Non tutte le economie subiscono la guerra allo stesso modo. Nel nuovo World Economic Outlook, il Fondo monetario internazionale avverte che i conflitti in corso stanno colpendo in misura maggiore le economie emergenti e in via di sviluppo, soprattutto quelle che importano energia e cibo, hanno valute deboli, finanze pubbliche fragili e una forte dipendenza da capitali esteri o rimesse.
La guerra smette così di essere un fatto geopolitico lontano e diventa subito un fatto macroeconomico: più inflazione, meno crescita, più pressione sui bilanci pubblici e sui conti con l’estero.
Il primo canale è quello dei prezzi energetici e alimentari. Il FMI osserva che gli emergenti importatori di materie prime rischiano di essere colpiti più duramente perché il rincaro di petrolio, gas e alimentari si scarica con maggiore intensità su economie dove il peso di energia e beni essenziali sui consumi è più alto.
Quando poi la moneta locale si deprezza, l’aumento dei prezzi internazionali viene amplificato: importare costa ancora di più, l’inflazione accelera e le banche centrali si trovano costrette a scegliere tra difendere la valuta e sostenere l’attività economica.
Il secondo canale è finanziario. In una fase di guerra gli investitori riducono il rischio, si rifugiano in attività considerate più sicure e chiedono premi maggiori per finanziare i paesi percepiti come fragili. Il FMI parla esplicitamente di condizioni finanziarie più restrittive e di effetti di amplificazione legati al clima “risk-off”.
Per molte economie emergenti questo significa debito più costoso, rifinanziamento più difficile e meno spazio per interventi pubblici di sostegno, proprio mentre cresce il bisogno di attutire lo shock sociale dei rincari.
Il terzo canale è quello delle relazioni economiche con le aree di conflitto. Il Fondo sottolinea che l’impatto varia in base alla prossimità geografica, ai flussi finanziari, alle rimesse e alla dipendenza energetica.
Questo è un punto decisivo: molti paesi emergenti non sono direttamente coinvolti nella guerra, ma ne subiscono ugualmente gli effetti attraverso minori rimesse dei lavoratori emigrati, turismo più debole, traffici commerciali ostacolati e peggioramento della bilancia dei pagamenti. Per gli stati con riserve limitate o forte dipendenza da dollaro e importazioni, il contraccolpo può essere rapido.

I numeri del WEO confermano questa asimmetria. Nel quadro base del Fondo, la crescita delle economie emergenti e in via di sviluppo viene rivista al ribasso di 0,3 punti percentuali nel 2026 rispetto all’aggiornamento di gennaio, mentre per le economie avanzate il quadro resta sostanzialmente più stabile.
Il Fondo scrive anche che, in uno scenario più severo di shock energetico prolungato, l’impatto sugli emergenti sarebbe quasi doppio rispetto a quello sulle economie avanzate. Non è quindi solo una questione di crescita più bassa in media: è una divergenza di vulnerabilità.
Le aree più esposte sono quelle più vicine al conflitto o più dipendenti dall’energia importata. Nelle tabelle del rapporto, il Medio Oriente e Asia centrale registra una delle revisioni peggiori, con crescita 2026 all’1,6%, in forte calo rispetto alle stime precedenti; anche il dato per Medio Oriente e Nord Africa viene ridotto nettamente.
Ma il punto del FMI è più ampio: non soffre solo la regione direttamente investita dalla guerra. Soffrono anche i paesi emergenti vulnerabili “altrove”, in particolare quelli importatori di commodity e con fragilità fiscali pregresse.
Qui emerge il nodo politico più delicato: gli stati più colpiti sono spesso quelli con meno strumenti. Il Fondo segnala che debito elevato e buffer di policy erosi rendono molte economie meno capaci di reagire. Se i governi scelgono sussidi generalizzati per calmierare carburanti e beni alimentari, i conti pubblici peggiorano; se non intervengono, il costo sociale dell’inflazione sale.
In altre parole, la guerra colpisce gli emergenti non solo perché alza i prezzi, ma perché li costringe a gestire shock esterni con bilanci già stressati e accesso al credito più costoso.
Il messaggio del FMI, letto da questa prospettiva, è chiaro: le guerre non rallentano soltanto l’economia mondiale in astratto. Ridistribuiscono il danno, concentrandolo sui paesi più esposti agli shock energetici, ai movimenti dei capitali, alla svalutazione e alla dipendenza da rimesse e importazioni.
È per questo che, anche quando il dato globale appare ancora relativamente ordinato, nelle economie emergenti il conflitto si traduce molto più in fretta in inflazione, fragilità sociale e crescita perduta.



