Electrolux e il tavolo fallito al Mimit

Il tavolo del 25 maggio al ministero delle Imprese si è chiuso senza un accordo. Electrolux non ha ritirato il piano industriale che prevede 1.700 esuberi in Italia, la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi e il ridimensionamento delle produzioni negli altri siti. Il governo ha definito la proposta «irricevibile e inaccettabile» e ha chiesto alla multinazionale svedese di presentarsi con un nuovo piano al prossimo incontro, fissato per il 15 giugno.

Dietro la formula del “piano industriale” ci sono numeri molto concreti: in Italia Electrolux impiega circa 4.500 persone. I tagli annunciati riguarderebbero quindi quasi il 40 per cento della forza lavoro. Non una correzione marginale, ma una riduzione profonda della presenza produttiva del gruppo nel Paese.

Gli stabilimenti italiani sono cinque. A Porcia, in provincia di Pordenone, si producono lavatrici e lavasciuga. A Susegana, nel Trevigiano, frigoriferi e congelatori. A Solaro, nel Milanese, lavastoviglie. A Forlì forni e piani cottura. A Cerreto d’Esi, vicino ad Ancona, cappe da cucina. Proprio Cerreto d’Esi, dove lavorano circa 170 persone, sarebbe destinato alla chiusura.

Secondo Fim, Fiom e Uilm, le riduzioni di personale interesserebbero Porcia, Susegana, Forlì e Solaro, mentre nelle Marche si arriverebbe alla chiusura completa dello stabilimento. Il piano prevederebbe inoltre lo stop alla produzione di lavasciuga a Porcia e di piani cottura a Forlì. I sindacati lo hanno giudicato inaccettabile, proclamando lo stato di agitazione e un primo sciopero nazionale di otto ore in tutti gli stabilimenti.

Electrolux sostiene di voler discutere con le organizzazioni sindacali e di voler attenuare l’impatto delle riduzioni di personale. Ma l’obiettivo dichiarato resta chiudere l’operazione entro il 2026. Per i lavoratori, però, il calendario aziendale è già un conto alla rovescia: sapere che un taglio sarà “gestito” non cambia il fatto che il posto rischia di sparire.

La crisi italiana si inserisce dentro una difficoltà più ampia del gruppo. Electrolux, fondata in Svezia nel 1919, è uno dei maggiori produttori mondiali di elettrodomestici. In Italia è presente dall’inizio degli anni Ottanta e per decenni ha rappresentato un pezzo importante dell’industria manifatturiera del bianco.

Oggi, però, il settore è stretto tra calo della domanda, aumento dei costi, concorrenza asiatica e perdita di competitività rispetto ad altri Paesi europei, in particolare Polonia e Romania.

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Il ministro Adolfo Urso ha insistito soprattutto sulla pressione dei produttori cinesi, ma la crisi non nasce solo lì. Secondo dati Fiom, tra il 2014 e il 2024 la produzione di elettrodomestici in Italia si sarebbe ridotta di circa il 50 per cento. In dieci anni il Paese ha perso metà della sua capacità produttiva in un comparto che era stato uno dei simboli dell’industria nazionale.

Electrolux aveva già avviato una riorganizzazione alla fine del 2023, annunciando 3.000 tagli nel mondo, di cui 1.600 in Europa e circa 150 in Italia. Dopo le proteste sindacali, nel marzo 2024 era stata trovata una soluzione senza licenziamenti forzati, puntando sulle uscite volontarie incentivate. Due anni dopo, però, il problema torna in forma molto più pesante.

Nel primo trimestre del 2026 i ricavi del gruppo sono diminuiti del 9 per cento e l’azienda ha annunciato nuove misure di ristrutturazione: chiusura di uno stabilimento in Ungheria, oltre mille licenziamenti in South Carolina, negli Stati Uniti, e un aumento di capitale da circa 9 miliardi di corone svedesi, quasi un miliardo di dollari. Electrolux ha anche avviato una collaborazione con il gruppo cinese Midea per il Nord America, con joint venture e riorganizzazione degli impianti in Messico e South Carolina.

Il paradosso è evidente: mentre in Italia la concorrenza cinese viene indicata come una delle cause della crisi, sul mercato nordamericano Electrolux sceglie di allearsi proprio con un grande gruppo cinese per ristrutturare le proprie attività. La globalizzazione industriale funziona così: da una parte comprime i costi, dall’altra scarica sui territori il prezzo delle decisioni prese altrove.

Per questo la vertenza Electrolux non riguarda solo i 170 lavoratori di Cerreto d’Esi o i dipendenti degli altri quattro stabilimenti italiani. Riguarda la domanda più grande che da anni accompagna ogni crisi industriale: che cosa resta della manifattura italiana quando le multinazionali decidono di ridurre, spostare o chiudere?

Il governo ora chiede a Electrolux di ritirare il piano e presentarne uno nuovo. I sindacati chiedono il mantenimento delle produzioni e dell’occupazione. Le Regioni coinvolte temono l’effetto domino sui territori e sull’indotto. Ma il punto politico resta aperto: se un Paese arriva al tavolo solo quando il piano dei tagli è già stato scritto, la sua politica industriale è già in ritardo.

La prossima data è il 15 giugno. Fino ad allora, migliaia di lavoratori restano sospesi tra una parola aziendale e una ministeriale: esuberi, riorganizzazione, competitività, riconversione, mercato. Ma nella lingua delle fabbriche il significato è più semplice. Vuol dire sapere se il mese dopo ci sarà ancora un lavoro.

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