Resistenza e stampa: storia di una delegittimazione

“Quando è tracimata la narrazione delegittimante della Resistenza?” È la domanda con cui Paola Gramigni, docente di storia e filosofia, apre la presentazione del suo libro appena uscito per la Casa Editrice L’Asino d’oro, dal titolo “PARTIGIANO, PORTAMI VIA. LA STAMPA E L’USO POLITICO DELLA RESISTENZA”, che si è svolta nell’ultima giornata della manifestazione culturale “Lievito”, che da 10 anni si svolge a Latina.

Continua l’autrice:
“C’è una data precisa, settembre 1990, in cui comincia una campagna sui più importanti giornali nazionali sul cosiddetto “triangolo della morte”, che tira fuori una serie di omicidi avvenuti nell’immediato dopoguerra in Emilia. Una questione vecchissima che è stata trattata con un numero di articoli strabiliante: più di 3.100 articoli in un mese.
Lì è l’inizio di qualcosa che si è poi capito negli anni successivi, e quindi ho ritenuto importante cercare di comprendere come sia passata, attraverso la stampa, una lettura impensabile solo pochi anni prima”.

L’analisi di Paola Gramigni dei giornali fino al 1998, come dimostra la densa bibliografia e sitografia, individua due fasi: la prima, rivolta in particolare a indebolire il Partito Comunista Italiano, che vede nell’aprile del 1993 anche un attacco all’Azionismo e al suo intransigente antifascismo. La seconda fase, a partire dal 1994, è finalizzata a delegittimare la Resistenza per consentire lo sdoganamento degli ex missini entrati al governo. Due avvenimenti importanti, intanto, erano avvenuti rispettivamente nel 1989 e nel 1992, che avevano scosso sia la situazione internazionale sia quella italiana: la caduta del Muro di Berlino e la crisi di Tangentopoli, con la conseguente disgregazione della “Repubblica dei partiti”.

La ricerca, condotta con rigore scientifico, mostra come a volte la carta stampata sembri giocare d’anticipo sulla stessa politica, e abbiamo posto alcune domande all’autrice sulla ricostruzione di quegli anni, relativamente recenti, che risalgono all’ultimo decennio del secolo scorso.

1) Con il libro di Claudio Pavone Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, uscito nel 1991, si apre l’esigenza di un approfondimento sulla Resistenza, resosi necessario anche fisiologicamente dopo 45 anni dalla fine della guerra, per i cambiamenti avvenuti. Lei dà voce anche agli storici che sostenevano invece l’inattualità dell’antifascismo, da Renzo De Felice a Ernesto Galli della Loggia. Quali diversi motivi, prospettive e tematiche si pongono gli storici da questi due punti di osservazione diversi?

L’uscita del volume di Pavone suscitò un vespaio di polemiche, soprattutto negli ambienti legati al PCI e al partigianato ‘rosso’, perché tornava a usare una categoria, come quella della guerra civile per designare la Resistenza, che era stata bandita non solo dalla memoria pubblica della guerra partigiana ma anche dalla storiografia resistenziale. E non senza validi motivi, a dire il vero. Ma l’aver ridato dignità a quella definizione segnalava quanto fosse urgente, per gli storici, emanciparsi dalle ipoteche della politica su questo tema. Il discorso su Ernesto Galli della Loggia e Renzo De Felice è diverso. Non si pone sul piano storiografico ma su quello dell’uso strumentale, nel discorso pubblico, che venne fatto allora della Resistenza e dell’antifascismo, per delegittimarne il portato etico e politico. Nel libro io prendo in esame il dibattito che si svolse, in particolare, intorno al cinquantesimo della Liberazione, nel biennio ’95-’96. In quell’occasione esce il libro-intervista di De Felice, Rosso e nero, e poco dopo il volume di Galli della Loggia La morte della patria. Questi due testi, insieme ai molteplici interventi dei due storici ospitati per lo più dal Corriere della Sera, costituiscono uno degli esempi più cristallini delle modalità con cui si è espresso il revisionismo storico, che proprio in quegli anni iniziava ad essere proposto, in maniera dirompente, nel dibattito pubblico, e che puntava a rileggere in modo tendenzioso la storia del Novecento. In modo molto sintetico possiamo ascrivere il lavoro di Pavone fra le opere che mettono in atto una ‘sana’ revisione storiografica. Non esiste avanzamento nella ricerca che non sia, riguardo a un qualsiasi argomento di interesse storico, rilettura e approfondimento di aspetti e nodi non sufficientemente indagati, o che chiedono nuove analisi basate su nuovi approcci, metodi e documenti. Gli interventi di Galli della Loggia e il libro-intervista di De Felice, pur differenti quanto a genere e tipologia, sono mossi da altri intenti, più polemici che scientifici. L’analisi di Pavone è e resta fondamentale per gli studi sui venti mesi di guerra partigiana. La sua opera è ancora oggi un testo imprescindibile per chiunque voglia avvicinarsi alla conoscenza di quel periodo. La stessa cosa non la possiamo dire né per il De Felice polemista (sul De Felice storico il discorso sarebbe lungo), né tantomeno per il volume di Galli.

2) In occasione della data del 25 aprile, leggendo l’ultima dichiarazione della premier, se alcune parole stigmatizzano una certa mancanza di libertà del ventennio fascista, perdura invece la negazione della Resistenza, nata all’indomani dell’8 settembre, quale componente di base della Repubblica italiana. Retaggio dei valori saloini?

Io direi proprio di sì. Come già messo in evidenza da diversi osservatori, le radici del partito della premier affondano nel neofascismo italiano, che trae a sua volta origine dall’esperienza saloina. Non dimentichiamoci che i fondatori del MSI avevano ricoperto posizioni di rilievo nella Repubblica di Mussolini e, ancor prima, nel regime fascista. Il movimento di Almirante e Romualdi nasceva per riaffermare i valori della tradizione italiana e fermare il processo di democratizzazione allora in atto. Per questi signori la guerra partigiana aveva rappresentato l’onta più grande, perché aveva dimostrato che il fascismo aveva fallito nel suo intento più proprio, non era riuscito a permeare l’intero corpo sociale dei suoi ideali. Insomma, non era stato creato nessun “uomo nuovo fascista”. L’esistenza stessa di un antifascismo combattente e vincitore, la scoperta di ampie fasce della popolazione che supportavano l’azione partigiana, o quantomeno che non erano più disposte a farsi reclutare come sostenitori di una dittatura che stava causando morte e distruzione (molto significativa a questo riguardo è la vicenda degli IMI, degli internati militari italiani), era la prova provata che la rappresentazione dello Stato fascista come Stato totale, coeso e compatto intorno al suo duce, era stata gonfiata a dismisura dalla propaganda. È questa la grave colpa imputabile alla Resistenza: l’aver smascherato la bugia su cui si reggeva il potere di Mussolini. Che aveva goduto certo anche di consenso; ma evidentemente si trattava di un consenso fragile, velleitario, come velleitario era il regime a cui era rivolto. E dover riconoscere questo, per i nostalgici del fascismo, era insopportabile.

Paola Gramigni

3) Perché sono così duri a morire i vecchi cliché? Da quello dell’“italiano brava gente”, una sorta di autoassoluzione rispetto ai crimini di guerra in Europa e in Africa, che troverebbe la sua ragion d’essere proprio nel confronto col “tedesco cattivo”, ancorché alleato? Oppure quello per cui le armate tedesche d’occupazione, dopo l’armistizio, vengono viste come una forza distruttrice che bastava non provocare, come se fosse bastato questo per evitare le rappresaglie e le stragi di civili?

I vecchi cliché sono duri a morire perché hanno prevalso, nel corso dei decenni del lungo dopoguerra, dei dispositivi retorici volti alla raffigurazione del popolo italiano come popolo-vittima: vittima del fascismo prima, della guerra poi. Che in parte, si badi bene, è anche vero. Ma, appunto, solo in parte. Un regime non dura vent’anni senza l’appoggio di settori consistenti dei cosiddetti ‘poteri forti’. La grande industria e il padronato agrario, il mondo della stampa e dell’informazione, dell’università e della scuola: tutti questi ambienti erano, con diversi gradi di responsabilità, coinvolti nel sistema di potere gestito da Mussolini; non erano affatto ‘vittime’ del fascismo, ma complici o entusiasti sostenitori. E tuttavia, l’aver privilegiato una narrazione tutta improntata all’autoassoluzione della popolazione italiana, in un’ottica interclassista e, in fondo, di matrice cattolica, ha finito per deresponsabilizzare gli italiani rispetto ai crimini del fascismo (e ancor prima del colonialismo nostrano).

4) L’attuale destra invoca parole come pacificazione, memoria condivisa, ma che senso hanno se non si riesce a condividere le fondamenta stesse della Repubblica, cioè l’antifascismo, la Resistenza, la Costituzione, dopo 80 anni dalla liberazione dal nazifascismo?

La richiesta di pacificazione è un tema che era in auge negli anni ’90, e sottintendeva già allora, da parte della destra, la parificazione tra fascisti e antifascisti, tra repubblichini e partigiani. Pacificazione, per i post-missini, non significava altro che questo. Era la parolina magica che implicava il superamento dell’antifascismo quale fondamento della vita democratica italiana. Oggi mi sembra addirittura scemato l’interesse del partito della premier per questo tema; non rincorrono più il mito della pacificazione, della memoria condivisa, non ne hanno bisogno. Mi sembrano più attenti a celebrare i loro martiri, a ‘costruire memoria’ più che a demolire quella precedente, o a pacificarla. Giocano all’attacco perché sanno che hanno un’occasione, in quanto partito di governo, che non è detto che si ripresenti.

5) Il tentativo di riscrivere la storia da parte della destra di ascendenza neofascista, pur se non ha raggiunto gli obiettivi che si proponeva, costituisce un faticoso ed ulteriore sforzo per gli storici. Lo studio della storia sembra più attuale che mai. Si può quindi continuare ad essere ottimisti per quanto riguarda lo studio della storia?

Ottimisti direi proprio di no. Il punto non è il lavoro degli storici, che continuano a fare ricerca, a decostruire luoghi comuni e cliché; a smontare, in altre parole, la moda revisionistica. E a pubblicare; anche a vendere. Esiste un certo tipo di pubblico attento, curioso, che si interessa, oggi come non mai, a questi temi. Il problema è un altro. È la ricaduta, nel discorso culturale più generale, che hanno queste tematiche. O meglio, la non ricaduta. L’atomizzazione sociale si riflette in una sorta di atomizzazione culturale: ciascuno vive nella propria bolla, nella propria comfort zone, cercando conferme a quelle che sono le sue convinzioni, piuttosto che essere attratto da qualcosa che lo potrebbe mettere in crisi o che si discosta dal comune sentire. Insomma, secondo me il problema non è della storia ma della politica; o meglio, dell’assenza di una cultura che torni ad essere, in senso alto, politica. Ma qui il discorso si farebbe davvero lungo…