Il più grande spettacolo del mondo. Tra liturgia e teatro

No, non parleremo del nuovo Papa. Non ancora. O meglio: non parleremo delle sue idee, delle sue dichiarazioni, della sua pastorale, o di cosa si aspettano da lui i milioni di fedeli cattolici. Torneremo su questo nei prossimi giorni. Oggi ci occupiamo dello spettacolo. Perché mai come questa volta, il Conclave e l’elezione papale si sono imposti come evento planetario.

Nemmeno una finale di Champions League. Nemmeno Woodstock. Nemmeno Jim Morrison redivivo. Nemmeno Prince in diretta dal regno dei cieli avrebbe avuto accesso a tante finestre televisive, speciali, dirette, dirette delle dirette, analisi delle reazioni delle dirette. Sui social, la fumata bianca ha fatto più like di una vittoria ai rigori della nazionale di calcio ai mondiali. I cardinali — per alcuni giorni — sono diventati influencer globali, le porte della Cappella Sistina il portale d’accesso a un altro mondo, non solo spirituale ma spettacolare.

Il punto non è la fede, ma la forma. Ed è qui che si apre un terreno poco esplorato ma straordinariamente fecondo: il rapporto tra Chiesa e teatro. Già i Padri della Chiesa si trovarono a fare i conti con il teatro pagano, accusato di immoralità ma allo stesso tempo irresistibile per la sua forza scenica. Tertulliano, ad esempio, lo condanna come luogo di perdizione, ma ne riprende inconsciamente alcune forme nella retorica cristiana. Con l’avvento della liturgia, molti elementi del teatro antico vengono assorbiti e trasformati: la divisione tra attori e pubblico, l’uso dei costumi, dei gesti simbolici, della parola ritualizzata.

Nel Medioevo, la liturgia diventa di fatto il principale contenitore teatrale d’Europa. Il dramma liturgico del Quem quaeritis?, rappresentato nei monasteri già nel X secolo, è considerato l’atto di nascita del teatro medievale. I chierici mettono in scena la scoperta del sepolcro vuoto, dialogando in latino davanti ai fedeli, trasformati in spettatori di un evento sacro e scenico allo stesso tempo (cfr. Il teatro nasce sacro, Messaggero di sant’Antonio). Da lì si sviluppano le sacre rappresentazioni, i misteri, le Passioni. La fede si racconta e si mostra. Il rito diventa dramma. Non è un caso che la parola “mistero” indichi sia un contenuto teologico che un genere teatrale.

Di Herrad von Landsberg – Hortus Deliciarum, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31440082

Ancora oggi, nella Messa — soprattutto in quella tridentina — resistono forme fortemente teatrali: l’altare come scena, il sacerdote come officiante e attore, i fedeli come platea che partecipa emotivamente ma non fisicamente all’azione. La gestualità è codificata, i paramenti sono costumi, le candele e l’incenso sono strumenti scenici. Luigi Martinelli, in Le forme del sacro, parla esplicitamente della liturgia come performance, un’azione simbolica e drammatica che si ripete nel tempo per rafforzare l’identità di una comunità. Non è spettacolo per intrattenere, ma è spettacolo nel senso tecnico del termine: ciò che si mostra, che si dà a vedere.

Eppure, in epoca contemporanea, qualcosa si è ribaltato. Con l’avvento della comunicazione di massa e poi del digitale, non è più solo il rito a essere spettacolare, ma lo è diventato anche il contesto che lo circonda. Qui entra in gioco Guy Debord, e la sua Società dello spettacolo (1967), testo ormai classico della critica della modernità. Per Debord, la società capitalista ha sostituito l’esperienza diretta con la sua rappresentazione. “Tutto ciò che era vissuto direttamente si è allontanato in una rappresentazione”. Il potere si esercita non solo con le armi o con le leggi, ma attraverso la sua messa in scena permanente.

E quale spettacolo più perfetto dell’elezione di un papa? Un rito chiuso, segreto, drammaturgicamente scandito: entrata dei cardinali, clausura, attesa, segni nel cielo (la fumata), annuncio al balcone. Il tutto ripreso da decine di telecamere, commentato da esperti, atteso da milioni di persone che, in gran parte, non comprendono la liturgia ma ne colgono il senso estetico e simbolico.

In questo senso, il Conclave è un esempio di “situazione” nel senso situazionista: un evento costruito, codificato, dove il simbolo vale più del contenuto. Non è un giudizio: è una lettura. E forse è proprio questa la forza della Chiesa: saper sopravvivere al tempo proprio perché sa interpretarlo, anche quando sembra subirlo.

Lo spettacolo, dunque, si è concluso. Il sipario è calato. Il Papa è stato eletto. Ora comincia un altro tempo, quello del governo, della parola, dell’azione. Ma prima era teatro, nel senso più alto del termine. E noi, che credenti non siamo, lo abbiamo guardato con il rispetto e lo stupore che si riservano ai grandi atti collettivi dell’umanità.

Torneremo a parlare di Leone XIV nei prossimi giorni. Ma oggi, in scena, c’era il rito.

Conclave del 1878: vista dell’interno della Cappella Sistina durante il voto per eleggere il successore di Papa Pio IX, Leone XIII. Incisione in “Le Monde Illustré” n. 1095 del 23 marzo 1878