L’ingresso dell’Algeria nel Trattato di Amicizia e Cooperazione (TAC) dell’ASEAN, firmato durante il 58º vertice dei ministri degli Esteri a Kuala Lumpur, è stato presentato dal governo di Algeri come un passo storico. Per bocca del ministro degli Esteri Ahmed Attaf, l’ASEAN diventa un modello di stabilità e prosperità regionale, capace di ispirare anche l’Africa. Il discorso è stato solenne, i principi evocati altissimi: rispetto del diritto internazionale, difesa del multilateralismo, rifiuto della forza e dell’unilateralismo.
Ma dietro il cerimoniale e le dichiarazioni di principio si nascondono le fragilità e le ambiguità di una strategia diplomatica che rischia di essere più vetrina che sostanza.
L’ASEAN è un blocco economico e politico tra i più dinamici del pianeta, motore di crescita e stabilità in Asia sudorientale. Ma il TAC a cui ha aderito l’Algeria è, di fatto, un trattato di intenti: un codice di comportamento basato su principi condivisi, senza valore vincolante né accesso ai meccanismi economici e commerciali dell’organizzazione. In pratica, Algeri entra in un club diplomatico globale, ma resta lontano dai tavoli dove si decidono le strategie industriali e le rotte commerciali.
La mossa, dunque, ha un valore politico più che economico. L’Algeria cerca spazi oltre i tradizionali partner europei, vuole affrancarsi da un isolamento crescente nel Maghreb, aggravato dal confronto sempre più acceso con il Marocco, e trovare nuove sponde nel Sud globale. Ma il rischio evidente è quello di disperdere le proprie forze diplomatiche in alleanze geograficamente e strategicamente distanti, senza avere le infrastrutture né i volumi commerciali per sostenerle.
L’Algeria guarda all’ASEAN come a un modello di integrazione regionale. Eppure, in patria, fatica a costruire qualcosa di simile nemmeno con i propri vicini: l’Unione del Maghreb Arabo è da anni un organismo fantasma, i rapporti con la Tunisia e la Libia oscillano tra freddezza e diffidenza, e l’Africa subsahariana rimane una frontiera più narrata che percorsa. Il paese che ammira la cooperazione asiatica è lo stesso che non riesce a dialogare stabilmente con i partner del Sahel, mentre la regione sprofonda nel caos tra colpi di Stato e jihadismo.

A livello globale, il ministro Attaf ha denunciato la marginalizzazione delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza, descrivendo un ordine mondiale travolto dall’unilateralismo delle grandi potenze. Una critica condivisibile, ma che suona anche come un alibi per giustificare il proprio isolamento internazionale. Se il Consiglio di Sicurezza è paralizzato, l’Algeria non ha trovato finora strumenti alternativi per incidere davvero sulla scena globale.
C’è poi un’altra contraddizione: mentre proclama l’impegno per la pace e il multilateralismo, il governo algerino continua a gestire il proprio dissenso interno con metodi autoritari, soffocando le proteste popolari e mantenendo un modello economico chiuso e ancora dominato dall’apparato statale. La retorica anti-unilateralista si ferma ai confini nazionali, dove il pluralismo politico resta debole e il cambiamento sociale rallenta.
Infine, sul piano pratico, l’Algeria ha ben pochi scambi economici con il Sud-est asiatico. Le sue esportazioni restano concentrate su gas e petrolio, dirette principalmente verso l’Europa e la Cina. Senza un vero progetto logistico o commerciale che colleghi il Mediterraneo al Pacifico, l’adesione al TAC rischia di restare una firma in calce a una dichiarazione di intenti, senza ricadute concrete.
Il paradosso è tutto qui: un paese che guarda a Oriente per trovare soluzioni ai propri limiti, ma che finora non è riuscito a risolvere le proprie crisi interne né a costruire una leadership regionale credibile. L’adesione al TAC è il tentativo di uscire dall’angolo, ma rischia di essere un viaggio diplomatico che porta lontano dai problemi reali.
Per l’Algeria, il vero banco di prova non sarà Kuala Lumpur, ma Algeri stessa. Finché non affronterà le sue debolezze strutturali – economiche, politiche e sociali – ogni apertura internazionale rischierà di restare un gesto di facciata, incapace di cambiare davvero il destino del paese.



