El Fasher dichiarata inabitabile dopo 500 giorni di assedio

El Fasher è stata dichiarata “inabitabile”. Non lo dicono gli editorialisti, lo dicono i medici che hanno ascoltato chi è riuscito a fuggire dopo mesi di trincee scavate a mani nude e case sventrate. La città, ultima roccaforte dell’esercito sudanese nel Darfur, è stretta da oltre 500 giorni nell’assedio delle RSF, con colpi di artiglieria e droni che si abbattono anche su ospedali e rifugi per sfollati.

Negli ultimi giorni le cifre dei morti si sono moltiplicate: decine di civili uccisi, donne e bambini compresi, in bombardamenti contro centri di accoglienza e quartieri popolari, secondo reti mediche e comunicati dell’Alto Commissario ONU per i diritti umani.

La fame non è un “effetto collaterale”: è una tattica. Le testimonianze raccolte da operatori sanitari indipendenti parlano di famiglie costrette a spostarsi più volte, di acqua razionata, di cibo che non arriva quasi mai.

Tra i bambini sotto i cinque anni la malnutrizione acuta tocca livelli critici; tra le madri e le adolescenti le percentuali di deperimento schizzano. È la foto di una città trasformata in laboratorio di soffocamento: tagli i rifornimenti, chiudi i corridoi, costringi la popolazione a scegliere tra la fuga impossibile e la fame possibile.

Qualcuno dirà che “la comunità internazionale si sta muovendo”. In realtà si muove a singhiozzo. Gli appelli dell’ONU si ripetono, le condanne pure; i convogli, quando partono, vengono fermati; gli airdrop militari, quando riescono, sono una goccia nel deserto. Sui tavoli diplomatici si parla di accessi umanitari, ma sul terreno crescono terrapieni e check-point. Ogni giorno che passa, l’assedio si consolida e la città si restringe.

“UNAMID peacekeepers extinguish a fire at Abu Shouk area in El Fasher, North Darfur.” by UNAMID Photo is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

C’è poi il capitolo delle responsabilità esterne. Tra rimpalli e smentite, il nome degli Emirati Arabi Uniti torna di continuo nelle denunce di ONG e centri legali internazionali come potenza che, secondo le accuse, avrebbe un ruolo nel sostegno all’RSF. Gli Emirati negano. Ma il punto politico resta: se la fame è usata come arma, chi fornisce benzina alla macchina della guerra—armi, soldi, droni, protezioni—non è uno spettatore neutrale.

Nel frattempo, Londra annuncia di aver raddoppiato i fondi per il Sudan. Bene, ma non basta “mettere più soldi”: bisogna saperli spendere, rapidamente e vicino alla popolazione, con canali che arrivino davvero dentro l’assedio.

Anche qui, gli stessi organismi indipendenti che lodano l’aumento ricordano che servono staff, procedure snelle, partnership locali, altrimenti i milioni restano numeri e non diventano cibo terapeutico, acqua potabile, cliniche mobili.

E noi? L’Europa che oggi si fotografa mentre celebra le sue “giornate contro la fame” ha davanti un test semplice: aprire corridoi umanitari verificabili e sostenuti da garanzie di sicurezza, imporre condizionalità chiare a chiunque alimenti il conflitto, finanziare reti locali che sappiano operare sotto assedio e proteggere chi raccoglie prove di crimini. Tutto il resto—i comunicati, le conferenze, le parole—sono la colonna sonora della capitolazione morale.

El Fasher non è solo una tragedia lontana. È lo specchio di un mondo in cui la fame è tornata ad essere un’arma legittima, perché nessuno paga davvero il prezzo di usarla. Quando una città intera “sente odore di morte più che di vita”, come ha detto una testimone ai medici che l’hanno soccorsa, significa che abbiamo accettato che l’assedio sia una tecnica come un’altra. E che l’umanitario, senza politica, è solo un sinonimo elegante di impotenza.

“Attack in Sigili village, North Darfur” by UNAMID Photo is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.