Cronisti nel mirino: nel 2025 uccisi 111 giornalisti

Non è un incidente di percorso della storia: è una contabilità di guerra. La Federazione internazionale dei giornalisti ha pubblicato il suo bilancio 2025: 111 giornalisti e operatori dei media uccisi dall’inizio dell’anno, 7 donne fra loro. Quasi la metà, 51 persone, avevano una sola colpa: raccontare Gaza. A questo link trovate la lista dei colleghi uccisi.

Numeri secchi, che però misurano qualcosa di molto preciso: la trasformazione del giornalismo in bersaglio deliberato. Dal 1990 la Federazione ha registrato 3.156 uccisioni, una media di 91 l’anno, con 859 colleghi ammazzati solo nell’ultimo decennio.

Gaza, laboratorio di impunità

Nel Medio Oriente e nel mondo arabo la Federazione conta 69 uccisioni: il 62% del totale globale. Di queste, 51 a Gaza. È lì che la guerra non si accontenta di fare strage di civili: smonta sistematicamente chi prova a documentarla.

Anche Reporters sans frontières, nel suo bilancio annuale, indica Gaza come il luogo più letale al mondo per i giornalisti: 67 cronisti uccisi nel periodo considerato, il 43% dei quali nella Striscia, e Israele segnalato come peggior nemico della stampa per il terzo anno consecutivo.

Le cifre cambiano a seconda di chi conta e del periodo considerato, ma la fotografia è identica: il giornalismo di guerra è diventato un reato punito con la morte. Mentre gli eserciti negano la volontarietà degli attacchi, le organizzazioni di categoria parlano di uccisioni mirate e “doppi colpi” contro le postazioni stampa.

Dallo Yemen al Sudan: redazioni sotto le bombe

Il Medio Oriente non è solo Gaza. Tredici giornalisti sono stati uccisi in un unico attacco a una redazione in Yemen, colpita durante un’operazione militare. È una delle peggiori stragi mai registrate contro un organo di informazione. In Siria e in Iran altri cronisti vengono assassinati per ragioni direttamente legate al loro lavoro.

In Africa il punto caldo è il Sudan, dove la guerra interna ha fatto sei vittime fra i cronisti nel solo 2025. Nel complesso il continente conta nove giornalisti uccisi e una ventina in carcere, con Paesi in cui i colleghi restano dietro le sbarre da oltre un decennio, cancellati dalla scena pubblica.

Qui la violenza è duplice: da un lato i colpi sparati da eserciti regolari e milizie, dall’altro il diritto penale trasformato in arma per incarcerare chi racconta corruzione, saccheggio di risorse, violazioni dei diritti.

Ucraina, droni e fronti europei

L’Europa che ama presentarsi come “spazio di libertà” nel 2025 conta 10 giornalisti uccisi: otto in Ucraina, uno in Russia e uno in Turchia.

In prima linea non ci sono solo proiettili vaganti: cresce l’uso di droni per colpire le squadre dei media, i loro veicoli, i punti da cui osservano il fronte. Non si distrugge solo il segnale: si distrugge chi lo porta.

È il segno di un salto tecnologico della censura di guerra. La stessa tecnologia che promette “precisione chirurgica” nei bombardamenti viene utilizzata per rendere cieca l’opinione pubblica.

La “messicanizzazione” della violenza

Dall’altra parte dell’Atlantico la mappa del sangue è più frammentata ma non meno chiara. Nelle Americhe il bilancio parla di otto giornalisti uccisi: tre in Messico, tre in Perù, uno in Colombia e uno in Ecuador.

Reporters sans frontières parla di “messicanizzazione” della violenza: un modello in cui cartelli, mafie locali, clan politici e apparati di sicurezza cooperano – o si coprono a vicenda – affinché chi indaga su narcotraffico, affari sporchi, land grabbing, megaprogetti estrattivi venga fatto sparire o venga trovato morto.

È una violenza che assomiglia molto a quella contro gli attivisti per il diritto alla terra, i sindacalisti di fabbrica, i difensori dei diritti sociali: stessa logica, stessi mandanti, stessa impunità.

Numeri diversi, stesso messaggio

IFJ, RSF, CPJ. Tre contatori, tre metodologie, nessuna tregua nei numeri.

La Federazione internazionale dei giornalisti conta 111 morti nel 2025 e più di 500 giornalisti incarcerati. Reporters sans frontières registra 67 uccisioni in dodici mesi, oltre 500 colleghi in carcere, più di un centinaio dispersi o ostaggi. Il Committee to Protect Journalists segnala 79 giornalisti uccisi con “motivo confermato” e, in una lettura più ampia che include anche altri operatori, 122 persone uccise nel 2025, con circa il 43% dei morti legati al conflitto Israele-Gaza.

Le discrepanze non annullano, anzi rafforzano il messaggio: se racconti la guerra, la povertà, la corruzione, entri in un perimetro di rischio che non è più “caso” ma strategia.

Ciò che accomuna i rapporti è la denuncia dell’impunità: in nove casi su dieci chi uccide un giornalista non viene mai condannato. L’omicidio del cronista è, nella pratica, un reato a basso rischio.

La richiesta di una convenzione ONU e l’informazione povera

Nel suo rapporto la Federazione internazionale dei giornalisti arriva al punto: serve un trattato internazionale vincolante per la protezione dei giornalisti, una convenzione ONU che trasformi in obblighi chiari la difesa di chi informa e la lotta all’impunità. È una richiesta che i sindacati portano avanti da anni, mentre gli Stati rispondono con dichiarazioni di principio e pochi fatti.

Per un giornale che si occupa di povertà economica e povertà culturale, questa mappa di sangue non è un tema “di categoria”: è il cuore del problema.

Dove non c’è informazione indipendente, prosperano guerra, fame, corruzione, sfruttamento. Dove chi racconta viene ammazzato, i poveri perdono l’unico alleato che hanno: qualcuno che raccolga le loro prove, le loro denunce, la loro versione dei fatti.

Il 2025, con i suoi 111 nomi, ci dice che la guerra alla povertà passa anche dalla difesa di chi ha in mano una telecamera, un taccuino, un microfono. Finché il cronista resta un bersaglio, la verità resterà un lusso per pochi.