Goma, un anno sotto M23: sfollati, paura e stallo

Quasi dodici mesi dopo la caduta di Goma nelle mani dell’M23, la città non è tornata alla normalità: ne ha costruita un’altra, più rigida e più fragile. La vita quotidiana scorre sotto un nuovo lessico fatto di posti di blocco, pattuglie armate, controlli “di sicurezza” e timori che non hanno bisogno di esplodere in battaglia per condizionare tutto il resto.

Goma resta un nodo logistico e politico cruciale nell’est della Repubblica Democratica del Congo (RDC), e proprio per questo è diventata anche un laboratorio: non solo di conquista territoriale, ma di governo.

L’M23 sostiene di non essere una forza per procura, e insiste su un’agenda di riforme e “buona governance”. Kinshasa ribatte con un’accusa frontale: quella di una “governance by crime”, un modello di potere che – nelle parole del portavoce Patrick Muyaya – soffoca libertà e pluralismo.

Su un punto, però, la disputa politica non cambia la sostanza percepita dai civili: la città è entrata in una fase in cui l’ordine pubblico non coincide con la sicurezza. Può esserci più controllo e insieme più paura. Può esserci apparente stabilità e, sotto, una pressione costante su famiglie, movimenti, lavoro, accesso ai servizi.

La “sicurezza” come amministrazione della paura

I racconti che arrivano da Goma e dai suoi dintorni hanno un filo comune: la sicurezza come strumento di gestione sociale. Non è solo la presenza di uomini armati; è l’idea che ogni spostamento, ogni scelta, perfino la permanenza in un quartiere o in un campo, possa diventare negoziabile.

È in questo quadro che si collocano le denunce di trasferimenti forzati: secondo organizzazioni per i diritti umani, migliaia di persone sarebbero state spinte a lasciare campi e aree attorno alla città, o trasferite dalle zone circostanti durante operazioni militari contro gruppi considerati ostili dall’M23. La forzatura non è un dettaglio: significa ridefinire la geografia sociale di una città già sovraccarica, comprimere la vita dei più vulnerabili e alterare i confini tra “civile” e “sospetto”.

Per una città che vive anche di commercio informale e microeconomie, la conseguenza è immediata: l’incertezza diventa un costo quotidiano. Quando non sai se potrai attraversare una strada, rientrare a casa o mantenere una piccola attività, la resilienza non è un concetto astratto; è la differenza tra restare e fuggire.

Il conflitto che si alimenta da sé: minerali, alleanze, amministrazioni parallele

Goma non è solo una città. È una cerniera su una regione ricchissima di risorse minerarie e, di conseguenza, un punto di equilibrio tra potere politico e rendite economiche. Non a caso le istituzioni internazionali e diversi osservatori descrivono l’avanzata dell’M23 come un processo che non si limita alla dimensione militare: al controllo del territorio segue l’estrazione di valore.

In questo senso la posta in gioco è doppia. Da un lato c’è la sovranità dello Stato congolese; dall’altro c’è la capacità, per chi controlla un’area, di trasformare il controllo in amministrazione: tassazione, giustizia, burocrazia, sicurezza. Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a fine 2025 ha descritto l’azione dell’alleanza AFC/M23 come un tentativo esplicito di posizionarsi come autorità alternativa allo Stato, con strutture amministrative e fiscali proprie.

È il passaggio che trasforma una vittoria militare in un problema politico di lungo periodo: la frammentazione non è più un rischio teorico, è un assetto che può consolidarsi.

E quando un assetto parallelo si consolida, i negoziati non hanno più davanti solo “un gruppo armato”, ma un soggetto che prova a presentarsi come governo di fatto. È anche per questo che il lessico della pace si è progressivamente svuotato: gli accordi non mancano, ma la loro capacità di cambiare la realtà sul terreno è diventata intermittente.

“Fighting between FARDC and M23 in Kanyaruchinya” by MONUSCO is licensed under CC BY-SA 2.0.

Diplomazia in stallo, fronti mobili

Kinshasa attribuisce al Ruanda un ruolo determinante a sostegno dell’M23, accusa che Kigali respinge. Sul piano internazionale, tuttavia, le Nazioni Unite hanno più volte indicato un supporto ruandese, e il Consiglio di Sicurezza ha reagito con atti formali che descrivono la presa di città chiave con “supporto diretto” esterno.

Il punto politico, oggi, è che l’impasse diplomatica non produce solo frustrazione: produce incentivi alla continuazione del conflitto, perché ogni nuova posizione conquistata diventa moneta negoziale.

Le difficoltà della mediazione sono emerse con chiarezza negli ultimi mesi. Analisi indipendenti hanno evidenziato come incontri considerati decisivi – compresi quelli ospitati a Luanda – siano stati indeboliti da defezioni, tensioni e mancanza di fiducia tra i leader regionali.

Nel frattempo, sul terreno, la guerra non resta ferma: si sposta. E quando si sposta, sposta anche la geografia degli sfollati.

Gli sfollati come “misura” della crisi: non emergenza, ma condizione

La nota più brutale, a un anno da Goma, è che lo sfollamento non è un effetto collaterale: è diventato una condizione strutturale. Decine di migliaia di persone hanno lasciato la città nelle settimane della conquista; centinaia di migliaia sono state spinte a muoversi nella regione in fasi successive; e l’intero Est del Congo continua a produrre nuovi flussi ogni volta che un cessate il fuoco si incrina.

Le agenzie umanitarie descrivono un contesto in cui l’accesso ai servizi – già limitato – viene eroso ulteriormente da insicurezza, blocchi e violenze. E a peggiorare il quadro c’è un altro elemento spesso trascurato: gli attacchi contro operatori umanitari, che riducono la capacità stessa di assistere.

A chi osserva da lontano, questo può sembrare una crisi “cronica”. Per chi vive lì, è più preciso chiamarla “intermittente”: a ondate. Una relativa calma si alterna a improvvise accelerazioni. Ed è proprio questa alternanza a rendere la vita ingestibile: non puoi pianificare, non puoi ricostruire, non puoi investire. Puoi solo adattarti.

Chi governa Goma, e a quale prezzo?

Il vero nodo, un anno dopo, non è stabilire chi abbia più argomenti nella propaganda. È capire quale prezzo stia pagando la società civile per una forma di controllo che si presenta come ordine. Se la città è governata dalla paura e da spostamenti forzati, l’ordine produce disgregazione. Se la regione viene governata attraverso rendite e amministrazioni parallele, la pace diventa un progetto sempre più costoso, perché richiede non solo un accordo, ma lo smontaggio di un sistema.

Goma non è soltanto il simbolo di una battaglia persa o vinta. È la dimostrazione che in Congo orientale il conflitto sta cambiando natura. Dalla guerra di movimento si passa alla guerra di governo: la lotta per amministrare, tassare, controllare e legittimarsi. E in questo passaggio, i civili non sono solo vittime: diventano terreno, risorsa, leva.

Finché la diplomazia non riesce a incidere su questa dimensione – il governo quotidiano dei territori, non solo la linea del fronte – ogni negoziato rischia di arrivare tardi. E ogni tregua rischia di essere solo una pausa tra due ondate.

“Kibati Village Boy” by Baron Reznik is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.