Applaudiamo con convinzione la seconda Giornata nazionale del Made in Italy celebrata ieri. Finalmente un’iniziativa che riconosce ciò che davvero ci distingue nel mondo: la creatività, l’ingegno, la capacità tutta italiana di fare impresa, ovunque e comunque.
Ma, caro Ministro Urso, se vogliamo davvero valorizzare tutto il Made in Italy, allora dobbiamo essere onesti: ci stiamo dimenticando delle nostre vere eccellenze. Quelle radicate, trasversali, intergenerazionali. Quelle che non si delocalizzano perché troppo italiane per esistere altrove.
Ad esempio, l’abusivismo edilizio. Non un problema: un marchio DOC. Con migliaia di costruzioni sorte come funghi anche dentro le riserve naturali, a due passi dal mare o sul letto dei fiumi. Un trionfo di libertà espressiva!
Non dimentichiamo i condoni per gli imprenditori, che hanno reso legale l’illegale e causato un buco da oltre 6 miliardi di euro per le casse dello Stato, in contributi previdenziali mai versati. Nessuno meglio di noi prima d’ora, una meraviglia dell’ingegneria finanziaria.
Come escludere i trasporti? L’alta velocità che ti tieni prigioniero in treno per ore finchè non arrivano i soccorsi, i treni perennemente soppressi al Sud, le autostrade sbriciolate e i ponti che crollano. Perchè privarci di un primato che tutto il mondo c’invidia?
C’è poi l’arte della burocrazia, che da noi non è un ostacolo: è un rito. Pratiche perse, regolamenti in contraddizione, moduli da firmare in presenza del santo patrono. È la nostra via spirituale alla lentezza. Altro che oriente zen.
E il clientelismo? Qui siamo insuperabili. In altri paesi si parla di “reti”, “networking”, “mentoring”. Da noi è il cugino dell’assessore, la cognata del direttore generale, il figlio del professore. Un sistema che garantisce stabilità. Familiare.

Anche l’evasione fiscale merita una menzione. Non si tratta solo di numeri, ma di cultura. Un modo di intendere la libertà individuale: non ti pago le tasse ma ti offro il caffè. Lo Stato siamo noi, ma a turno.
C’è la gestione delle emergenze. Per ogni problema cronico, una soluzione temporanea. Ogni terremoto è una fiera del subappalto. Ogni alluvione, un’occasione per una nuova “cabina di regia”. Made in Italy significa anche questo: vivere perennemente in deroga.
Senza dimenticare la politica industriale a geometria variabile, capace di sostenere imprese decotte per decenni, tagliando nel frattempo la ricerca. È anche questa una forma di tradizione, no?
E poi la repressione creativa delle proteste, la separazione dei poteri à la carte, le consulenze agli amici degli amici, la separazione Stato-Chiesa rigorosamente teorica. Ma con molto incenso e qualche benedizione strategica.
Infine, le riforme. Le annunciamo con entusiasmo, poi le accantoniamo con discrezione. Un’eccellenza di equilibrio tra il dire e il non fare. La separazione delle carriere dei magistrati? Già esiste nei fatti, eppure la rifacciamo lo stesso. Per amore della tradizione.
Ministro, se vogliamo raccontare il vero Made in Italy al mondo, dobbiamo includere anche queste glorie silenziose. Non solo moda e Parmigiano. Il Made in Italy non è solo quello che esportiamo. È anche quello da cui non riusciamo a liberarci.



