Grazie Gianmaria, per aver smascherato la nostra idiozia

E così, alla fine, è arrivato il temuto esame orale. Quel momento in cui, dopo cinque anni di fatiche, ansie, interrogazioni, verifiche a sorpresa e nottate passate a ripassare appunti sgualciti, uno studente dovrebbe “dimostrare” chi è, in quindici minuti davanti a una commissione con la stessa umanità di uno sportello dell’INPS.

Ma Gianmaria Favaretto, 19 anni, padovano, ha detto no. E con un gesto che dovrebbe finire sui libri di storia (o almeno nei meme scolastici di fine anno), ha salutato la commissione e se n’è andato. Promosso già dagli scritti, con i crediti accumulati negli anni — perché il paradosso è questo: aveva già vinto, e loro volevano solo il teatrino finale.

Perché la scuola italiana, quella dei quiz a punti, dei crediti come le raccolte del supermercato (“compri tre anni di liceo e ti regalano un punto bonus per l’orale”), pensa davvero che l’intelligenza si misuri così. Come se la cultura fosse una raccolta bollini per avere il frullatore. Come se cinque anni di studio, crescita personale, delusioni e scoperte si potessero racchiudere in una griglia a crocette.

La scuola dei polli da allevamento
Ma che scuola è mai questa, che forma polli d’allevamento invece che persone? Ragazzi allevati a test, valutazioni standardizzate, simulazioni di esami e griglie di correzione. Il tutto per poi essere gettati, una volta diplomati, in un mondo fatto di altri polli ben addestrati, dove si verrà valutati da manager che usano KPI, assessment center e altre griglie più o meno vuote di senso, perché così ha detto il manuale di qualche multinazionale del nulla.

Il coraggio di fregare il sistema
Gianmaria non ha disertato l’orale per paura. L’ha fatto per coraggio. Perché ha capito che non era più necessario. Era già promosso. E allora perché piegarsi al rituale inutile? Perché fare il bravo soldatino, quando puoi essere il ragazzo che indica che il re è nudo?

Ha usato le regole contro chi le ha create. Ha dimostrato di aver capito molto più della commissione. Ha vinto, non con i punti, ma con la testa.

La vera maturità
Alla fine, forse, la vera maturità è proprio questa: capire che la vita non è un tabellone di monopoli scolastici dove tiri il dado e speri di non finire sulla casella “Interrogazione a sorpresa”. È sapere chi sei, e non doverlo dimostrare ogni volta a chi non ti conosce.

Vedremo tra dieci anni dov’è Gianmaria. E vedremo dove sono finiti quei polli d’allevamento che, pur con il 100 e lode, non avranno mai il coraggio di dire che il sistema è sbagliato. Magari saranno ancora lì a rincorrere altri punti premio, altri attestati, altre medaglie di latta.

Lui, forse, starà facendo qualcosa che conta davvero. E di questo dovremmo ringraziarlo.