Fiaccolate in tutta Italia contro il ddl sicurezza del governo

“Il 17 gennaio diamo vita a una mobilitazione diffusa in tutto il Paese per opporci al ddl sicurezza e al regime delle zone rosse a sospensione democratica. Ci diamo appuntamento alle ore 18 a piazza Sant’Andrea della Valle e portiamo la luce della mobilitazione popolare e del conflitto contro le ombre di chi vuole negare diritti e libertà. Costruiamo insieme un fronte di partecipazione pubblica che accenda migliaia di luci in ogni angolo del Paese e che trasformi la paura in lotta. Fermiamo il ddl paura, fermiamo la svolta autoritaria del governo Meloni”.

Così la Rete no ddl sicurezza a pieno regime che raccoglie più di 200 tra associazioni e movimenti civici e sociali dopo una partecipata assemblea nazionale che s’è tenuta a Roma lo scorso 12 gennaio.

L’opposizione al ddl Sicurezza si materializzerà di nuovo in decine di piazze il 17 gennaio: “100mila luci contro il buio del regime”, la forma sarà quella dell’assedio, con una fiaccolata, ai luoghi che rappresentano il governo. Nella capitale si proverà a manifestare più vicino possibile al Senato, dove il ddl è in discussione, altrove l’appuntamento sarà davanti alle prefetture.

Tuttavia a Roma e nelle altre città potrebbero esserci restrizioni in nome della strategia della tensione che il governo sta mettendo in atto soprattutto per dirottare la pubblica opinione dall’omicidio di Ramy avvenuto a Milano da parte di una gazzella dei carabinieri che ha speronato, così sembra dai video diffusi dal Tg3, uno scooter che non s’era fermato all’alt.

I promotori della manifestazione, la Rete Nazionale No Ddl Sicurezza – “A Pieno Regime” invitano tutte le forze politiche alla costruzione di cordoni di difesa e tutela di chi manifesta, già a partire da questa data. «Laddove le questure negheranno permessi e agibilità lo annunciamo fin da subito che disobbediremo a qualsiasi divieto».
L’indizione giunge a quasi un mese dal corteo nazionale del 14 dicembre che ha visto alcune decine di migliaia di persone riempire Piazza del Popolo.

Si tratta di uno spazio politico vasto, abbastanza eterogeneo, che raccoglie l’area dei centri sociali, quella della Cgil e di buona parte della sinistra politica e sociale (Si, Prc, Arci, Adl Cobas, reti studentesche, transfemministe, soggettività antiproibizioniste) che sembra capace sia di un livello di interlocuzione con le opposizioni parlamentari sia della consapevolezza delle potenzialità di questa battaglia contro la repressione per coagulare un’opposizione sociale all’altezza della situazione.

«Se la piazza del 14 dicembre ha mostrato la capacità di questo percorso in termini di mobilitazione di massa – si legge nel dispositivo finale – questa due giorni ci restituisce il fatto che quella giornata ci ha consegnato una responsabilità collettiva, quella di essere l’opposizione sociale a questo governo. Bisogna rivendicarlo con chiarezza: se i tempi di approvazione del DDL si sono dilatati è stato perché abbiamo messo centomila granelli di sabbia in un ingranaggio reazionario che fino a pochi mesi fa sembrava perfetto, è stato perché nei mesi precedenti c’è stata un’attivazione territoriale che ha consentito un continuo accumulo.

Se il 14 dicembre è stato uno spartiacque, lo è stato soprattutto in termini di possibilità: è stato aperto uno spazio concreto che ribalta la narrazione dominante, ossia che l’attacco alla democrazia, ai diritti, alla libertà sia un passaggio storico ineluttabile. La forza di questo percorso ci consegna – in realtà – la consapevolezza che nel nostro Paese ci troviamo di fronte a un governo che è uno dei principali interpreti a livello internazionale del superamento in termini autoritari dello Stato di diritto, ma allo stesso tempo è un esempio di come il potere si regga su dinamiche fragili, talvolta ingovernabili. E noi dobbiamo essere in grado di sedimentare e organizzare proprio questa ingovernabilità, a partire dai territori, dai luoghi di lavoro e della formazione, dai tanti presidi di lotta che costellano il Paese».

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, by Ministero dell’Interno, licensed under CC BY 3.0.

Tra i punti qualificanti c’è senz’altro l’internità al percorso delle reti di giuristi democratici che negli anni hanno sedimentato analisi puntuali di come si riarticolano i dispositivi della repressione al tempo del neoliberismo e della guerra globale. Questa relazione si riflette nell’agenda della rete che il 3, 4 e 5 febbraio parteciperà a una carovana a Bruxelles dove promuoverà un evento pubblico e una conferenza stampa dentro il Parlamento Europeo per portare la discussione ad un livello superiore: il pericolo di una nuova Ungheria in Europa.

Nel week-end di metà febbraio (14-15) è in programma una scadenza in tutti i territori del Paese che avrà, tra i diversi temi, anche quello di contrastare le “zone rosse” di Piantedosi.
Il 15 e 16 marzo la rete sarà presente all’assemblea transnazionale del Network Against Migrant Detention. Il 28, 29 e 30 marzo la rete attraverserà l’assemblea europea Reset-Rete per lo sciopero sociale eco-transfemminista.

Oltre, ovviamente, ad altre manifestazioni da convocare a ridosso dell’approvazione della legge o degli ulteriori passaggi parlamentari. «Quella giornata non sarà solo un punto di arrivo, ma anche il punto di partenza di un percorso che – qualora il Ddl venisse approvato – ha un obiettivo comune e preciso: continuare a fare disobbedienza, scioperi, occupazioni di case, blocchi delle grandi opere e iniziare ad immaginare insieme un nuovo percorso per la democrazia», si legge ancora nel documento.

Il DDL sicurezza, è stato sottolineato, è il «manifesto politico e culturale di un intero ciclo reazionario e di un mondo che si regge sempre più attorno al regime di guerra, ribaltarlo significa creare una frattura storica nel rapporto tra governanti e governati, tra capitale e lavoro».

L’assemblea, con decine di interventi, ha fatto emergere la necessità di «sedimentare, allargare, continuare a convergere». Noi di Diogene aggiungiamo che il disegno di legge è la cornice dentro cui questo governo inscrive i propositi più beceri di guerra ai poveri.

Non c’è che da auspicarsi che la mobilitazione riesca non solo intercettare percorsi di lotta contro le leggi di questo governo – dal DDL Bernini al DDL Valditara fino alla stagione referendaria che si aprirà in primavera – ma anche a trovare un terreno comune con altre reti che oggi sembrano ancora distanti dall’idea che una battaglia difensiva come quella contro il ddl “paura” abbia bisogno non solo di convergenza ma anche linguaggi capaci di disarticolare, piuttosto che alimentare, la retorica e il senso comune fondativi della narrativa su cui si regge il governo.

Il rischio è che una rete parziale, per quanto di massa, venga risucchiata nella logica dell’alternanza la stessa che ha prodotto la criminalizzazione di movimenti e stili di vita, con decreti parziali, da Minniti a Salvini, solo per fare un’esempio, in nome di una emergenza sicurezza mai suffragata dalle statistiche.

Giorgia Meloni e Matteo Salvini, Cropped, by Photo2021, licensed under CC BY-SA 4.0.