È morto a Roma, a 87 anni, Nino Marazzita: avvocato, uomo di legge, volto noto della giustizia italiana, ma soprattutto figura cardine del garantismo giudiziario. Nato a Palmi, in Calabria, Marazzita ha attraversato oltre mezzo secolo di processi italiani, lasciando un’impronta netta, spesso scomoda, mai neutrale. Non perché prendesse posizione ideologica: al contrario, credeva nel diritto come architrave imparziale. Difendere l’imputato, chiunque fosse, era per lui non solo una funzione tecnica, ma una responsabilità democratica.
Nel corso della sua carriera ha partecipato a molti dei casi giudiziari più celebri, sempre con lo stesso metodo: analisi ferrea, rispetto delle regole, nessun cedimento alla pressione dell’opinione pubblica o del clamore mediatico. Fu legale di Eleonora Moro, moglie dello statista assassinato, ma è ricordato soprattutto come avvocato di parte civile nel processo per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Quel processo fu presieduto da Carlo Alfredo Moro, fratello di Aldo, e Marazzita sostenne fino all’ultimo che Giuseppe Pelosi non avesse agito da solo. Nonostante le reticenze, mantenne sempre un profondo rispetto per quel ragazzo di borgata, consapevole che fosse stato travolto da forze più grandi di lui.
Marazzita era anche un volto noto della televisione, ma mai un avvocato da palcoscenico. Partecipava a programmi come “Forum” e altre trasmissioni di approfondimento giuridico, parlando per chiarire, non per piacere. Memorabile, negli anni ’90, un suo confronto in diretta con John E. Douglas, il profiler dell’FBI e autore del libro Mindhunter, ospite in collegamento da Londra. Douglas è il capostipite di tutta quella mitologia pop sui serial killer che ci bombarda da trent’anni – serie tv, film, saggistica, con l’illusione di poter ricostruire l’intera biografia di un assassino partendo da un’orma sul terreno. Una deriva iper-positivista che ha affascinato il grande pubblico e riempito le carceri di innocenti.
Marazzita lo smontò in diretta, con calma chirurgica, mettendo in discussione presupposti, generalizzazioni, e l’intero impianto della “profilazione scientifica” venduta come verità assoluta. Fu una lezione di metodo e diritto. Tanto che, mentre il collegamento si chiudeva, si udì chiaramente Douglas sibilare un “fuck” secco. Aveva appena perso, e lo sapeva.
Era un penalista rigoroso, ma anche un uomo curioso, colto, a tratti ironico. Chi lo ha conosciuto lo ricorda come un intellettuale dal passo elegante, sempre attento a ciò che accadeva fuori dai tribunali. Non si è mai chiuso nella sua categoria. Partecipava al dibattito pubblico, prendeva posizione, si esponeva, si sporcava le mani con i fatti, anche scomodi.
E qui, inevitabilmente, il racconto si fa personale.
È stato il mio avvocato per molti anni, e questo rende tutto più difficile da raccontare. Lo era diventato per una lunga serie di querele per diffamazione, legate alla mia inchiesta sul rapimento di Davide Cervia. Le ho vinte tutte. Non solo perché i fatti erano dalla mia parte, ma perché c’era lui. Con Marazzita mi sentivo invincibile. Non per presunzione, ma per rigore. Perché quando conosci davvero la legge, può diventare una muraglia. E lui la conosceva a memoria, ma soprattutto la rispettava nel profondo.
Un dettaglio che dice molto: mi ha sempre difeso gratuitamente, per amicizia. Mai mi sarei potuto permettere un avvocato del suo calibro. Lo accompagnavo a volte negli studi televisivi, e se riceveva la telefonata di uno sfrattato, non esitava a farsene carico pro bono. Lo faceva con naturalezza, senza vantarsene. Era il suo modo di intendere la professione: servizio, non privilegio.
Aveva grande rispetto per le donne, e partecipò anche a iniziative culturali che avevo organizzato, come l’Università del Crimine Sociale, un progetto ibrido di criminologia, letteratura e teatro. Lo sostenne, portando con sé volti noti, perché sapeva che solo così avrebbe avuto eco. Capiva il mondo, non si limitava a giudicarlo.
Non era solo un grande avvocato. Era uno che sapeva vivere. E ha vissuto, fino in fondo. La sua età avanzata non cancellava la sua presenza vivissima, la sua energia intellettuale, il suo senso profondo del ruolo. Con lui scompare uno degli ultimi veri garanti del garantismo in Italia.
Non riesco a dire “ciao Nino, che la terra ti sia lieve”. Ma posso dire che lui, la terra, l’ha attraversata davvero. Con leggerezza concretissima e voracità culturale. Una grande persona. E oggi, nel suo silenzio definitivo, lascia un vuoto che pesa. Anche un po’ più di solitudine.


