beni esportati. Un grave colpo per l’economia, se si considera inoltre che l’Algeria è un paese totalmente dipendente dalle importazioni per quel che riguarda beni di prima necessità quali i generi alimentari. Un colpo che sembrerebbe destinato ad essere assorbito dalla popolazione, visto le recenti scelte della classe dirigente, che hanno privilegiato la politica di razionalizzazione della spesa statale su sussidi e importazioni in modo da diminuirne la portata, salvaguardando invece interessi macroeconomici e privati.

Per fronteggiare le difficoltà nel 2020, il governo ha prospettato un taglio del budget nazionale destinato alla spesa pubblica, già esiguo, quantificabile come il 13% in meno del prodotto interno lordo del Paese rispetto all’anno precedente. Una misura che ha scatenato le diffuse proteste, insieme alla scelta di aumentare la pressione fiscale a scapito dei cittadini e di svalutare la propria moneta per fronteggiare l’inflazione crescente, che ha eroso nel corso degli ultimi anni il potere d’acquisto dei cittadini, rendendo sempre più inadeguati i sussidi previsti per il sostegno dei più vulnerabili.

In uno studio pubblicato dall’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), nel 2019, emergevano già le criticità legate al sistema economico algerino, caratterizzato da una scarsa diversificazione dei settori trainanti per l’economia del Paese per cui non sembrano essere a disposizione del governo meccanismi adeguati per salvaguardare l’economia senza ricadute negative sul tessuto sociale, già caratterizzato da un’alto tasso di economia informale e di povertà con il 50% del Pil rappresentato dall’economia sommersa, con il 23% della popolazione in povertà e a rischio di esclusione sociale e solo il 41% della forza lavoro disponibile attualmente registrata nel Paese.

I sussidi esistenti non bastano, come denunciano da anni in piazza gruppi di protesta come Hirak, principale protagonista delle ultime sollevazioni popolari. I pochi sussidi erogati sono insufficienti e mal distribuiti.

Cercando di placare il malcontento il governo ha manifestato l’intenzione di aumentarne la portata, a fronte degli enormi ricavi che attualmente derivano dal settore energetico a causa della guerra in Ucraina e dell’impennata dei prezzi di gas e petrolio ora che il ruolo della Russia quale principale fornitore europeo sta venendo meno.
Una scelta in contrasto con quello che nel 2021 era l’obiettivo esplicito dell’esecutivo, ovvero ridimensionare il sistema di protezione sociale nel tentativo di tagliare le spese, su cui probabilmente il governo ha dovuto fare marcia indietro di fronte ai disordini e alla rapida degenerazione del quadro sociale.

Il sussidio più importante tra tutti è quello per la disoccupazione, per cui sono previsti 13.000 dinari algerini, 95 euro circa, al mese a persona, richiedibile però anche da chi si trova in fasce di reddito medio – alte, penalizzando così l’accesso che dovrebbe essere invece garantito ai più poveri.

Una larga fetta dei sussidi è costituita anche dagli aiuti scolastici per i bambini, aumentati recentemente a 3000 dinari al mese insieme ad agevolazioni previste per l’acquisto dei libri scolastici e di un pasto giornaliero alla mensa, di cui usufruiscono 3 milioni di bambini. Un numero esiguo contando che l’Algeria ha 43 milioni di abitanti e più del 60% della popolazione ne ha meno di 30.

Anche in tema di abitazioni il governo ha promesso di costruire e distribuire un milione di case ai più poveri, un obiettivo ritenuto irreale dai più, insieme a un disegno di legge per garantire un’ indennità consistente per chi sia senza reddito.

Sarà necessario osservare se le promesse saranno rispettate nel momento in cui l’Europa saprà dare una risposta efficiente per sopperire al fabbisogno del settore energetico, che sappia andare oltre gli idrocarburi e l’Algeria non sarà più al centro dei riflettori internazionali.