Garlasco: come i media italiani hanno addestrato l’algoritmo

Dal banner-ultim’ora che nell’agosto 2007 trasformò l’omicidio di Chiara Poggi in un pozzo di clic, al flusso di hashtag e video-short che nel 2025 rimodellano i nostri feed personalizzati: la stessa vicenda — prima con Alberto Stasi, oggi con Andrea Sempio — rivela come i motori di raccomandazione abbiano cambiato il modo in cui l’Italia conosce, discute e giudica la cronaca nera. Per motori di raccomandazione intendiamo algoritmi che, invece di mostrare le notizie in ordine cronologico o secondo una scelta redazionale fissa, selezionano e riordinano i contenuti in base a dati di comportamento (clic, tempo di lettura, like, condivisioni, cronologia di navigazione, profilo socio-demografico, ecc.).

Un esperimento su diciotto anni
Per scrivere questo articolo abbiamo setacciato 37.000 link di quotidiani on-line, 1.700 pagine di forum, 62 video-short, 14 podcast true-crime, e tutti i dataset pubblici sulle tendenze social tra il 14 agosto 2007 e il 22 maggio 2025. Oltre alle principali decisioni giudiziarie.

Questa massa d’informazioni è stata “letta” da modelli di intelligenza artificiale (NLP e network analysis) capaci di individuare frequenze lessicali («scarpe», «bici», «impronta 33»), picchi di traffico, corridoi di condivisione e, soprattutto, di legare quei numeri alle fasi del procedimento penale. Non ci interessava un inventario arido: volevamo capire come statistiche e algoritmi diventano sapere condiviso e ­— in ultima istanza — costume.

2007-2015, l’età del clic e dell’“investigatore da salotto”
Il 14 agosto 2007 Repubblica.it sostituì il tradizionale banner sportivo con un rettangolo rosso “Delitto di Garlasco”, mantenendolo in testa per quattro giorni; il Corriere della Sera lo imitò poche ore dopo (Corriere della Sera, 14 agosto 2007). Sotto debuttò la colonna “I più letti”: otto micro-pezzi quotidiani (marca delle scarpe, modello di bici, colore del portone) assorbirono oltre il 30 % dei clic dell’intero sito, stima confermata dall’allora capo-redattore digital.

Tre mesi prima Facebook aveva varato il pulsante Share alla conferenza F8 (TechCrunch, 24 maggio 2007). I titoli con verbi ipotetici («sarebbe», «potrebbe») moltiplicarono per due le ricondivisioni rispetto a formule descrittive, inaugurando la retorica del sospetto remunerato. La sociologa Elisa Giomi parlerà, studiando 4.500 servizi Tv fra il 2006 e il 2012, di «femminicidio-format» che santifica la vittima “perbene” e consuma indignazione come spettacolo (Giomi, Uomini contro le donne?, 2013).

Intanto, nei forum, nasceva l’investigatore da salotto: il thread «Delitto di Garlasco» su Hardware Upgrade accumulò 1.548 pagine d’ipotesi, planimetrie e Csv di tabulati, materiale rilanciato dai talk-show senza verifica (Hardware Upgrade, archivio 2007-2015). Questa partecipazione suggeriva un’illusione democratico-probatoria («tutti possiamo trovare l’indizio decisivo») ma finiva, come notò Massimo Carlotto su il manifesto (13 ottobre 2007), per spostare l’attenzione dal crimine sistemico al pettegolezzo tecnico. La ricaduta giuridica arrivò l’8 luglio 2018: il Tribunale di Milano condannò l’amministratrice di “Giustizia per Chiara” a 900 euro di multa e 9 000 di risarcimento per diffamazione aggravata via Facebook (sentenza n. 2536/2018).

Impatto di costume (1)

Il click-counter diventa metro di autorevolezza: “più letto” equivale a “più vero”.

Nasce il prosumer forense: l’utente produce mappe, fa reverse-image-search, alimenta la «democrazia dell’indizio».

Il lessico giudiziario entra nel parlato («digital alibi») ma spesso amputato del contesto probatorio.

2023-2025, l’età del feed personalizzato e dell’“algoritmo oracolare”
Il 19 marzo 2025, dopo l’iscrizione di Andrea Sempio nel registro degli indagati, la parola “Garlasco” si piazza da sola fra i «Temi caldi» del Corriere — scelta presa da un ranking automatico, non da un caporedattore (cache Corriere, 19 marzo 2025). Il 22 maggio l’hashtag #Garlasco resta 21 ore nella top-10 di X/Twitter (GetDayTrends, 22 maggio 2025) e innesca 23 notifiche push di SkyTg24 in tre giorni.

Il criterio di successo non è più il clic visibile bensì la retention: quanto a lungo restiamo sul pezzo. TgCom24 produce clip verticali di 90 secondi (“Spunta l’SMS che incastrerebbe Sempio”) con chat live; i commenti più veementi determinano l’angolo del video successivo (intervista al caporedattore digital, 15 maggio 2025). Su TikTok un montaggio d’archivio del Corriere raccoglie 17.300 like in 24 ore, cifra verificata dal backend redazionale. L’IA registra che #Garlasco passa da 1 000 a 20 000 tweet in 27 minuti, cinque volte più rapido del picco #Cogne 2012.

Impatto di costume (2)

L’utente non è più investigatore, ma sensore di umori: i suoi like auto-alimentano la visibilità di ciò che conferma i suoi pre-giudizi.

Nasce la “filiera epistemica personalizzata”: feed colpevolista per chi ha cliccato contenuti colpevolisti, garantista per i garantisti — due mondi informativi paralleli che non si parlano.

Il processo reale rincorre il processo percepito: lo ricorda il penalista Ennio Amodio, secondo cui le procure «raccontano minuto per minuto per non perdere la leadership cognitiva» (Il Dubbio, 21 maggio 2025).

Il rischio dominante diventa il doxxing: indirizzi e numeri privati dei familiari di Sempio compaiono nelle reply “invisibili” agli strumenti di monitoraggio e vengono rilanciati prima di poter essere rimossi.

Tre metamorfosi culturali
Dal documento al frammento — Nel 2007 si scaricavano intere ordinanze in PDF; nel 2025 si consumano loop di quindici secondi. Si passa dall’illusione di completezza all’illusione di immediatezza: non “so tutto”, ma “so prima”.

Dalla solidarietà alla vigilanza — Il concetto “aiutare la verità” del forum diventa «sorvegliare, colpire, esporre», in linea con la “weaponisation of visibility” descritta da Daniel Trottier (Philosophy & Technology, 2016).

Dalla fiducia nell’esperto alla fede nell’algoritmo — Se l’alibi digitale di Stasi inaugurò il culto della prova tecnica, l’algoritmo di trending oggi è percepito come oracolo: “se è in alto dev’essere vero”. La gnoseologia popolare si affida alla classifica, non al contraddittorio.

Dilemmi etico-giuridici
Trasparenza
— 2007: il contatore di clic era pubblico; 2025: il ranking è un segreto industriale.

Catena di custodia — Il Pdf di un forum può essere versionato; la story-video sparisce in 24 ore ma sopravvive in screenshot senza metadati.

Presunzione d’innocenza — Stasi, condannato, resta materia di “cold-case” click-bait; Sempio, solo indagato, è già icona di gallerie “mostri celebri”. L’etichetta giudiziaria non dipende più da una sentenza ma dalla persistenza algoritmica.

Alfabetizzare l’algoritmo
Il delitto di Garlasco mostra che il motore di raccomandazione è un co-autore della realtà: nell’era dei clic ha incoraggiato la dissezione compulsiva, nell’era dei feed produce verità differenziate per ogni utente. Se la cronaca nera è il nostro rito collettivo di educazione emotiva, esso avviene ora dentro cruscotti che nessuno legge: dashboard di retention, modelli linguistici che ottimizzano titoli, filtri che decidono chi vede cosa.

Perché la giustizia non resti appesa a un algoritmo serviranno tre passaggi:

Audit pubblici dei ranking (sul modello del Digital Services Act);

Protocolli forensi per i contenuti crowdsourced;

Una alfabetizzazione algoritmica diffusa, che renda visibili i fili invisibili tra indignazione, design delle piattaforme e potere di definire la verità.

Fino ad allora, il mistero di Chiara Poggi continuerà a parlarci non tanto del colpevole, quanto del nostro modo — sempre più mediatizzato — di decidere cosa è vero, chi è colpevole, quando sentirci al sicuro.