Il 21 ottobre Nicolas Sarkozy entrerà a La Santé, a Parigi. Sarà il primo ex presidente della Repubblica francese a varcare la soglia di un penitenziario: condanna a cinque anni, esecuzione immediata decisa dal tribunale penale di Parigi, ingresso nel reparto per detenuti “vulnerabili”. Il ricorso non lo fermerà: potrà discutere pene alternative, non evitare l’incarcerazione.
È un passaggio storico, ma non è solo questo che conta. Contano i capi d’imputazione, le prove che il tribunale ha ritenuto sufficienti e, soprattutto, la scia lunga di un rapporto opaco con la Libia di Muʿammar Gheddafi, nel cui catalogo di crimini c’è anche un attentato aereo quasi rimosso dall’opinione pubblica europea.
La condanna ruota attorno a un’accusa precisa: associazione a delinquere. Secondo i giudici, tra il 2005 e il maggio 2007, quando era ministro, leader dell’UMP e candidato all’Eliseo, Sarkozy permise e coprì l’azione dei suoi collaboratori che – in suo nome – cercarono a Tripoli sostegni finanziari per la campagna presidenziale del 2007.
Non è stato provato un flusso documentato di milioni dalla Libia al comitato elettorale: la corte ha persino scritto che non può affermare con certezza l’arrivo di somme oltre una manciata di contanti. Ma ha giudicato “di eccezionale gravità” l’attivazione del canale politico con uno Stato canaglia per trarne un vantaggio elettorale. In questo sta la sostanza giuridica della sentenza: non l’arricchimento personale, ma l’uso del potere per piegare la politica estera a una convenienza di campagna.
Il punto più delicato, che rende questo caso diverso da ogni altro, è la cornice libica. La Libia di Gheddafi non era solo un partner scomodo: era un regime già inchiodato da verdetti francesi per terrorismo internazionale. Nella storia restano le condanne in contumacia del 1999 per la strage del volo UTA 772 del 19 settembre 1989: un DC-10 disintegrato su Ténéré, nel Niger, quarantasei minuti dopo il decollo.
Una bomba in una valigia caricata a Brazzaville fece a pezzi l’aereo e le vite di 171 persone. Tra loro, dieci italiani. Il giudice Bruguière attribuì la regia ai servizi del colonnello, con Abdallah al-Senoussi – cognato di Gheddafi – come fulcro operativo. Nel 2004 Tripoli accettò di risarcire le famiglie con un fondo speciale. A Parigi e in mezzo mondo si parlò allora di “rientro della Libia nella comunità internazionale”. È dentro questa geopolitica della riammissione che, secondo l’accusa, si muove la rete sarkozista: cercare denaro dove c’erano ancora macerie morali.
Perché insistiamo sull’UTA 772? Perché quel volo “dimenticato”, nove mesi dopo Lockerbie, è il promemoria di cosa significhi stringere patti con un regime responsabile di attentati. Non è un dettaglio per storici: è il contesto che rende politicamente esplosiva l’idea che un candidato all’Eliseo possa sollecitare favori a Tripoli.

A maggior ragione quando, appena eletto nel 2007, Sarkozy riceve Gheddafi all’Eliseo con tutti gli onori, inaugurando la stagione delle grandi corti occidentali al raìs, poi chiusa – anche per scelta francese – con l’intervento militare del 2011. Le famiglie delle vittime, francesi e non, lo hanno ricordato entrando come parti civili nell’istruttoria attuale: non per un risarcimento, già negoziato vent’anni fa, ma per una verità politica sullo scambio fra potere e denaro sporco.
Sarkozy respinge tutto, parla di “ingiustizia incredibile” e promette battaglia “a testa alta”. È già stato condannato in altri procedimenti (corruzione, finanziamento illecito in Bygmalion), ma il fascicolo libico resta il più grave dal punto di vista costituzionale: tocca il cuore della funzione presidenziale.
Se un tribunale ritiene provato che un candidato aprì canali verso un regime terrorista per cercare fondi, il danno non è solo penale. È civile. Corrode la fiducia nella neutralità dello Stato e nella dignità dell’Eliseo, a prescindere dai milioni effettivamente arrivati o meno.
Il 21 ottobre, quando la porta di La Santé si chiuderà dietro l’ex presidente, la Francia registrerà un precedente. Ma la notizia vera non è il metallo della serratura: è la lezione che resta. La politica europea degli anni Duemila – non solo quella francese – si è spesso mossa su una linea ambigua: riabilitare la Libia per ragioni energetiche, migratorie, commerciali, pur con la consapevolezza di un passato di stragi.
Da Parigi a Roma, gli archivi ricordano strette di mano e trattati firmati mentre le famiglie dell’UTA 772 e di Lockerbie cercavano ancora giustizia. Il processo a Sarkozy rimette quel passato al centro. Dice che il confine tra realpolitik e compromesso inaccettabile non è invisibile: attraversarlo ha un costo, anche molti anni dopo.
Qui sta il valore pubblico della sentenza: non l’idea vendicativa che “finalmente un potente paga”, ma la riaffermazione che il denaro di un regime terrorista non è neutro. Se entra nella politica di una democrazia, la contamina, anche quando non lascia tracce contabili perfette.
E se un ex capo di Stato finisce in cella per aver consentito quella ricerca di fondi, il messaggio che parte da Parigi attraversa le capitali europee: la scorciatoia con i dittatori presenta il conto, prima o poi. Non è moralismo: è igiene costituzionale.



