Povero il re. E povero anche il cavallo. Gli Epstein files in UK

Sembra davvero un’edizione dal vivo della canzone di Enzo Jannacci “Ho visto un re”. In UK, nel 2026, la scena si ripete con una fedeltà quasi commovente: Carlo prova a restare in piedi con l’aria di chi “rappresenta” la nazione, e il cavallo — cioè quello che si scarica quando bisogna salvare la carrozza — ha il nome più lungo e la reputazione più corta: Andrew Mountbatten-Windsor, ex principe Andrea.

Arresto, titoli, foto, rilascio “under investigation”, che fa molto serie tv. In pratica: non è ancora un processo, ma è già una sentenza sociale. E il punto, per la monarchia, non è neanche stabilire la verità giudiziaria. Il punto è difendere l’istituzione da una domanda che, per loro, è sempre più oscena della colpa: perché dobbiamo sopportarvi?

A Diogene — vale la pena sottolinearlo — ancora non riusciamo a capacitarci che nel XXI secolo un fesso qualsiasi, solo per il capriccio di una combinazione casuale tra ovuli e spermatozoi posatisi per caso in una famiglia e non in un’altra, possa governare milioni di persone. È una lotteria biologica elevata a forma di Stato. Neanche lo fingiamo il rispetto per questa gente.

Andiamo quindi al punto: Andrea, accusato di stupro da Virginia Giuffrè, morta suicida, è il cavallo ideale. Lo è perché è diventato indifendibile da anni. Lo è perché il suo nome è incollato a Jeffrey Epstein come una macchia che non viene via. Lo è perché, nella narrativa pubblica, puoi farlo scivolare dal “principe” al “porco” senza che nessuno protesti.

Ma attenzione: se a noi un personaggio del genere fa schifo in quanto complice di un vero e proprio traffico di esseri umani e violenze, di queste vittime fin qua non è interessato molto, se non per forma, alle istituzioni britanniche. Andrea viene arrestato e probabilmente incriminato per aver rivelato segreti commerciali di Stato.

Ecco: per questo motivo non va per niente bene che venga sacrificato soltanto lui. Perché Epstein non è un episodio, è un metodo. Non è un vizio privato, è un ecosistema. E gli ecosistemi non finiscono con un arresto spettacolare, un comunicato compassato, una faccia sacrificabile. Gli ecosistemi finiscono quando si smonta la rete: chi apriva porte, chi copriva, chi procurava, chi normalizzava, chi faceva finta di non vedere.

Il rischio è che si dia Andrea in pasto all’opinione pubblica per cancellare il resto con un colpo di spugna. Una specie di amnistia emotiva: “abbiamo trovato il colpevole, ora possiamo tornare a parlare d’altro”. È un meccanismo antichissimo, e infatti funziona benissimo con la monarchia: ti vendono una famiglia come destino nazionale, poi quando uno dei parenti è ingombrante lo presentano come eccezione.

Perché i “file” di Epstein — chiamateli dossier, archivi, pagine, video, quello che volete — quel sistema di ricatto a sfondo sessuale non è un affare “solo americano”. Nei piani alti di qualsiasi nazione il privato è una valuta: compra accessi, silenzi, favori. Ed è ricatto.

By Unknown – via Library and Archives Canada, Flickr, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=27933715

Nella patria dello scandalo Profumo è bizzarro che qualcuno faccia finta di scandalizzarsi con fervore vittoriano. Il potere, quando crede di essere intoccabile, costruisce automaticamente una zona d’ombra. E quella zona d’ombra è sempre sfruttabile: da avversari, da criminali, da chiunque abbia interesse a comprare o a minacciare.

Epstein è una storia europea quanto americana, perché i meccanismi che l’hanno reso possibile sono transnazionali. La ricchezza, il prestigio, la capacità di far sparire le persone in un giro di inviti e jet, non hanno passaporto. E soprattutto non hanno vergogna.

Carlo, nel frattempo, fa il Carlo: cioè prova a essere un sovrano contemporaneo con gli strumenti di un medioevo ben pettinato. Deve far vedere che “la legge fa il suo corso”, deve prendere le distanze, deve recitare il ruolo del garante morale di un sistema che morale non può essere, per definizione: perché se la legittimazione non nasce dal voto, deve nascere dal mito, e il mito non sopporta i dettagli.

Povero il re, dunque. Povero in senso metaforico naturalmente, proprio nel significato volgare di un povero disgraziato qualunque che vive di rituali e muore di reality. Povero perché ogni sua mossa somiglia a una manovra di marketing: allontanare il fratello, salvare la faccia, sperare che il pubblico si stanchi. Soprattutto che non si stanchi di elargire milioni di sterline l’anno pubblici a una famiglia da b-movie.

E povero anche il cavallo, sì. Ma attenzione: povero non nel senso che merita pietà. Povero nel senso che viene usato. Viene usato per chiudere la storia. Viene usato per rendere tutto “gestibile”. Viene usato per trasformare un sistema in un caso personale: il principe depravato, l’amicizia sbagliata, la caduta inevitabile. Fine.

Il punto politico, invece, è un altro e sta in una domanda che la monarchia teme più delle accuse: fin dove arriva davvero la verità quando comincia a fare male ai piani alti? Se alla fine pagherà solo Andrea, non sarà “giustizia” nè per le vittime sue e di Epstein nè per il Regno Unito: sarà solo la ripittura fresca di un muro crepato.

E allora sì, riderà anche il popolo — non perché è felice, ma perché ha capito il trucco. E in quel momento la monarchia scoprirà che le risate del popolo fanno male. Che svelano come il potere ereditario sia una barzelletta lunga, una barzelletta oscena quando la si usa per coprire una rete criminale globale con il sacrificio di un solo cavallo.

“E sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re
fa male al ricco e al cardinale
diventan tristi se noi piangiam!”

By The Trump White House – White House on Twitter, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=175187542