Dopo aver perso il referendum sulla giustizia, Meloni ha fatto quello che fanno i capi quando sentono odore di urne anticipate: ha buttato giù dal pullman i passeggeri che cominciano a puzzare troppo. Però con stile, naturalmente.
Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi non sono stati cacciati: si sono “dimessi”. Cioè sono stati accompagnati alla porta con il solito galateo ipocrita del potere, quello per cui nessuno viene mai rimosso, al massimo “fa un passo indietro” per il bene delle istituzioni. Dopo la batosta referendaria Meloni ha chiesto teste.
Il punto è che non sta facendo pulizia. Sta facendo lavanderia rapida.
Perché Delmastro, Bartolozzi, Santanchè e pure Nordio non sono meteore capitate per errore sopra Palazzo Chigi. Sono la gente che Meloni si è scelta. Non oggi: ieri. Quando servivano a presidiare il potere, ad alzare i toni, a sfidare i magistrati, a dare al governo quell’aria da caserma permalosa che piace tanto alla destra quando vince, andavano benissimo.
Adesso che il referendum ha incrinato il mito della capa che non sbaglia mai, diventano zavorra. E la zavorra, si sa, si butta in mare.
In mezzo a questo spettacolo c’è Carlo Nordio, che riesce sempre nel miracolo di sembrare estraneo al disastro anche quando il disastro gli cade addosso dal soffitto. Dice che va avanti, che prende atto, che non cambia linea. Certo.
Intanto nel suo ministero saltano un sottosegretario e una capo di gabinetto. Un capolavoro: il ministro immobile in mezzo alle macerie, con l’espressione di uno che crede ancora di stare dirigendo i lavori.
E poi c’è Santanchè, che infatti è il problema vero. Perché a differenza degli altri non sembra disposta a farsi gentilmente accompagnare fuori per contribuire alla fiction della responsabilità condivisa.
Meloni la vuole dimissionaria, ma Santanchè resiste. E lì la premier rischia il corto circuito: finché gli altri fingono di andarsene da soli, il teatrino regge; quando una ministra decide di non collaborare alla menzogna, allora si vede il trucco.
La verità è quasi comica: Meloni non sta moralizzando niente. Sta solo cercando di arrivare alle elezioni anticipate con un equipaggio meno imbarazzante in copertina. Non le fa orrore il marcio. Le fa orrore il marcio che non rende più.
Questa è la sua scommessa: fingersi severa con i suoi per non pagare lei il conto. Ma il conto, prima o poi, arriva. E la parte più divertente è che non glielo stanno presentando gli avversari. Glielo stanno presentando quelli di cui si è circondata. Come sempre.



