Il Campo largo vince, ma non sa ancora governare

Il referendum costituzionale sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026 ha fornito un’immagine inequivocabile: il No ha respinto la riforma voluta dal governo Meloni con un margine sufficientemente chiaro da impedire qualsivoglia lettura di tipo consolatorio. Le ricostruzioni convergono su un’affluenza vicina al 59% e su una sconfitta politica rilevante per l’esecutivo. Secondo LaPresse, che richiama i dati di Eligendo, il No si è attestato al 53,74% e il Sì al 46,26%.

Al tempo stesso, non si è trattato soltanto di una sconfitta numerica. Come ha osservato Jess Middleton, senior Europe analyst di Verisk Maplecroft, «l’Italia, negli ultimi anni, ha smentito la sua reputazione di instabilità governativa».

Proprio per questo, la battuta d’arresto referendaria trascende il mero dato contingente, perché, sempre secondo Middleton, essa «incrina l’immagine di forza della Meloni, indebolendo il suo status di pilastro della stabilità interna e di attore coerente in un panorama politico europeo sempre più volatile». In altri termini, il referendum non colpisce solo una riforma del governo, ma incrina anche quella rappresentazione di solidità e quasi invulnerabilità politica che la premier era riuscita a costruire in questi anni.

Parimenti, fermarsi qui significherebbe limitarsi appena alla superficie, perché i veri vincitori del referendum non sono stati il Partito democratico, né il Movimento 5 Stelle, né la variegata galassia di partiti e forze di sinistra, che pure oggi cantano vittoria. I veri vincitori sono stati i magistrati che hanno sostenuto il No, ossia, in soldoni, l’ANM, che è riuscita nell’operazione politicamente più difficile: trasformare una riforma tecnica in un giudizio di sistema sul rapporto tra Costituzione, indipendenza della magistratura ed equilibrio dei poteri.

Non è un caso che Carlo Nordio abbia parlato apertamente di “vittoria dell’Anm”, mentre il giorno dello scrutinio i magistrati festeggiavano in diversi tribunali, persino intonando, a Napoli, i cori di “Bella Ciao”.

La prima conseguenza politica del referendum sembra dunque essere quella che il governo esce sconfitto, ma la magistratura associata esce rafforzata, simbolicamente e strategicamente. Rafforzata non soltanto perché la riforma è stata fermata, ma perché il partito dell’ANM è riuscito ad imporre il proprio frame del conflitto.

Il terreno non è stato quello della funzionalità del sistema giudiziario, della lentezza dei processi, delle carenze organizzative o della responsabilità dei magistrati, bensì quello, assai più “primordiale” nella testa delle persone, della difesa della Costituzione, del rischio di uno sbilanciamento a favore dell’esecutivo e di una minaccia portata all’autonomia della giurisdizione.

Temi, quelli richiamati, pienamente abbracciati dai partiti di centrosinistra/sinistra attorno ai quali è venuta modellandosi la campagna del No, come anche richiamato dalle analisi dell’Istituto Cattaneo che ha messo in evidenza proprio la mobilitazione straordinariamente elevata delle opposizioni.

Qui si innesta il secondo punto, più scomodo, per il centrosinistra/sinistra: la sua è stata, almeno sin qui, una vittoria di Pirro. Ha vinto, certo. Ha costretto Giorgia Meloni alla prima vera sconfitta plebiscitaria della sua stagione. Ha ritrovato, attorno al No, una postura comune, tuttavia limitata ad un obiettivo del tutto specifico come può essere un referendum.

Detto in maniera ancora più chiara, ha dimostrato di saper convergere contro qualcosa, non per qualcosa (che non sia lo status-quo). Lo stesso Istituto Cattaneo ha evidenziato che il risultato del referendum non può essere letto sic et simpliciter come anticipo delle future elezioni politiche e in ogni caso, anche trasponendo schematicamente tutti i No nel campo largo, la maggioranza parlamentare resterebbe al più risicata.

In altre parole, il No unisce, ma non fonda (ancora?) un’alternativa solida. In questo sembra consistere il paradosso dell’attuale centrosinistra/sinistra italiana, che il referendum ha, pur in maniera indiretta, riportato alla luce. Quando si tratta della fase destruens e il tema in oggetto tocca il suo immaginario profondo – la difesa della Costituzione, il rifiuto di un eccesso di potere dell’esecutivo, la memoria antifascista evocata persino simbolicamente nei festeggiamenti del dopo-voto – la sinistra ritrova nervi, linguaggio, militanza e capacità di mobilitazione.

Giusi Bartolozzi – Capo di gabinetto del ministero della giustizia – Di dati.camera.it, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=75602991

In questo senso il Cattaneo ha parlato di partecipazione “straordinaria” degli elettorati di opposizione e altri resoconti, per esempio Reuters, hanno mostrato come il No sia stato vissuto anche – se non soprattutto, mi permetto di aggiungere – come argine identitario e non solo come dissenso tecnico sulla riforma.

La fase construens, però, è un’altra cosa, perché richiede una sintesi tra culture politiche diverse, una gerarchia di priorità, un programma condiviso, una leadership accettata e più di tutto una grammatica comune tra riformismo, sinistra sociale, populismo progressista e liberalismo residuale.

Tutto questo, oggi, non si vede all’orizzonte. Al contrario, si registrano dichiarazioni ancora “a ranghi sparsi”. Mentre Elly Schlein parla di “maggioranza alternativa” e prova a dare un’agenda su salute, lavoro, casa e scuola, Giuseppe Conte rivendica il voto del referendum come un avviso di sfratto al governo Meloni e insiste sulla necessità di batterla alle elezioni. La coalizione, campo largo, stretto o medio che sia e sarà, esiste al presente come una somma di rifiuti o, nella migliore delle ipotesi, come un accrocchio di proposte assai difficilmente assimilabili nell’immediato futuro.

Per questo il centrosinistra/sinistra erra a confondere il referendum con una prova generale delle prossime future elezioni politiche. Le consultazioni referendarie, in Italia, tendono spesso a caricarsi di significati eccedenti il merito del quesito. Un dato, questo, riscontrabile in molti elettori, i quali hanno usato il voto per esprimere un giudizio politico sull’attuale governo piuttosto che sulla complessiva architettura della riforma.

È precisamente qui che sta il limite della lettura trionfalistica: il No è stato insieme voto di merito (componente minoritaria), voto di allarme costituzionale e voto di sfiducia politica. Ciononostante, un voto composito non equivale automaticamente a un blocco sociale e politico pronto a governare.

Il punto, allora, è che il referendum ha premiato chi ha saputo costruire il racconto più efficace del pericolo, non chi ha saputo presentare gli argomenti più convincenti in difesa o contro il testo della riforma. L’ANM, da questo punto di vista, ha vinto due volte, avendo difeso il proprio spazio di autonomia e “costretto” i partiti del No a muoversi sul suo terreno simbolico.

Il centrosinistra/sinistra, al contrario, ha vinto una battaglia che rischia di non saper capitalizzare, perché fermare una riforma della giustizia in nome della difesa della Costituzione è cosa ben diversa dal convincere gli elettori che una data coalizione saprà governare giustizia, economia, welfare, politica estera e sicurezza con una linea comune.

Da ultimo, questo referendum sembra suggerire tre cose. La prima: Giorgia Meloni ha subito una sconfitta politica vera, certamente non definitiva, ma comunque vera. La seconda: il soggetto che esce più forte non è il campo largo in quanto tale, bensì la magistratura del No, con l’ANM al centro.

Ciò che avrà come inevitabile corollario un massiccio rafforzamento della funzione supplente della magistratura rispetto alla politica. La terza: il centrosinistra/sinistra italiano resta formidabile quando deve opporsi, denunciare, allarmare, difendere, meglio ancora se tali posture chiamano in causa evergreen metafisici come la difesa della Costituzione o l’antifascismo; molto meno quando deve edificare un orizzonte comune.

È la sua forza e al contempo il suo limite. Il problema è che, finché la fase destruens continuerà ad essere migliore della fase construens, ogni vittoria rischierà di trasformarsi tutte le volte in una vittoria di Pirro.