Non serve un indice dei prezzi per capire cosa sta succedendo in Algeria: basta seguire il filo di una spesa di Ramadan così come la racconta che vive là. Verdure comuni che diventano lussi, carne fuori portata, discussioni ai banchi che scaldano l’aria più delle spezie. In un Paese ricco di gas e petrolio, la contraddizione si misura in dinari e in rinunce.
Il Ramadan, per 1,8 miliardi di musulmani, è digiuno e preghiera. In Algeria è anche un mese in cui la tavola è un fatto sociale: rompere il digiuno con un pasto “degno” non significa solo mangiare, significa restare dentro la comunità, non doversi vergognare. Proprio per questo, quando i prezzi salgono nel momento in cui la spesa inevitabilmente aumenta, la ferita non è soltanto economica. È morale: la povertà entra nella festa e la costringe a ridursi.
Nel racconto che arriva dai mercati di Algeri non c’è bisogno di grandi teorie: bastano i cartellini. Una donna dice che le cipolle sono passate da 45 a 100 dinari al chilo in due giorni; carote a 150, peperoni a 200, fagiolini a 550 dinari/kg. Tradotte in euro, queste cifre possono persino sembrare “normali”: 100 dinari sono circa 0,65 euro e 550 dinari circa 3,6 euro al cambio ufficiale. Ma la conversione inganna: il punto non è quanto “valgono” in euro, è quanto pesano sul reddito di chi compra.
E qui si vede il nodo della povertà algerina contemporanea: il salario c’è, ma non regge. Lo stipendio medio viene indicato attorno ai 42.800 dinari al mese, cioè circa 280 euro al cambio ufficiale; il salario minimo garantito è stato alzato a 24.000 dinari da gennaio 2026, poco più di 150 euro. Se un chilo di fagiolini costa 550 dinari, parliamo di oltre l’1% di uno stipendio medio in un colpo solo, per una verdura. È così che il Ramadan diventa uno “stress test”: non per la fede, ma per la capacità di tenere in piedi una normalità minima.
Il confronto con l’Italia serve solo a dare scala, non a fare classifiche. In Italia le retribuzioni contrattuali mensili medie sono nell’ordine dei 2.500 euro lordi, ed è già fortunato chi arriva a tanto. È un dato “contrattuale” e non il netto in tasca, ma basta per capire l’ordine di grandezza: 2.500 contro 280 al mese. A quel punto anche prezzi che “in euro” sembrano simili raccontano mondi diversi, perché cambia la proporzione tra costo e reddito.

Dentro questa sproporzione cresce la tensione, e cresce dove la tensione diventa visibile: al mercato. Il governo parla di speculazione da Ramadan e promette repressione degli speculatori, anche perché la memoria politica recente pesa: dopo le proteste del 2019, la paura dei disordini sociali torna ogni volta che il costo della vita si impenna. Ma la fermezza, se non abbassa i prezzi, resta teatro. E quando la gente vede che i cartellini salgono lo stesso, l’idea che lo Stato stia “garantendo la pace” del mese sacro smette di tranquillizzare e comincia a suonare come distanza.
È per questo che l’intervento pubblico sceglie spesso il simbolo più sensibile: la carne. Il governo promette importazioni di 144.000 pecore e 46.000 bovini per rendere più accessibili i pasti del Ramadan. È una misura che parla alla pancia e alla dignità: abbassare la carne significa abbassare l’ansia. Ma la carne è solo la punta del problema: il Ramadan non è un prodotto, è un paniere intero fatto di verdure, olio, legumi, farine, datteri, energia domestica e trasporti. Se il reddito reale resta fragile, calmierare un solo bene rischia di essere più comunicazione che soluzione.
Quando lo Stato non copre, entra la società civile. E qui il Ramadan algerino racconta la povertà nel modo più netto: non con un indice, ma con la fila. I ristoranti che diventano mense, i “ristoranti della misericordia” che servono pasti gratuiti, le tende che la sera diventano un’altra città: quella di chi rompe il digiuno senza tavola. In un grande punto di distribuzione ad Algeri si arriva fino a 800 pasti al giorno: quel numero non racconta solo generosità, racconta domanda. Racconta quante persone non riescono più a fare da sole, nemmeno nel mese in cui la comunità “dovrebbe” sostenere tutti.
Quando la solidarietà non è più un gesto, ma un’infrastruttura che regge l’intero mese stiamo parlando di povertà. Quando la rinuncia diventa abitudine: si taglia la carne, poi si tagliano le verdure “non essenziali”, poi si taglia l’invito agli altri, poi si taglia la vergogna con un sorriso forzato. La povertà non è solo mancanza di cibo: è erosione della partecipazione sociale. È non riuscire più a fare ciò che, in quel contesto, definisce una vita “normale”.
Se in un Paese ricco di risorse energetiche il Ramadan diventa un esame di sopravvivenza domestica, allora la domanda non riguarda solo il mese sacro. Riguarda il resto dell’anno: quanta parte di società sta scivolando sotto una soglia invisibile finché non arriva la festa, e la festa la rende impossibile.



