Ilva, arriva il conto dopo anni di ricatti

La sezione specializzata in materia d’impresa della Corte d’Appello di Milano, presidente e relatrice Marianna Galioto, ha ordinato a Ilva spa, Acciaierie d’Italia e Acciaierie d’Italia Holding, tutte in amministrazione straordinaria, di sospendere entro novanta giorni l’attività dell’area a caldo di Taranto.

Motivo: dentro gli impianti ci sono ancora duemila chili di amianto mai rimossi, e allo scenario produttivo autorizzato di sei milioni di tonnellate l’anno le polveri sottili sfondano i limiti di sicurezza. Quarantacinque pagine che disapplicano in via incidentale l’AIA 2025 e applicano la sentenza della Corte di giustizia europea del 25 giugno 2024: dove c’è pericolo per la salute, l’esercizio si ferma.

A ottenerlo non è stato lo Stato. Non un ministero, non un sindacato, non un partito. Un’associazione di genitori, i Genitori tarantini, due avvocati, un’inibitoria collettiva ex articolo 840-sexiesdecies del codice di procedura civile, un minore tra i ricorrenti.

Lo stesso giorno Palazzo Chigi convocava d’urgenza sei ministri e confermava un’altra tranche di prestito da 100 milioni; il ministro Giorgetti spiegava che il decreto “stravolge” le condizioni della vendita a Jindal. Dell’amianto, nel comunicato, non c’è traccia.

Ora il conto. La perizia epidemiologica depositata nel 2012 al gip Patrizia Todisco da Francesco Forastiere, Annibale Biggeri e Maria Triassi, poi pubblicata dopo peer review su Epidemiologia&Prevenzione, attribuisce alle emissioni industriali, nei tredici anni tra il 1998 e il 2010, 386 decessi (trenta l’anno, l’1,4 per cento della mortalità totale), 237 tumori maligni diagnosticati in ricovero, 247 eventi coronarici, 937 ricoveri per malattie respiratorie, di cui 638 di bambini.

Sui soli quartieri Tamburi e Borgo, per i superamenti del limite OMS di 20 microgrammi di PM10, altri 91 decessi, 160 ricoveri cardiaci, 219 respiratori.

Lo studio SENTIERI dell’Istituto superiore di sanità certifica a Taranto una mortalità infantile superiore del 21 per cento alla media regionale, un rapporto standardizzato di mortalità pari a 121 nella fascia 0-14, eccessi di leucemie linfoidi e mieloidi in entrambi i sessi.

L’eccesso di incidenza oncologica pediatrica, misurato al 54 per cento nelle prime rilevazioni, viene oggi stimato dai clinici dell’ospedale tarantino tra il 30 e il 33. Significa che un bambino malato su tre si è ammalato perché è nato lì.

Poi ci sono i morti che non entrano in nessuna coorte. Gli operai: venticinque dal 2003, undici dal solo 2012. Claudio Marsella schiacciato tra due locomotori, Francesco Zaccaria e Cosimo Massaro trascinati in mare dentro le cabine delle gru, Claudio Salamida e Loris Costantino precipitati da grigliati ceduti.

E Lorenzo Zaratta, cinque anni, tumore al cervello, ferro, zinco, silicio e alluminio ritrovati nel tessuto cerebrale: nove dirigenti prosciolti.

Questo è il bilancio di uno scambio. Dal 2012 i governi hanno prodotto una trentina di decreti legge (dodici solo l’attuale) e versato circa 3,6 miliardi di euro pubblici.

La Corte costituzionale, con la sentenza 85 del 2013, ha benedetto il primo decreto salva-Ilva coniando la formula dei “diritti tiranni”: la salute non ha supremazia gerarchica sul lavoro, va bilanciata. Tradotto: si continua a produrre.

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia il 24 gennaio 2019 sul ricorso Cordella, centottanta ricorrenti, violazione degli articoli 8 e 13, e di nuovo nel 2022 con Ardimento. La procedura di esecuzione è ancora pendente davanti al Comitato dei ministri. Sette anni.

E la giustizia penale. Ambiente svenduto: ventisei condanne, duecentosettanta anni, 31 maggio 2021. Sentenza annullata nel settembre 2024 per un vizio procedurale, due giudici onorari tra le circa millecinquecento parti civili. Processo ricominciato da zero a Potenza.

Il 22 maggio 2026 la Corte d’assise ha dichiarato prescritti l’associazione a delinquere, l’omissione dolosa di cautele e la concussione per quindici imputati, tra cui i fratelli Riva e Nichi Vendola. Tredici anni di dibattimento evaporati. Non è un incidente. L’impunità non è il fallimento della macchina, è il suo prodotto.

Resta la parte più difficile da dire, e nessuno l’ha detta. Sindacato e sinistra hanno passato quattordici anni a difendere il perimetro della fabbrica invece del diritto a restare vivi.

“Non possiamo permettere che l’Ilva non sia più italiana”, ripetono ancora oggi. Non hanno mai pronunciato l’unica frase corretta: non esiste al mondo un lavoro che produce morte e devastazione del territorio che possa essere difeso.

Nessuno stipendio compra il diritto di avvelenare i figli di chi lo incassa. Uno stipendio è mensile, un mesotelioma è definitivo, e la contaminazione dei suoli e delle falde è ereditaria: si trasmette a chi non era nato quando l’accordo è stato firmato e non ha votato nessuna assemblea.

Hanno accettato il ricatto e lo hanno chiamato realismo. Il risultato, oggi: cassa integrazione per 4.450 lavoratori su 9.702, produzione inchiodata sotto i due milioni di tonnellate, un territorio né risanato né riconvertito, perché la bonifica non è mai stata finanziata sul serio. Il lavoro non è stato salvato. La salute nemmeno.

Adesso ci sono novanta giorni. Non per salvare l’acciaio: per decidere se una comunità di duecentomila persone valga meno di un altoforno.

Emissioni notturne all’Ilva di Taranto. Era la copertina di Valori di novembre 2013. FOTO: Luciano Manna / Peacelink