Se c’è una cosa che colpisce, rileggendo i commenti editoriali ai nuovi sviluppi dell’ordine mondiale innescati da ultimo con l’azione illegale degli Usa di Trump in Venezuela, che arrivano al termine di una serie di violazioni del diritto internazionale perpetrate negli ultimi mesi da Usa, Russia, Israele e Cina, è che la parola “povertà” non compare quasi mai. Eppure il meccanismo che descrive ha proprio la povertà come esito più prevedibile. La trappola in cui ci sta facendo cadere Donald Trump non è soltanto quella politica e militare del “cambio di regime facile” seguito da anni di caos ingestibile.
È anche, e soprattutto, la trappola sociale ed economica che produce un effetto di ritorno: quando un Paese già fragile viene colpito, l’ordine pubblico, i servizi e i redditi si disgregano; le famiglie perdono lavoro, cibo, salute e scuola; la fuga diventa una scelta obbligata; e quella fuga si trasforma in pressione migratoria verso gli Stati Uniti e verso l’Europa, gli stessi luoghi che poi dichiarano la migrazione un’emergenza da reprimere. È un circuito che sembra paradossale solo se si guarda la guerra come un episodio separato dall’economia. Se invece la guerra la si guarda come un acceleratore di disuguaglianze e una fabbrica di precarietà, allora il circuito appare lineare, quasi meccanico.
Questa è la ragione per cui, nel gennaio 2026, parlare di Ucraina, Gaza, Venezuela, Nigeria e dei prossimi teatri di scontro non può restare confinato all’analisi geopolitica. L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, ad esempio, nasceva con l’idea che povertà estrema, fame, salute, istruzione e istituzioni potessero migliorare insieme, dentro un ordine internazionale abbastanza cooperativo da sostenere investimenti, commercio, trasferimenti e stabilità.
Oggi quel presupposto è saltato. Le Nazioni Unite descrivono un mondo in cui soltanto una quota minoritaria dei traguardi è in linea con l’obiettivo del 2030, mentre su una parte consistente dei traguardi il progresso è fermo o addirittura regredisce. Non è una formula retorica: è la fotografia di un cambio di fase. La povertà non è più soltanto ciò che resta indietro quando la crescita non arriva; è sempre più ciò che viene prodotto quando la crescita arriva in modo predatorio, quando il debito strozza gli Stati, quando i prezzi essenziali diventano instabili e quando la guerra “riorganizza” economie e società intorno alla sicurezza.
La Banca Mondiale, nel suo rapporto su povertà e prosperità, dice una cosa che dovrebbe essere il titolo implicito di qualunque analisi sulle guerre contemporanee: sulla traiettoria attuale, nel 2030 circa 622 milioni di persone vivranno ancora in povertà estrema e circa 3,4 miliardi vivranno con meno di 6,85 dollari al giorno, una soglia più vicina alla vulnerabilità reale nelle economie a reddito medio.
Se a questo si affianca la dimensione alimentare, il quadro si fa più duro: la Fao avverte che, restando così le tendenze, nel 2030 potrebbero esserci circa 512 milioni di persone cronicamente sottonutrite, con una quota enorme concentrata in Africa. Povertà e fame, dunque, non sono “residui” che la modernità prima o poi assorbirà; sono risultati coerenti con un sistema che, sotto stress geopolitico e climatico, sposta il rischio e i costi sugli ultimi.
In questo scenario, la guerra non è un incidente: è un moltiplicatore. Lo si vede nel dato più spietato e più concreto, quello delle persone costrette a muoversi. L’Unhcr stima che alla fine del 2024 le persone forzatamente sfollate nel mondo fossero 123,2 milioni. La parola “sfollati” spesso viene usata come sinonimo di “migranti”, ma è già un passaggio fuorviante, perché la maggioranza di queste persone resta in Paesi vicini, quasi sempre Paesi a reddito basso o medio che hanno meno risorse per assorbire lo shock.
In altre parole, il grosso della pressione non arriva a Lampedusa o al confine tra Messico e Stati Uniti: resta dove i sistemi sanitari sono più fragili, le scuole più affollate, il lavoro più informale, la protezione sociale più sottile. E proprio per questo, col tempo, una parte di quella pressione “sale” lungo le rotte: quando la prima accoglienza regionale diventa un limbo senza prospettive, il movimento continua.
Il punto, per restare agli ultimi avvenimenti, non è soltanto che gli interventi Usa in America Latina, nel lungo periodo, hanno prodotto instabilità e migrazioni. Il punto vero è che la sequenza guerra, sanzioni, collasso istituzionale, economie criminali, inflazione e precarietà è una sequenza che trasforma la migrazione in una funzione del sistema, non in una deviazione.
Quando un’economia crolla, le famiglie non “scelgono” tra restare e partire come se valutassero due opportunità simmetriche: spesso scelgono tra una vita senza cure, senza scuola, senza lavoro stabile e una fuga rischiosa che almeno riapre la possibilità di inviare rimesse e sostenere chi resta.
Le rimesse, infatti, non sono un fenomeno marginale: la Banca Mondiale stima che nel 2024 i flussi verso i Paesi a reddito basso e medio potessero arrivare a circa 685 miliardi di dollari, una cifra enorme e spesso più stabile degli investimenti privati. Questo significa che la migrazione è già oggi, nel bene e nel male, una componente di welfare transnazionale dal basso. E quando i Paesi ricchi dichiarano “guerra” all’immigrazione senza intaccare le cause, stanno in sostanza reprimendo il sintomo e, nel frattempo, proteggendo l’architettura che continua a produrlo.
La guerra produce povertà anche in un altro modo, più contabile e più difficile da discutere pubblicamente, perché costringe a chiedersi “quanto costa” distruggere e quanto costa ricostruire. I casi di Ucraina e Gaza aiutano a capire la scala. La valutazione guidata dalla Banca Mondiale stima per l’Ucraina un fabbisogno di ricostruzione e recupero di circa 524 miliardi di dollari nel prossimo decennio.
Per Gaza, la Banca Mondiale stima bisogni di ricostruzione e recupero di circa 53,2 miliardi di dollari, con circa 20 miliardi nei primi tre anni soltanto per ripristinare servizi essenziali e infrastrutture. Anche senza accanirsi sulle cifre, il messaggio è chiaro: l’economia della guerra crea un debito di futuro, e quel debito viene pagato quasi sempre da chi aveva già poco, perché la ricostruzione richiede tempo, credito, capacità amministrativa e stabilità, quattro cose che nei contesti fragili sono precisamente ciò che la guerra erode.
Dentro questa logica, l’irruzione del Venezuela e della Nigeria nel discorso occidentale non è un dettaglio esotico: è un segnale della direzione in cui si muove la politica internazionale quando si normalizza l’uso della forza e quando le risorse naturali tornano a essere una posta esplicita. In questi giorni, le agenzie internazionali riportano che, dopo un’operazione statunitense che ha rimosso Nicolás Maduro, Trump ha dichiarato che il Venezuela trasferirà tra 30 e 50 milioni di barili di petrolio verso gli Stati Uniti, con l’idea di gestire i proventi.
In Nigeria, c’è stata a fine dicembre 2025 un’azione militare statunitense contro militanti dello Stato Islamico nel nord-ovest del Paese, nel contesto di pressioni e minacce di intervento. Quando le superpotenze si autorizzano da sole a intervenire con crescente facilità in Paesi dove lo Stato fatica già a garantire sicurezza e servizi, l’effetto più probabile non è la stabilità, ma una nuova stratificazione di poteri armati, rendite estrattive e dipendenze esterne. La povertà che ne nasce non è solo mancanza di reddito; è perdita di capacità collettiva, è indebolimento delle istituzioni, è mercato del lavoro che si sposta verso il nero e verso le economie illegali.

A questo punto entrano i conti, la lista della spesa dell’imperialismo contemporaneo, ma intesa nel modo giusto: non come bilancio di un ministero, bensì come bilancio di un mondo che investe sistematicamente più nei muscoli che nel tessuto sociale. La stima più recente colloca la spesa militare globale del 2024 a circa 2.718 miliardi di dollari, con un aumento molto forte rispetto all’anno precedente.
Nello stesso tempo sappiamo che nel mondo l’aiuto pubblico allo sviluppo è stato di circa 214,5 miliardi di dollari nel 2024 e che, dopo un calo reale nel 2024, è proiettata una sicura diminuzione per il 2025. Tradotto in linguaggio non tecnico, significa che il mondo spende ogni anno una cifra dell’ordine di grandezza di tredici volte l’aiuto allo sviluppo per prepararsi a conflitti o sostenerli, e nel frattempo riduce gli strumenti che potrebbero prevenire fragilità e collassi. Non è moralismo: è un indicatore di priorità. E le priorità, in economia, diventano risultati.
C’è poi il capitolo che spesso viene ignorato perché è scomodo per tutti, anche per chi critica l’Occidente: la povertà che nasce dal debito, e il debito che nasce dall’instabilità. Il Fondo monetario internazionale avverte che il debito pubblico globale si avvicina velocemente al cento per cento del prodotto interno lordo entro il 2030, cioè ai livelli più alti dell’ultimo secolo.
Nello stesso tempo, lo stesso Fondo monetario internazionale registra che già oggi circa il 53 per cento dei Paesi a basso reddito è ad alto rischio di crisi del debito o già in crisi. Qui la guerra e la geopolitica entrano come fattori che cambiano i tassi d’interesse reali e i premi per il rischio: quando il capitale diventa più caro e più selettivo, i Paesi poveri pagano di più per rifinanziarsi e tagliano dove tagliare è più distruttivo nel lungo periodo, cioè su sanità, scuola, acqua, reti di protezione sociale. Questa è povertà prodotta a bilancio, ed è una povertà che può aumentare anche quando non ci sono bombe, perché basta un ciclo di debito e austerità per erodere capacità e aspettative.
Ed è qui che la forbice tra ricchi e poveri smette di essere un tema morale e diventa un tema di stabilità globale. Il World Inequality Report sostiene che una quota minuscola della popolazione, lo 0,001 per cento, possiede una ricchezza complessiva pari a circa tre volte quella detenuta dall’intera metà più povera del pianeta. Lo stesso rapporto aggiunge un elemento che è centrale per un giornale come Diogene Notizie, perché sposta lo sguardo da quanti sono ricchi i ricchi a come funziona il sistema: a livello globale circa l’un per cento del prodotto interno lordo fluisce ogni anno dai Paesi più poveri a quelli più ricchi attraverso trasferimenti netti di reddito e rendimenti finanziari, una cifra descritta come quasi tre volte l’ammontare dell’aiuto allo sviluppo.
Se questa dinamica calcolata da Fmi e Banca Mondiale è vera, allora la povertà globale non è soltanto un fallimento di governance locale. È un prodotto della gerarchia finanziaria internazionale. In un mondo che torna a ragionare per sfere di influenza, sanzioni, blocchi e riarmo, questa gerarchia tende a irrigidirsi, perché la sicurezza assorbe risorse e la finanza cerca rifugio nei luoghi già forti, aumentando il costo del capitale per i Paesi fragili.
Qui s’inserisce un ulteriore elemento che non viene quasi mai analizzato, se non dalla stampa di settore: quello delle grandi piattaforme e delle grandi infrastrutture tecnologiche. Qui bisogna essere precisi: non è che la tecnologia crea povertà per magia. La tecnologia crea povertà quando diventa un sistema di rendite, di dipendenze e di estrazione fiscale e informativa. Secondo analisi delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, i mercati digitali sono sempre più concentrati e tra il 2017 e il 2025 la quota di vendite detenuta dai primi cinque gruppi digitali è più che raddoppiata, mentre la quota di attivi è salita in modo significativo.
Quando la concentrazione cresce, cresce anche la capacità di imporre condizioni lungo le filiere: a chi vende, a chi lavora, a chi fa informazione, a chi produce contenuti, a chi dipende dalla pubblicità. Questo non produce povertà solo come reddito basso; produce povertà culturale, perché trasforma l’attenzione in merce e incentiva polarizzazione, semplificazione, risentimento. Se la sfera pubblica si deteriora, diventa più difficile costruire consenso su politiche di redistribuzione e sviluppo, e diventa più facile costruire consenso su politiche di paura, capri espiatori e muri.
La seconda via attraverso cui le piattaforme alimentano disuguaglianze è l’accesso. Nel 2025 è online circa il 74 per cento della popolazione mondiale, ma nei Paesi a basso reddito usa internet solo il 23 per cento delle persone; e in Africa la media è attorno al 36 per cento. È un dato che va letto con lente da povertà: non significa soltanto che manca internet, significa che mancano opportunità di lavoro, di istruzione, di servizi e di partecipazione, proprio mentre un pezzo crescente della vita economica e culturale si sposta in digitale. In questa cornice, anche l’accesso a infrastrutture come la connettività satellitare diventa una questione di potere: chi decide dove arriva, a che prezzo arriva, con quali condizioni, di fatto decide un pezzo di possibilità di sviluppo.
La terza via è fiscale. Quando i profitti si spostano facilmente tra giurisdizioni, i Paesi che hanno più bisogno di gettito sono spesso quelli che ne perdono di più in proporzione, perché dipendono maggiormente dalla tassazione societaria e hanno meno capacità amministrativa per inseguire l’elusione. Le stime internazionali collocano le perdite annue da erosione della base imponibile e trasferimento degli utili tra 100 e 240 miliardi di dollari. Anche qui, non serve entrare in dettagli tecnici per capire l’impatto: meno gettito significa meno servizi, e meno servizi significa famiglie costrette a comprare privatamente salute e istruzione, cioè un meccanismo che allarga la disuguaglianza e rende la povertà più persistente.
Quando si mettono insieme questi pezzi, si vede la nuova fase della povertà globale. Non è la povertà di un mondo fermo, è la povertà di un mondo che si muove male. Si muove verso la militarizzazione, e quindi verso la sostituzione di investimenti sociali con spese di sicurezza. Si muove verso il debito, e quindi verso tagli che colpiscono i beni pubblici essenziali. Si muove verso un ordine finanziario che trasferisce rendite dai fragili ai forti. Si muove verso un capitalismo digitale concentrato, che crea innovazione, per pochi, ma anche estrazione, precarietà e dipendenza. In questo mondo, la migrazione diventa una risposta razionale alla perdita di futuro, e non c’è controllo delle frontiere che possa essere davvero efficace se continua a crescere il numero di persone per cui la permanenza è una condanna.
Questa chiave di lettura serve anche a capire l’Italia senza ridurla a un caso provinciale. Nel 2024 l’Istat stima oltre 5,7 milioni di persone in povertà assoluta. Nel 2025 gli arrivi via mare sarebbero stati 66.296. Sono due numeri che di solito vengono raccontati come due storie separate: la povertà nostra e la migrazione degli altri. In realtà sono la stessa storia, perché la pressione migratoria interagisce con un mercato del lavoro già polarizzato, con servizi locali sottofinanziati e con un discorso pubblico sempre più tossico, e perché la povertà globale, quando cresce, torna come instabilità economica, come crisi umanitaria, come conflitto politico, come paura. Se la politica risponde soltanto con repressione e propaganda, il risultato è che la povertà culturale alimenta la povertà economica e viceversa.
Guardando al 2030, allora, la domanda non è se l’Agenda 2030 fallirà come slogan. Perchè è già fallita. La domanda è se accetteremo che la povertà diventi la normalità di un ordine mondiale nuovo, un ordine in cui la guerra è strumento ordinario di politica economica e le piattaforme sono infrastrutture di potere non sottoposte a sufficiente controllo democratico.
I principali organismi internazionali ci stanno dicendo che, senza una correzione di rotta, nel 2030 centinaia di milioni di persone resteranno in povertà estrema e altre centinaia di milioni rischieranno di restare intrappolate nella fame cronica. Ci stanno dicendo che l’aiuto allo sviluppo non sta crescendo per affrontare questi problemi, ma sta calando e potrebbe calare ancora. Ci stanno dicendo che il debito limiterà ulteriormente la capacità degli Stati di investire nelle persone. E ci stanno dicendo che la concentrazione estrema di ricchezza e le asimmetrie del sistema finanziario non sono un rumore di fondo, ma un motore della disuguaglianza globale.
Se c’è una conclusione che un giornale come Diogene Notizie può rivendicare, è che la povertà non è più un capitolo sociale da aggiungere a fine discussione, dopo geopolitica ed energia. È la lingua franca con cui leggere il presente. Le guerre, anche quando vengono vendute come operazioni rapide, non finiscono quando finiscono i raid: continuano nei prezzi del pane, nei bilanci degli ospedali, nelle classi sovraffollate, nei debiti pubblici, nelle rotte migratorie, nelle piattaforme che monetizzano rabbia e disinformazione. Il risultato non è soltanto un mondo più ingiusto; è un mondo più instabile, dove la promessa di sicurezza costruita con la forza produce, sistematicamente, le condizioni della prossima insicurezza.



