Che “a noi non ce lo dicono” è comunque vero, complottisti a parte, fatti e persone legate al potere camminano sempre su una linea binaria, come i file del computer: l’interfaccia pubblica e il codice dei programmatori.
Così, dopo aver scritto diverse volte che il mondo non dovrebbe stare in mano a due vecchi come Biden e Trump, perchè che Biden non sia molto presente è comunque una realtà innegabile agli occhi di tutti, vorrei adesso ragionare su cosa è accaduto all’improvviso.
Biden stava così già molti mesi fa, da prima di ricandidarsi, perchè soltanto adesso esplode la questione della sua difficoltà?
Il mio sospetto è che Biden sia considerato troppo di sinistra dall’establishment Usa.
Quando parliamo degli Usa dobbiamo sempre tener presente che là Obama era considerato un socialista, soltanto per aver parzialmente riformato la sanità in favore dei ceti fragili.
L’accusa di “socialismo” fu il leitmotiv della campagna dei repubblicani contro di lui per il suo secondo mandato e il principale accusatore era proprio Donald Trump, che affermò pubblicamente, prima che fosse del tutto nota la sua compulsione a mentire, che Obama non era nemmeno statunitense.
Biden ha ottenuto discreti successi in economia, controllato l’inflazione, aumentato l’occupazione, riformato il sistema di assistenza ai meno abbienti. Poi i cittadini non arrivano comunque a fine mese, ma per gli indicatori economici, che vengono sempre strombazzati dagli analisti, questi risultati sono visibili su carta, oggettivi nei grafici.
In politica estera si è contrapposto a Putin senza esitazioni e ha avuto verso Netanyhau, per la prima volta nella storia Usa, un atteggiamento di aiuto non incondizionato a Israele che mai in precedenza si era visto a Washington.
Verso la Cina sta praticando dazi alle auto elettriche e altri prodotti, da prima dell’UE, e interventi contro lo spionaggio elettronico di Pechino. Ultimo, ma non per importanza, il suo intervento di sanatoria dei migranti e la facilitazione per il ricongiungimento delle famiglie rimaste nei paesi d’origine, anche se continuando a finanziare la costruzione del muro contro gli accessi negli Usa voluto da Trump.
Infine Biden ha esplicitamente e in pubblico accusato Trump e il movimento repubblicano Maga (Make America Great Again) di essere “semi-fascista”, chiedendo agli statunitensi di decidere alle urne, se proseguire o meno sul cammino verso una democrazia multirazziale che Trump e i suoi accoliti vogliono distruggere.

Ecco, la mia impressione è che al deep state Usa tutto questo non piaccia. La pancia del potere a stelle e strisce si riconosce di più in un fascista fuori di testa come Trump che in una persona di buon senso, lasciamo stare se di sinistra o meno, comunque uno che dall’alto del suo scranno si è fatto vedere ai picchetti dei lavoratori del settore automotive in sciopero in Michigan assicurando loro il suo sostegno.
“Pericolo” è un libro molto interessante di Bob Woodward, il giornalista del Washington Post che scoperchiò con Carl Bernstein il caso Watergate. Si parla principalmente di Trump ma vengono fuori particolari relativi alla presidenza di Barak Obama, di cui Biden è stato il vice per otto anni. Viene fuori un profondo dissidio tra i due su come rapportarsi al Pentagono, con Biden che accusava Obama di essersi fatto infinocchiare sull’Iraq e sull’Afghanistan dai “dottor Stranamore” della Difesa Usa, di non essere in grado di contrapporre ai deliri da invasati dei generali a stelle e strisce una sua politica autonoma moderata.
Sono tutti elementi che a mio avviso non possono essere ignorati per una lettura completa dell’improvvisa idiosincrasia dei democratici verso di lui. Ritengo che in questo momento esista una corrente nel partito democratico che sta lavorando nell’ombra per ottenere un candidato meno a favore del welfare in economia e più prono al Pentagono in materia di Difesa.
Uno più moderato o, prosaicamente, più stupido o, per essere politicamente corretti, meno autonomo, più controllabile. Se guardiamo alle alternative uscite fin qua notiamo infatti che in pole position per sostituire Biden c’è l’incolore Kamala Harris, che, oltretutto, in quanto a gaffes non è certo seconda a Biden, è capace di parlare tre minuti per eprimere concetti semplici come si o no, oltre a far parte della triste schiera di persone provenienti da famiglie straniere che avversano i migranti.
La Harris non ha la lunga esperienza statale di Biden ed è molto più malleabile dall’industria bellica e dai consiglieri economici. E, nel caso, sarà lei a sostituire Biden.
Sta di fatto, Harris o non Harris, che l’attacco frontale a Biden senza che sostanzialmente nulla fosse cambiato nel suo stato neurologico, con la complicità dei mass media che di botto hanno iniziato a far notare gli errori di Biden, gli stessi che commetteva prima senza che fossero messi in risalto dalla stampa, fa parte di una strategia precisa.
L’establishment, il deep state, ha deciso che il prossimo presidente Usa dovrà essere o direttamente Trump o un tizio, una tizia, del partito democratico che non sia tanto diverso da Trump in politica.


