A Washington oggi non arriva un leader “controverso”, come suggeriscono i comunicati prudenti della diplomazia. Arriva il dominus di un Paese in cui una donna può essere incarcerata per un post, in cui le attiviste che hanno chiesto diritti elementari – il diritto a guidare, il diritto a lasciare il Paese senza un tutore maschio, il diritto a esprimersi senza chiedere permesso – sono state torturate nelle celle della sicurezza.
Arriva il capo di uno Stato dove la pena di morte viene applicata in modo estensivo, in pubblico e spesso per reati che altrove non arriverebbero neppure a un processo. Arriva il controllore di un sistema che mette a tacere giornalisti, dissidenti, utenti dei social e chiunque osi pronunciare la parola “riforma” senza autorizzazione. Eppure, per Mohammed bin Salman, la porta della Casa Bianca torna ad aprirsi come se il tempo avesse cancellato tutto.
L’immagine che il regno esporta – concerti, cinema, grattacieli nel deserto, progetti futuristici grandi come regioni – serve a raccontare un Paese in trasformazione, un Paese “che si apre”. Ma la vita reale delle persone continua a scorrere dentro la stessa cornice autoritaria di sempre.
Si organizzano festival internazionali, ma nessuna organizzazione indipendente per i diritti umani può lavorare senza rischiare la repressione. Si celebra la modernità, ma il sistema giudiziario resta opaco, arbitrario, legato a un uso punitivo della religione. Nulla di ciò che viene presentato come progresso sociale ha scalfito il cuore del potere: un assetto che pretende fedeltà assoluta e reprime chiunque si discosti dalla linea.
Il nome che dovrebbe rendere impossibile questo ritorno nel salotto buono dell’Occidente è quello di Jamal Khashoggi, il giornalista fatto a pezzi nel consolato saudita di Istanbul. Il mondo ha finto di indignarsi, ha promesso conseguenze, ha evocato lo status di paria. Ma il meccanismo si è inceppato presto.
Una volta ottenuta l’immunità come capo di governo, il principe ha visto le porte tornare ad aprirsi una a una: prima quelle delle diplomazie preoccupate per il prezzo del petrolio, poi quelle dei grandi investitori, infine quelle degli stessi leader che avevano giurato di isolarlo. La logica è sempre la stessa: quando un uomo controlla uno dei più grandi fondi sovrani del pianeta, le sue mani sporche diventano improvvisamente trasparenti.
È in questo contesto che si colloca il viaggio a Washington. La visita non è un gesto di riconciliazione, né il superamento di un dissapore diplomatico: è la certificazione ufficiale che i diritti umani non entrano nel conto quando il valore della controparte è miliardario. L’incontro ruota attorno a questioni che parlano esclusivamente la lingua del potere: la vendita di jet militari, un possibile accordo di difesa reciproca, trattative per accedere a tecnologia nucleare americana, collaborazioni nel campo dell’intelligenza artificiale, mega-investimenti incrociati.

Sullo sfondo ci sono gli interessi economici privati di famiglie che hanno fatto della politica una forma di business, e che non hanno mai nascosto la loro prossimità ai capitali sauditi. In questo scambio, tutto è chiaro: da un lato c’è un regime che compra legittimità, dall’altro governi che la vendono volentieri.
La “normalizzazione” di bin Salman non avviene però solo nelle stanze del potere politico. Da anni è in corso un’opera sistematica di ripulitura dell’immagine saudita attraverso lo sport globale.
L’acquisto del Newcastle United, l’invenzione di una lega golfistica parallela, i contratti miliardari offerti a calciatori in fase calante, l’assegnazione del Mondiale 2034 quasi senza concorrenti: tutto concorre a costruire una narrazione di modernità e dinamismo che deve sostituire quella, reale, fatta di celle, processi sommari, punizioni medievali e censura totale.
I tifosi vengono invitati a celebrare la generosità degli investimenti sauditi; le federazioni internazionali, che vivono di sponsor e diritti televisivi, evitano accuratamente di domandarsi quale sia il costo umano della nuova stagione sportiva made in Riyadh.
Si potrebbe chiamarla ipocrisia, ma la parola è troppo debole. L’Occidente non è ipocrita: è perfettamente consapevole. Non finge di non sapere; sceglie deliberatamente di non guardare. Sceglie di chiamare “riforme” qualche apertura superficiale mentre ignora una repressione strutturale. Sceglie di trasformare l’omicidio di un giornalista in un incidente diplomatico chiuso con una nota a piè di pagina.
Sceglie di trattare un regime autoritario come un partner indispensabile non perché sia cambiato, ma perché è ricco. È la forza dei suoi investimenti, del suo petrolio, della sua capacità di comprare pezzi interi dell’economia e dello sport mondiali a rendere Mohammed bin Salman “troppo importante per essere ignorato”. Il potere non lo ha riabilitato: semplicemente ha reso irrilevante la questione morale.
Il risultato è che l’uomo che, secondo i servizi segreti americani, ha approvato l’operazione per eliminare un dissidente entra oggi alla Casa Bianca da alleato strategico, non da problema politico. Il sistema che incarcerava attiviste e decapitava migranti mentre costruiva grattacieli nel deserto viene accolto come un motore di innovazione.
Il Paese che censura ogni forma di opposizione diventa improvvisamente un faro di stabilità regionale. Non è bin Salman ad essere cambiato: siamo noi che abbiamo deciso di cambiare la nostra soglia di accettabilità.
L’Arabia Saudita non è meno autoritaria di ieri: è semplicemente più ricca, più integrata nei mercati globali, più essenziale per chi governa e più utile per chi investe. Per questo entra senza fatica nel salotto buono dell’Occidente. Non perché si sia ripulita, ma perché noi abbiamo scelto di non sporcarci la coscienza, purché la convenienza sia sufficiente.



