In Italia la povertà non è una categoria astratta: nel 2024, secondo Istat, riguarda oltre 2,2 milioni di famiglie e più di 5,7 milioni di persone, quasi un residente su dieci, e dentro questo dato ci sono oltre 1,28 milioni di minori. In un Paese così, quando la guerra “entra” nei prezzi dei beni essenziali, non produce soltanto fastidio o frustrazione: produce esclusione materiale, perché riduce ulteriormente la possibilità di scegliere cosa mangiare e quanto.
Il punto di partenza, oggi, è un fatto geopolitico che sembra lontano dalla cucina di casa ma che tocca direttamente energia e logistica. Con l’escalation in Medio Oriente, lo stretto di Hormuz è diventato un collo di bottiglia: è una rotta che vale circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto trasportati via mare, e nelle ultime ore il traffico e l’operatività hanno subito forti contraccolpi, con effetti immediati su noli e prezzi energetici.
Quando salgono energia e trasporti, la filiera alimentare paga due volte: perché l’agricoltura è energivora e perché la distribuzione del cibo dipende da una catena di passaggi che vive di carburante, refrigerazione, imballaggi, trasporto.
Ma c’è un secondo canale, meno visibile e spesso più pericoloso: quello degli input agricoli, in particolare i fertilizzanti. In queste ore, diverse organizzazioni agricole hanno richiamato l’attenzione sul fatto che dallo stretto passa una quota significativa dei flussi legati ai fertilizzanti e che un blocco prolungato può mettere pressione sulle forniture.
Per l’Italia non è un dettaglio tecnico, perché siamo strutturalmente esposti: nel 2024 le importazioni di fertilizzanti valgono circa 1,1 miliardi di dollari secondo i dati Comtrade rielaborati da Trading Economics; e solo per i fertilizzanti azotati l’Italia ha importato circa 479 milioni di dollari nel 2024 secondo OEC.
Quando questi input rincarano o si fanno intermittenti, l’azienda agricola non “assorbe” e basta: spesso riduce gli impieghi, cambia le colture o trasferisce il costo. Il risultato tipico è una pressione che arriva al consumatore sotto forma di prezzi più alti, e talvolta di qualità o disponibilità più variabili.
Qui entra in gioco la povertà, perché l’inflazione non pesa allo stesso modo su tutti. Istat ci dice che a febbraio 2026 i prezzi dei beni alimentari sono in aumento del 2,4% su base annua, con un +3,6% per gli alimentari non lavorati, mentre l’inflazione generale è stimata all’1,6%.

Tradotto: il cibo corre più dell’inflazione media, e i freschi corrono più del resto. È un pattern che “punisce” chi vive di spesa settimanale e non può fare scorte, chi compra in piccoli quantitativi, chi non ha alternative se non il discount o l’emporio solidale.
Non è solo una questione di prezzi, è una questione di quota di bilancio familiare. Nel 2024, la spesa per alimentari e bevande analcoliche in media nazionale assorbe il 19,3% della spesa totale delle famiglie, ma nel Mezzogiorno arriva al 25,4% (e nelle Isole al 23,5%), proprio dove spesso le disponibilità economiche sono più basse.
Quando una famiglia deve già destinare un quarto della spesa al cibo, un aumento anche “moderato” diventa una riduzione concreta di quantità e qualità. È così che la guerra produce povertà alimentare senza bisogno di scaffali vuoti: basta che il prezzo relativo del cibo salga più del resto, perché il carrello diventa il luogo in cui si negozia la dignità quotidiana.
In questa cornice, la discussione europea sulle “riserve strategiche” di materie prime e input critici può essere parte della risposta, ma non va letta solo come tema agricolo. Se la catena globale non è più scontata, scorte e stoccaggi possono attenuare gli shock e rendere i prezzi meno violenti.
Il problema, strettamente legato alla povertà, è che la stabilizzazione dei mercati non coincide automaticamente con la protezione dei vulnerabili. Senza regole di rilascio, trasparenza e obiettivi sociali espliciti, le scorte rischiano di essere un ammortizzatore per i segmenti più forti della filiera e non un argine per chi rinuncia ai freschi o riduce le proteine perché “non ci sta dentro”.
La guerra, in sintesi, incide sulla povertà con una meccanica precisa e misurabile: strozza rotte, alza energia e input, spinge i costi lungo la filiera e arriva sugli scaffali. In un Paese dove milioni di persone sono già in povertà assoluta, ogni punto di aumento sui beni essenziali non è una statistica: è un pasto che cambia.



