Con la galera non si scherza. Lo sanno quelli che ci finiscono per anni, magari in attesa di giudizio, senza soldi per un avvocato decente, senza secondine comprensive né interviste in tv. In Francia invece un ex presidente, condannato per associazione a delinquere nel dossier dei soldi libici, fa venti giorni in una sezione protetta della Santé e ne ricava un diario carcerario da libreria di Natale.
Silvio Pellico ci mise anni di carcere per scrivere Le mie prigioni; Nicolas Sarkozy sforna Journal d’un prisonnier dopo tre settimane, e lo usa soprattutto per rimettere al centro se stesso e la propria “disgrazia”, non le 170 persone morte sul DC-10 UTA 772 e le loro famiglie.
Il libro, uscito il 10 dicembre, è venduto come il racconto intimo di un ex capo di Stato che non avrebbe mai meritato una cella. Sarkozy descrive la vita alla Santé, insiste sulle difficoltà quotidiane, parla di giudici “militanti” che avrebbero manifestato contro di lui, denuncia una giustizia indipendente ma non imparziale. Al tempo stesso trasforma la condanna per i finanziamenti libici alla campagna del 2007 in un caso di persecuzione personale, in cui la figura della vittima è lui.
Dall’altra parte ci sono le “Figlie del DC-10”, madri, sorelle e figlie di alcune delle 170 persone morte il 19 settembre 1989, tra loro molti italiani, quando i servizi di Gheddafi fecero esplodere in volo il DC-10 della UTA sopra il Niger. Abdallah Senoussi, capo dei servizi e cognato del raìs, è stato condannato all’ergastolo in contumacia per quella strage.
È con lui che – secondo la sentenza di settembre – i due collaboratori più vicini di Sarkozy, Brice Hortefeux e Claude Guéant, hanno cercato e ottenuto finanziamenti occulti per la campagna presidenziale 2007, facendogli credere che la sua situazione giudiziaria in Francia potesse “ammorbidire”. Sarkozy è stato condannato proprio per aver permesso e coperto quel rapporto politico con un condannato per terrorismo.
Le Figlie del DC-10 sono oggi parti civili in quel processo. Non difendono un principio astratto, ma la memoria di chi era su quell’aereo. Alla vigilia dell’uscita del libro hanno pubblicato un comunicato in cui parlano della “posizione scioccante” dell’ex presidente.
Nel Journal d’un prisonnier, spiegano, Sarkozy si presenta come bersaglio di famiglie “ingrate e vendicative”: dice di essere stato colpito dalla durezza delle loro parole in aula e rivendica di aver “insistito” per ricevere una delegazione durante la visita ufficiale di Gheddafi a Parigi nel dicembre 2007.
La loro versione è diversa. Quell’incontro, ricordano, arrivò solo dopo ripetute proteste pubbliche, all’ultimo minuto, mentre l’Eliseo stendeva tappeti e montava la tenda del raìs nel cuore di Parigi. Non fu un gesto spontaneo, ma una concessione ottenuta a forza in un quadro in cui la presidenza francese stava normalizzando, anche visivamente, il capo di un regime che non aveva mai riconosciuto la propria responsabilità per l’attentato e non aveva mai chiesto scusa alle famiglie.
Nel libro Sarkozy aggiunge che le famiglie, all’epoca, avevano negoziato con la Libia un indennizzo di un milione di euro a testa; a suo giudizio, questo renderebbe “difficile” criticare oggi chi, come lui, intratteneva rapporti diplomatici con lo stesso regime.
Le Figlie del DC-10 lo smentiscono in modo netto: l’accordo di risarcimento non ha mai assolto Gheddafi, né ha giustificato l’uso di quella strage come sfondo per nuove trattative. Accettare un indennizzo dopo anni di battaglie legali, quando non c’è più altro strumento, non significa considerare chi paga improvvisamente legittimo.
La linea di confine è chiara: una cosa è chiudere, per quanto possibile, un contenzioso con un regime che ha fatto saltare in aria un aereo civile; un’altra è tornare da quel regime, e dal responsabile condannato della strage, per cercare denaro per una campagna elettorale interna. Nel primo caso si prova a ricomporre un danno irreparabile; nel secondo si mette quel danno al servizio di un progetto di potere personale.

Sarkozy prova a coprire questo scarto con il linguaggio della realpolitik: nel libro sostiene che il dialogo con Gheddafi e i suoi uomini era necessario “nella lotta al terrorismo”. Per le famiglie è una formula rovesciata: Gheddafi ha usato il terrorismo, non lo ha combattuto.
Ha protetto a lungo Senoussi, responsabile non solo del DC-10 ma di altre operazioni mai riparate. Parlare di lui come partner obbligato nella lotta al terrorismo, agli occhi di chi ha perso un parente su quel volo, è semplicemente un’eresia.
Il processo sui finanziamenti libici ha mostrato, attraverso udienze serrate – comprese quelle di Hortefeux e Guéant – che Sarkozy non poteva ignorare i legami strettissimi fra il suo entourage e Senoussi. Non si tratta di un contatto casuale, ma di una catena organizzata: incontri, mediazioni, promesse.
Proprio per questo le Figlie del DC-10 definiscono il libro un “nuovo rullo compressore”: dopo aver dovuto combattere per anni contro l’oblio, contro la voglia di archiviare la strage in nome degli interessi francesi in Libia, ora devono difendersi da un ex presidente che usa la propria breve detenzione per ribaltare ancora una volta i ruoli, trasformandole in accusatrici ingiuste.
Yohanna Brette, figlia di un’assistente di volo morta nell’attentato, dice che da Sarkozy si aspettavano “discrezione e decenza”. La rapidità con cui ha scritto e pubblicato il libro – nell’intervallo fra la condanna e l’appello – provoca “rabbia e disgusto per le bugie che ci ha raccontato”. Sottolinea come sia stato lui a tenere vivo il processo con le sue negazioni e oggi tenga vivo il tempo tra un grado di giudizio e l’altro con le sue “buffonate”: al centro, continua a esserci solo la sua disgrazia, la sua famiglia, mai le conseguenze delle sue decisioni.
In coda al diario carcerario c’è anche un messaggio politico preciso. Sarkozy scrive che il Rassemblement National di Marine Le Pen non è più un pericolo per la Francia e invita la destra tradizionale a superare il “fronte repubblicano” e a trattare l’estrema destra come un alleato possibile.
Ringrazia esponenti del RN per il sostegno durante la detenzione e si posiziona come consigliere strategico di una destra pronta a “sporcarsi le mani” pur di restare in gioco. È un ulteriore scivolamento: l’uomo che ha costruito la propria immagine sulla fermezza di fronte ai “regimi canaglia” oggi tende la mano alla stessa destra radicale che più spesso ha guardato con simpatia a certi regimi autoritari.
Il nodo, a questo punto, non è la psicologia di Sarkozy né la sua capacità di marketing editoriale, ma la tenuta delle garanzie costituzionali. Un presidente che accetta, direttamente o indirettamente, soldi da un apparato di Stato condannato per terrorismo non commette un peccato di ingenuità: introduce nella vita democratica una forma di inquinamento strutturale.
La condanna per associazione a delinquere nel dossier libico è il segno che la giustizia francese ha riconosciuto questa contaminazione. Nessun diario di venti giorni può cancellarla.
Che quell’esperienza carceraria privilegiata venga oggi brandita per delegittimare i giudici, rimettere ordine a proprio uso nei rapporti con il regime libico e spingere la destra verso l’alleanza con l’estrema destra dice molto di più sulla traiettoria politica di Sarkozy che sulle condizioni alla Santé.
E dice qualcosa anche sulla gerarchia dei dolori che contano nello spazio pubblico: la fatica di chi da trentasei anni porta il peso di 170 morti vale una colonna; le tre settimane di isolamento di un ex presidente diventano libro, talk show, occasione per riscrivere la storia.



