Gli Stati Uniti non si limitano più a sostenere che la Corte penale internazionale non possa giudicare gli americani. Ora chiedono agli altri Paesi di smettere di riconoscerla. È questo il salto contenuto nella campagna annunciata da Marco Rubio: nuove sanzioni, restrizioni di viaggio, pressioni diplomatiche e un’azione che coinvolgerà l’intero governo per ridurre il sostegno politico e finanziario alla Corte dell’Aia.
Gli Stati che continueranno a sostenerla, soprattutto se dipendono dagli aiuti o dalla protezione americana, saranno sottoposti a un controllo maggiore.
La formula usata da Washington è la difesa della sovranità. Ma è una sovranità a senso unico. Gli Stati Uniti rivendicano il diritto di non aderire allo Statuto di Roma e di non riconoscere la Corte; nello stesso momento negano agli alleati il diritto sovrano di aderirvi, finanziarla e cooperare con essa.
Non stanno dicendo soltanto: «Non giudicate noi». Stanno dicendo: «Non costruite nessun tribunale capace di giudicarci». L’America non pretende più un’eccezione all’ordinamento internazionale. Pretende di stabilire quale ordinamento internazionale gli altri possano permettersi.
L’argomento di Rubio è semplice: gli americani non hanno sottoscritto lo Statuto e dunque nessun giudice straniero dovrebbe poterli processare. Ma la giurisdizione della CPI non dipende soltanto dalla nazionalità dell’accusato. Può derivare dal territorio sul quale il crimine sarebbe stato commesso, se quello Stato ha aderito alla Corte o ne ha accettato la competenza.
È lo stesso principio per cui uno straniero che commette un reato in Italia non può sottrarsi alla legge italiana sostenendo di non averla mai votata.
La Corte, inoltre, interviene soltanto quando lo Stato competente non vuole o non riesce realmente a indagare e processare i responsabili: è il principio di complementarità. Non sostituisce automaticamente i tribunali nazionali e non dispone di una competenza universale su qualunque fatto avvenuto nel mondo.
Lo Statuto le attribuisce però la possibilità di perseguire crimini commessi nel territorio degli Stati membri anche quando il presunto autore appartiene a uno Stato che non ha aderito.
La nuova offensiva americana non risponde neppure a un procedimento imminente contro Trump, Rubio o un generale statunitense. La Corte non ha compiuto passi recenti contro personale americano e dal 2021 ha ridimensionato il filone riguardante le forze statunitensi nell’indagine sull’Afghanistan.
L’operazione è quindi preventiva: serve a rendere impossibile l’indagine prima ancora che esista l’imputato, a prosciugare l’istituzione prima che possa esercitare la propria competenza.
Non si contesta una prova, un mandato o una sentenza. Si nega in anticipo che un americano possa essere sottoposto a un giudizio esterno, qualunque cosa abbia fatto e ovunque l’abbia fatta. È l’immunità preventiva trasformata in politica estera.
C’è poi un rovesciamento quasi perfetto. Washington denuncia l’extraterritorialità della Corte, ma la combatte attraverso la propria: il dollaro, le banche, i divieti di viaggio, il congelamento dei beni e l’accesso al mercato americano.

Giudici stranieri vengono colpiti non per una condanna pronunciata negli Stati Uniti, ma per decisioni assunte all’Aia nell’esercizio delle loro funzioni.
Tre magistrate della Corte sanzionate dall’amministrazione Trump hanno già presentato ricorso davanti a un tribunale federale americano. Sostengono che le misure servano a punirle e a condizionare le loro decisioni fuori da qualsiasi procedimento giudiziario.
Le sanzioni impediscono loro di usare normalmente carte di credito, servizi bancari e piattaforme digitali collegate agli Stati Uniti. La «guerra del diritto» attribuita da Rubio alla CPI viene così combattuta con la capacità americana di espellere una persona dal sistema finanziario internazionale.
Il precedente decisivo è il mandato di arresto contro Benjamin Netanyahu. Ma proprio qui la questione supera Israele e Gaza. La Corte ha emesso mandati anche contro Vladimir Putin, e l’Occidente li ha presentati come la dimostrazione che nemmeno un capo di Stato dovrebbe essere intoccabile.
Non si può invocare l’autorità della CPI quando colpisce il nemico russo e considerarla illegittima quando raggiunge un alleato. O il diritto internazionale vale indipendentemente dalla bandiera dell’accusato, oppure è soltanto un’altra forma della politica di potenza.
La pressione americana costringerà soprattutto l’Europa a scegliere. Molti governi europei dipendono dalla NATO, dall’intelligence, dalle armi e dalla protezione statunitense; contemporaneamente hanno costruito parte della propria identità internazionale sulla difesa delle istituzioni multilaterali. Washington trasforma questa ambivalenza in un ricatto politico: potete restare fedeli alla Corte oppure restare alleati comodi degli Stati Uniti. La libertà formale di scegliere rimane, ma il prezzo della scelta viene deciso altrove.
Per l’Italia il paradosso è ancora più evidente. La Corte nasce dallo Statuto approvato a Roma nel 1998, ma nel febbraio 2025 il governo italiano non aderì alla dichiarazione con cui 79 Stati membri condannarono le sanzioni americane contro la CPI. Nell’elenco figuravano Francia, Germania, Spagna, Regno Unito e gran parte degli alleati europei; l’Italia non c’era.
Roma ha dato il nome al trattato e rischia di offrire il silenzio alla sua demolizione. Non è necessario considerare la Corte perfetta: è lenta, dipende dalla cooperazione degli Stati, ha mostrato squilibri e impotenza.
Ma la campagna americana non vuole correggerne i difetti. Vuole impedire che esista un giudice davanti al quale la cittadinanza, il grado militare o la protezione di una superpotenza non garantiscano automaticamente l’impunità.
Questa è la vera posta in gioco. Non la sovranità degli Stati Uniti, che nessuno può costringere a firmare un trattato. Ma la sovranità degli altri: il loro diritto di costruire, finanziare e riconoscere un’istituzione internazionale anche quando Washington non la controlla. Gli Stati Uniti chiamano libertà la propria possibilità di sottrarsi alla Corte e ostilità la libertà altrui di sostenerla.
È un ordine internazionale molto semplice: la legge vale per tutti, finché non arriva al più forte.



