Papa Francesco è ancora impegnato nel suo storico viaggio in Asia che ha toccato anche Papua Nuova Guinea, una tappa significativa nel suo impegno di visitare le aree più remote del mondo cattolico.
La visita, la prima di un pontefice nella regione in oltre trent’anni, ha rappresentato non solo un momento di riconciliazione e celebrazione per una nazione profondamente cristiana, ma ha anche riaperto una delle ferite più dolorose per la Chiesa cattolica: lo scandalo degli abusi sessuali. Un tema che, sebbene spesso legato all’Occidente, ha avuto un impatto devastante anche nelle isole del Pacifico, tra cui proprio la Papua Nuova Guinea.
Dai verbali dei tribunali, dalle inchieste governative e dalle testimonianze dei sopravvissuti, è emerso un quadro agghiacciante: nel corso di decenni, almeno 10 sacerdoti e missionari accusati o condannati per abusi sessuali su minori sono stati trasferiti in Papua Nuova Guinea dopo aver commesso crimini in Occidente.
Questa pratica, purtroppo non isolata, faceva parte di un modello più ampio: almeno altri 24 preti e missionari furono trasferiti in altre isole del Pacifico, tra cui Fiji, Kiribati e Samoa, in circostanze simili.
La Chiesa cattolica è stata ampiamente criticata per aver nascosto abusi sessuali trasferendo preti problematici da una diocesi all’altra, o addirittura da un Paese all’altro, per evitare il controllo delle autorità e l’opinione pubblica. Tuttavia, ciò che distingue i casi del Pacifico è la loro lontananza geografica e l’isolamento sociale.
Queste isole, distanti dai centri di potere ecclesiastico e statale, sono diventate rifugi sicuri per sacerdoti accusati di abusi. Il trasferimento di questi uomini non solo li ha protetti dalla giustizia, ma ha anche dato loro accesso a comunità vulnerabili, spesso prive di strumenti legali o sociali per denunciare i crimini.
Le testimonianze raccolte nel corso degli anni dipingono un quadro di impunità e abusi continuati. Almeno tre dei sacerdoti trasferiti in Papua Nuova Guinea e nelle isole vicine hanno continuato a molestare bambini nelle nuove destinazioni, secondo le inchieste governative e i resoconti dei media.
Uno di loro, ancora attivo come prete itinerante a Guam, nega categoricamente le accuse, nonostante i racconti dettagliati delle sue vittime. Un altro è tornato in Nuova Zelanda, dove, nonostante le accuse di abusi, è stato autorizzato dalla Chiesa a riprendere il ministero.
Questi trasferimenti sono stati possibili grazie a una rete di complicità e omertà all’interno della Chiesa cattolica. Molti di questi sacerdoti appartenevano a ordini religiosi che operavano al di fuori della giurisdizione dei vescovi locali. Questo sistema di governance decentralizzato ha permesso ai superiori religiosi di trasferire i sacerdoti in aree remote senza dover rendere conto ai leader diocesani.
Michelle Mulvihill, ex suora e consulente per la Chiesa cattolica australiana, ha a lungo accusato la Chiesa di utilizzare le isole del Pacifico come “discariche” per preti abusatori, spostandoli in luoghi dove il controllo era minore e dove potevano continuare ad agire indisturbati.
Un caso emblematico è quello di Fratel William Morgan, un missionario americano che, negli anni ’80, fu inviato in Papua Nuova Guinea nonostante avesse ammesso di aver abusato di diversi bambini negli Stati Uniti. I suoi superiori religiosi, invece di segnalarlo alle autorità o di escluderlo dal ministero, lo rimandarono nella piccola nazione insulare per cinque anni, permettendogli di continuare la sua attività.
Solo molti anni dopo, grazie a un’inchiesta dell’ufficio del procuratore generale del Maryland, è emerso che Morgan aveva abusato di almeno una bambina di 4 anni prima del suo trasferimento.
In un altro caso inquietante, il reverendo Julian Fox, un prete salesiano australiano, fu accusato di aver violentato uno studente mentre insegnava in una scuola cattolica a Melbourne. Nel 1999, poco dopo l’accusa, fu trasferito nelle Fiji, dove continuò a lavorare per diversi anni.
Nonostante ulteriori denunce di abusi, né l’ordine religioso né le autorità australiane richiesero il suo ritorno per affrontare la giustizia. Solo molti anni dopo, Fox fu condannato in Australia per aver abusato di cinque bambini.
Anche il fratello Rodger Moloney, un membro dell’ordine degli Hospitaller Brothers of St. John of God, fu trasferito nella regione del Pacifico dopo essere stato accusato di abusi in Nuova Zelanda. Dopo aver prestato servizio in diverse scuole per bambini disabili, Moloney fu estradato e condannato per aver molestato cinque ragazzi. Le accuse contro di lui risalivano a decenni prima del suo trasferimento.
Questi casi non sono isolati. Un rapporto del 2022 ha documentato come molti preti e missionari accusati di abusi siano stati trasferiti in almeno 15 Paesi e territori del Pacifico tra gli anni ’80 e ’90. Ventidue di loro sono stati condannati per abusi, mentre altri hanno ammesso le loro colpe o sono stati accusati in modo credibile dai loro ordini religiosi.
Solo in pochi casi le autorità locali sono state informate dei trasferimenti o hanno avviato indagini.

L’arcivescovo Peter Loy Chong di Suva, capitale delle Fiji, ha dichiarato di non avere precedenti riguardanti preti abusatori trasferiti nella sua arcidiocesi, ma ha riconosciuto che casi simili potrebbero essere avvenuti senza il suo controllo, a causa della struttura decentralizzata della Chiesa.
Questa decentralizzazione ha permesso che i trasferimenti avvenissero senza adeguata supervisione e controllo.
Durante la sua visita, Papa Francesco ha incontrato diversi leader religiosi e civili e ha rinnovato il suo impegno a combattere gli abusi all’interno della Chiesa. Francesco ha più volte chiesto scusa per i crimini commessi dal clero e ha dichiarato di voler fare tutto il possibile per garantire che simili abusi non si ripetano.
Tuttavia, molti critici ritengono che le misure adottate finora siano insufficienti e che la trasparenza e la giustizia siano ancora carenti.
In Papua Nuova Guinea e Timor Est, due Paesi a stragrande maggioranza cristiana, il viaggio di Francesco ha avuto una duplice valenza: da un lato, il riconoscimento della fede e della devozione delle comunità locali; dall’altro, la necessità di affrontare il doloroso capitolo degli abusi. La Chiesa cattolica continua a essere profondamente radicata in queste regioni, ma le ferite lasciate dagli abusi richiedono ancora molte risposte.
Il viaggio del Papa ha sollevato speranze, ma ha anche riacceso il dibattito su quanto la Chiesa sia veramente pronta ad affrontare i suoi scheletri nell’armadio. Molti sopravvissuti, come Felix Fremlin, abusato da un missionario neozelandese nelle Fiji, continuano a lottare con le conseguenze degli abusi e con la mancanza di giustizia.
Fremlin, oggi impegnato nel coordinare una rete di supporto per le vittime di abusi clericali, ha sottolineato come nelle isole del Pacifico la mancanza di risorse e specialisti renda ancora più difficile affrontare e superare i traumi subiti.
Il viaggio papale ha portato attenzione su una regione spesso dimenticata, ma il cammino verso la giustizia per le vittime degli abusi sembra ancora lungo e tortuoso.



