Dall’Italia sono partiti 8,6 miliardi di euro nel 2025 sotto forma di rimesse: denaro che i migranti hanno inviato alle famiglie nei Paesi d’origine. Il dato, rilevato dalla Banca d’Italia e riportato dal portale istituzionale Integrazione Migranti, segna una crescita del 3,9% rispetto all’anno precedente.
Dietro questa cifra ci sono stipendi, risparmi e bilanci familiari divisi tra il luogo in cui si lavora e quello in cui vivono genitori, figli, coniugi.
Il confronto proposto dalla prima anticipazione del Dossier Statistico Immigrazione 2026 è politicamente significativo: nello stesso anno l’aiuto pubblico italiano allo sviluppo è stato pari a circa 6,5 miliardi di euro.
Le rimesse lo hanno superato di oltre due miliardi. Il rapporto è curato da IDOS, con il Centro studi Confronti e l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”.
Sono flussi diversi, con destinazioni e funzioni che non coincidono. Metterli a confronto serve però a interrogare le priorità pubbliche: quanto impegna lo Stato e quanto, invece, viene affidato alla capacità dei singoli di sostenere chi è rimasto altrove?
Il contributo dei migranti non può diventare un alibi per ridimensionare la responsabilità dei governi.
La ritirata degli aiuti è documentata dall’Ocse. Secondo i dati preliminari, nel 2025 i Paesi del Comitato per l’aiuto allo sviluppo e gli associati hanno destinato alla cooperazione 174,3 miliardi di dollari, il 23,1% in meno in termini reali rispetto al 2024. È la maggiore contrazione annuale mai registrata.

Germania, Stati Uniti, Regno Unito, Giappone e Francia hanno tutti ridotto i finanziamenti, determinando quasi il 96% del calo complessivo. Gli aiuti umanitari sono diminuiti del 35,8%.
La questione italiana riguarda anche l’impiego delle risorse. Secondo l’anticipazione IDOS, nel 2024 il 26,7% dell’aiuto pubblico allo sviluppo è stato contabilizzato per l’accoglienza dei rifugiati sul territorio nazionale.
Il Dossier solleva inoltre un problema di indirizzo del Piano Mattei: il rischio che la cooperazione privilegi la protezione degli investimenti italiani e il controllo delle migrazioni, lasciando uno spazio insufficiente alle comunità locali nelle decisioni.
Finanziare l’accoglienza è necessario. Ma per valutare l’impegno verso i Paesi destinatari occorre distinguere le risorse impiegate in Italia da quelle effettivamente disponibili per gli interventi all’estero.
Allo stesso modo, un investimento sostenuto da garanzie pubbliche va giudicato per i suoi risultati sociali: lavoro dignitoso, servizi accessibili, benefici distribuiti alla popolazione. La sola presenza di un’impresa non dimostra il successo della cooperazione.
Anche le rimesse richiedono uno sguardo meno schematico. La crescita complessiva del 2025 nasconde andamenti diversi: i trasferimenti verso l’Asia sono aumentati dell’11,5%, mentre quelli verso l’Africa subsahariana sono diminuiti dell’8,2%.
E nel primo trimestre del 2026 Bankitalia ha rilevato una flessione generale del 2,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Sono risorse importanti, ma non una fonte inesauribile né immune dalle difficoltà economiche.
C’è poi un elemento che contraddice la rappresentazione dell’immigrato come persona economicamente rivolta soltanto altrove. Secondo il Dossier, la quota dei risparmi inviata nei Paesi d’origine è scesa dal 47% del 2017 al 22%: una parte crescente resta dunque in Italia.
La capacità di sostenere due luoghi contemporaneamente merita riconoscimento. Non autorizza però a trasferire sulle famiglie il compito della politica. Un bonifico può pagare una cura o permettere di continuare a studiare; garantire sanità e istruzione accessibili richiede istituzioni, investimenti e continuità.
Aiutare lo sviluppo significa costruire queste condizioni. Misurarne il successo soltanto attraverso il numero delle partenze impedite significa cambiare obiettivo.



