La scena è quella degli uliveti attorno a El-Amra e Jebeniana, nel governatorato di Sfax: migliaia di persone dall’Africa subsahariana hanno trascorso mesi in tende improvvisate, senz’acqua potabile né servizi, in attesa di un passaggio lungo la rotta centrale del Mediterraneo.
Tra aprile e maggio 2025 le autorità tunisine hanno smantellato decine di accampamenti in un’operazione su larga scala, con fermi e trasferimenti e la promessa di “ripristinare l’ordine pubblico”. Stime diffuse parlano di fino a 20.000 persone presenti nell’area prima degli sgomberi; nelle prime giornate si sono registrati centinaia di fermi e successivi spostamenti verso aree più interne.
L’accordo con l’UE e la stretta sulle partenze
Il cambio di passo segue il Memorandum UE-Tunisia del luglio 2023, che prevede sostegno operativo e finanziario al controllo delle frontiere e alla Guardia costiera. Tra fondi immediati e impegni successivi, sono stati annunciati stanziamenti a tre cifre in milioni di euro per mezzi, formazione e cooperazione. Nel 2024 le partenze dalla Tunisia verso l’Italia sono crollate in modo marcato rispetto al 2023, mentre è aumentata la quota di imbarchi dalla Libia; gli arrivi complessivi in Italia sulla rotta centrale sono diminuiti sensibilmente.
Diritti sotto pressione: deserti di frontiera e criminalizzazione
Alle cifre si affiancano denunce su espulsioni collettive verso le zone desertiche ai confini con Libia e Algeria, oltre ad arresti e procedimenti contro attivisti e difensori dei migranti. Gli sgomberi nell’area di Sfax sono diventati routine nel 2025; il grande insediamento negli uliveti di El-Amra, ribattezzato “Zaytoun”, è stato più volte evacuato. Le autorità rivendicano numeri elevati di fermi e lo smantellamento di decine di campi.

Perché El-Amra è diventata una trappola
Sfax è uno snodo economico e logistico vicino ai punti di imbarco. La pressione locale — con tensioni tra residenti e migranti — e l’indirizzo politico nazionale hanno reso insostenibile la permanenza dei campi.
Il giro di vite risponde a due logiche: interna, per mostrare fermezza; esterna, per dimostrare a Bruxelles e Roma l’efficacia nel contenere i flussi. Ma spostare le persone lontano dalle coste o verso aree desertiche non elimina la domanda di protezione: semmai alimenta i margini dei trafficanti, che alzano prezzi e rischi della traversata.
Che cosa vedremo nei prossimi mesi
Se la cooperazione UE-Tunisia resterà centrata soprattutto su interdizione e controllo, le partenze da quel tratto di costa potrebbero restare basse, ma con effetti collaterali: spostamento delle rotte verso altri Paesi, maggiore pericolosità dei viaggi, e pressione umanitaria dentro la Tunisia, dove l’accesso alla protezione resta limitato e il clima verso la società civile si è inasprito.
Sul piano politico, la trattativa tra Tunisi e Bruxelles continuerà a ruotare intorno a esborsi, tappe di attuazione e condizionalità, mentre in Italia ed Europa reggerà il dibattito sul “costo umano” della strategia.
El-Amra non è un episodio isolato ma il prodotto di una strategia in cui l’UE esternalizza il confine e la Tunisia, in cambio di fondi e sponda politica, contiene e disperde i movimenti. La curva degli sbarchi verso l’Italia si è piegata, ma il prezzo lo pagano i più vulnerabili: chi resta bloccato negli uliveti, chi viene ricondotto verso il deserto, chi accetta viaggi sempre più cari e pericolosi. La rotta cambia; la rottura umanitaria no.



