Il business illegale degli abiti usati: tra false onlus e traffico di rifiuti

Ogni anno, in Italia, migliaia di tonnellate di abiti usati vengono raccolte con la promessa di aiutare i più bisognosi. Cassonetti gialli con loghi rassicuranti, campagne di solidarietà e raccolte porta a porta danno l’impressione di un sistema virtuoso in cui il riuso degli indumenti diventa uno strumento di aiuto e sostenibilità. Ma la realtà spesso è un’altra.

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha svelato l’esistenza di un business illecito legato alla gestione degli abiti usati. Una società, sotto la copertura della onlus “Africa nel cuore”, raccoglieva e immetteva nel mercato prodotti tessili e accessori senza alcun trattamento o igienizzazione. I vestiti, ritirati dai cassonetti stradali e tramite raccolte porta a porta, venivano rivenduti in Italia e all’estero con false certificazioni di “materie prime secondarie”, un’etichetta che serviva a mascherare la loro reale natura di rifiuti urbani non pericolosi.

La Cassazione conferma il reato di traffico illecito di abiti usati ovvero rifiuti

Secondo la Suprema Corte, gli indumenti raccolti in strada o consegnati a società private sono a tutti gli effetti rifiuti, a meno che non vengano sottoposti a un trattamento di recupero e sanificazione. L’obbligo di igienizzazione, che la difesa aveva contestato sostenendo fosse solo facoltativo, è stato invece ritenuto essenziale dai giudici per la reimmissione nel ciclo di consumo e per ottenere le certificazioni sanitarie necessarie.

La sentenza è stata emessa sulla base di dati allarmanti: 7mila tonnellate di vestiti usati in due anni sono state rivendute senza alcun trattamento, generando un giro d’affari illecito da 2,5 milioni di euro. Il tutto sfruttando un sistema fraudolento che faceva leva sulla buona fede dei donatori e sull’assenza di controlli nella filiera della raccolta.

Quando la beneficenza di abiti usati è solo un’etichetta

Il caso portato all’attenzione della Cassazione non è isolato. In passato, diverse inchieste hanno dimostrato come il sistema della raccolta di abiti usati sia spesso un’area grigia tra beneficenza e speculazione commerciale.

Un’indagine ha svelato che gli abiti raccolti tramite i cassonetti gialli con il logo della Caritas, invece di finire nelle mani dei bisognosi, venivano rivenduti da intermediari legati alla criminalità organizzata, in particolare alla camorra. In altre occasioni, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust) ha multato aziende e consorzi per aver utilizzato informazioni ingannevoli sui cassonetti, facendo credere ai cittadini che gli abiti sarebbero stati donati, mentre in realtà venivano commercializzati per profitto.

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La sentenza della Cassazione richiama anche la legge 166/2016, che stabilisce che gli abiti donati non sono considerati rifiuti solo quando vengono consegnati direttamente presso le sedi operative di enti senza scopo di lucro. Se la raccolta avviene invece attraverso cassonetti stradali o servizi porta a porta gestiti da società private, quegli abiti sono da considerarsi rifiuti e devono essere trattati come tali prima di essere rimessi in commercio.

Un giro d’affari milionario e pochi controlli

Il settore del recupero degli abiti usati muove milioni di euro ogni anno. Secondo dati recenti, in Italia vengono raccolte oltre 130mila tonnellate di vestiti usati ogni anno, ma solo una parte finisce realmente in circuiti benefici. Il resto prende altre strade:

  • Rivendita in mercati paralleli in Italia e all’estero senza alcuna garanzia sanitaria.
  • Esportazione illegale in Africa e Asia, dove vengono venduti in mercati informali con un impatto devastante sulle economie locali.
  • Smaltimento illegale per evitare i costi di trattamento e recupero.

Molti degli indumenti che finiscono sui banchi dei mercati di strada in Italia, o che vengono venduti a prezzi stracciati nei negozi dell’usato, provengono da circuiti opachi, dove il confine tra legalità e illegalità è sottilissimo.

Un sistema da riformare

La recente sentenza della Cassazione segna un precedente importante, confermando che la raccolta indiscriminata e la rivendita di abiti senza trattamento non è un’attività commerciale lecita, ma un reato. Tuttavia, senza controlli più rigidi e maggiore trasparenza sulla destinazione degli abiti donati, il problema resterà irrisolto.

Per evitare che la beneficenza si trasformi in un pretesto per speculazioni illecite, servono regole più chiare, tracciabilità nella filiera della raccolta e una maggiore consapevolezza da parte dei cittadini su dove finiscono davvero gli abiti che decidono di donare.

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