Nei campi profughi del Corno d’Africa la crisi non è fatta solo di tende logore, acqua razionata e cibo insufficiente. C’è un livello ancora più nascosto, che riguarda chi è fragile dentro, chi ha perso tutto, chi vive sospeso tra trauma, povertà estrema e totale assenza di protezioni. È ciò che ci raccontano i colleghi di Radio Ergo, parlandoci di due luoghi distinti ma legati dallo stesso filo: i campi di Dadaab, nel nord-est del Kenya, e il campo di Naaso-hablood alla periferia di Hargeisa, nel Somaliland. Nel primo, la malattia mentale viene gestita a colpi di catene e isolamento; nel secondo, gli sfollati climatici sopravvivono tra fame, sete e malattia senza alcun presidio sanitario.
Dadaab è da anni uno dei simboli mondiali della condizione dei rifugiati. Nato come “soluzione temporanea”, è diventato nel tempo una città di baracche e lamiere dove vivono centinaia di migliaia di persone, soprattutto somale in fuga da guerra, insicurezza e disastri ambientali. In questo scenario già fragile, chi sviluppa un disturbo mentale finisce per precipitare in un buco nero. Non esistono strutture psichiatriche vere e proprie, non ci sono reparti in grado di accogliere persone che hanno bisogno di cure continuative. L’unica risposta pubblica è un servizio ambulatoriale che fornisce diagnosi, qualche farmaco, poche visite di controllo. Tutto il resto ricade sulle famiglie, già allo stremo.
Radio Ergo racconta di madri anziane rimaste sole con figli adulti che, prima di ammalarsi, lavoravano e sostenevano la famiglia. La malattia mentale arriva in contesti dove non esistono parole, categorie, spazi per comprenderla. Quello che altrove sarebbe un ricovero, un percorso terapeutico, un supporto psicologico qui diventa una stanza chiusa, una corda legata a un albero, una baracca dove il malato viene tenuto separato. Non è semplicemente “crudeltà”: è la conseguenza di un’assenza totale di alternative. Se un figlio, in preda a deliri o crisi violente, mette in pericolo i fratelli più piccoli, la madre, i vicini, e nessuna istituzione interviene, la famiglia prova a difendersi come può. E ciò che “può” a Dadaab, senza servizi, spesso significa catene e isolamento.
Chi è entrato nel campo ci parla di un’anziana che vive con due figli con disturbi psichici. Uno è stato legato e separato dal resto della famiglia dopo episodi di violenza e distruzione in casa. L’altro vaga per il campo, raccogliendo scarti di khat per masticarli durante il giorno, in una sorta di stordimento continuo che è al tempo stesso fuga e autodanneggiamento. Le razioni alimentari, già ridotte, coprono solo una parte del fabbisogno mensile: il resto dipende dalla carità del vicinato, da lavoretti occasionali che quasi mai arrivano, da una roulette quotidiana fatta di attese e rinunce.
Chi lavora nella sanità di Dadaab stima che almeno diverse centinaia di persone nei campi soffrano di disturbi mentali gravi. Parliamo di depressioni profonde, psicosi, dipendenze intrecciate a traumi di guerra e di fuga, condizioni che altrove richiederebbero interventi intensivi, continuità assistenziale, equipe multiprofessionali. Qui, invece, i malati vivono in baracche affollate o in recinti improvvisati. All’assenza strutturale di servizi si aggiunge l’effetto delle sostanze: hashish e khat circolano ampiamente, e il consumo prolungato in contesti di forte stress e malnutrizione può aggravare problemi preesistenti o farli esplodere.

A questo si somma lo stigma. Nelle testimonianze raccolte emergono episodi in cui i bambini del campo ridono, insultano, rincorrono chi è in evidente sofferenza psichica. Senza spazi di protezione, il malato diventa facilmente la “maschera” del campo, oggetto di derisione e paura. Quando le famiglie provano a tenerlo chiuso in casa, scoprono che è impossibile conciliare la necessità di sorveglianza continua con quella di uscire a cercare cibo e acqua. La malattia mentale, insomma, non è una “questione clinica” astratta, ma un detonatore che mette sotto pressione nuclei familiari già fragilissimi e risucchia tutti dentro uno stesso vortice.
Se ci si sposta da Dadaab a Naaso-hablood, il paesaggio cambia ma la logica di fondo resta la stessa. Qui non ci sono rifugiati di guerra, ma sfollati climatici: pastori e famiglie provenienti dalle regioni orientali del Somaliland, costretti a lasciare i propri territori dopo stagioni di siccità che hanno ucciso il bestiame e reso impossibile la pastorizia. La perdita di cammelli, capre e pecore non è solo una questione economica: significa perdere il latte, la carne, la possibilità di vendere animali per procurarsi altri beni, l’intero sistema di vita che garantiva autonomia, identità, status. Ciò che resta sono baracche di plastica alla periferia di una città, dove la sopravvivenza dipende da aiuti sporadici, dalla solidarietà di chi è solo un po’ meno povero.
Nel campo di Naaso-hablood molte famiglie riescono a mangiare un solo pasto al giorno, e non tutti i giorni. Le donne raccontano di figli che vanno a letto a stomaco vuoto, di sacchi di cereali che finiscono in fretta, di cibo che talvolta è presente ma non può essere cucinato per mancanza di carbone. L’acqua potabile è un’altra frontiera di esclusione: c’è chi riceve una sola tanica al giorno grazie alle donazioni di altri abitanti del campo, perché non può pagare il piccolo ma implacabile prezzo richiesto dai pozzi privati vicino all’insediamento. Venti litri d’acqua diventano un lusso, qualcosa che ci si può permettere o meno a seconda delle oscillazioni minime di reddito, debiti, piccoli aiuti.
La precarietà abitativa è estrema. Le “case” sono rifugi montati con teli di plastica, stoffe recuperate, legni improvvisati. Non proteggono dal freddo della notte né dalla pioggia. Quando piove, le latrine – semplici buche scavate nel terreno – tracimano e trasformano il campo in una distesa di fango misto a rifiuti e deiezioni, con un rischio altissimo di malattie. Non esiste un presidio sanitario interno: chi si ammala deve affrontare ore di cammino e costi proibitivi per accedere a una clinica privata. Chi non può pagare viene rimandato indietro, anche se ha patologie gravi.
In questo paesaggio si intrecciano storie di malattia e debito che mostrano quanto l’assenza di welfare e di sanità pubblica sia concreta. Una donna con dodici figli e un tumore si è vista sospendere le cure e perfino gli antidolorifici perché non poteva saldare un debito precedente con una struttura sanitaria. Il marito di un’altra, affetto da disturbi mentali, non è in condizioni di lavorare. Le mogli si ritrovano così a farsi carico dell’intera sopravvivenza del nucleo familiare, in spazi che non offrono alcun servizio, nessuna rete di protezione.

Il presidente del campo denuncia l’arrivo quasi continuo di nuove famiglie, soprattutto negli ultimi mesi. Ogni nuovo arrivo significa altre bocche da sfamare, nuove baracche da costruire, latrine improvvisate in un territorio già sovraccarico. Le richieste alle autorità locali restano per lo più senza risposta. Il risultato è un insediamento che, pur non essendo riconosciuto come “stabile” o strutturato, si configura di fatto come un campo permanente di sfollati climatici, senza diritti chiari, senza status, senza prospettiva.
Mettendo insieme Dadaab e Naaso-hablood, quello che emerge non è solo la somma di due situazioni disperate, ma la fotografia di un modello. La crisi climatica, con l’alternarsi di siccità prolungate e piogge irregolari, colpisce duramente le economie pastorali e agricole, costringendo migliaia di persone a lasciare le campagne per insediarsi in campi informali o in mega-campi già saturi. Nel frattempo le guerre, l’instabilità politica, i tagli ai programmi umanitari riducono risorse e capacità di intervento. A cascata, i primi a sprofondare sono i più fragili: malati cronici, persone con disturbi psichici, anziani, donne sole con molti figli.
In questo quadro, la salute mentale non è affatto un tema di nicchia. Chi ha vissuto conflitti, fame, siccità, perdita del bestiame, morte di familiari, sfollamento forzato ha un carico di trauma enorme. Se a questo si aggiungono uso di sostanze, isolamento, assenza di prospettive, è quasi inevitabile che molti sviluppino depressione, disturbi d’ansia, sintomi psicotici. Senza cure, queste condizioni esplodono nella forma più visibile e disturbante per il contesto: crisi, urla, aggressività, comportamenti percepiti come “pericolosi”. La risposta che si produce dal basso – catene, porte chiuse, rinunce alla cura – dice però anche un’altra cosa: se non si interviene sulla struttura sociale del campo, sul cibo, sull’acqua, sui debiti sanitari, tutta la responsabilità viene scaricata sulle famiglie. E le famiglie, da sole, non ce la fanno.
Non è un caso che le stesse dinamiche compaiano, con volti diversi, anche nei campi degli sfollati climatici. Chi perde il bestiame perde anche la possibilità di pagare cure, di mandare i figli a scuola, di reperire acqua. Il diritto alla salute, al cibo, all’acqua potabile, all’istruzione dei bambini resta sulla carta. Nella pratica, l’accesso ai servizi è regolato dalla capacità di pagare. Dove mancano sanità pubblica e politiche di sostegno, i debiti si trasformano in condanna: se non paghi il conto precedente, non avrai cure in futuro, neppure quelle minime.
Sullo sfondo, il sistema umanitario appare stanco, ridotto, spesso in ritirata. A Dadaab le razioni alimentari si assottigliano, i servizi di salute mentale restano limitati a qualche ambulatorio, i casi più gravi rimangono a carico delle famiglie. A Naaso-hablood, gli interventi esterni sono sporadici, frammentari, in molti casi assenti. L’acqua resta in gran parte nelle mani di chi la vende, non di chi la garantisce come diritto. Le latrine, elementare infrastruttura di qualsiasi insediamento umano, non vengono costruite in modo adeguato. Senza una scelta politica chiara, nazionale e internazionale, il campo resta un non-luogo: abbastanza visibile da essere tollerato, troppo marginale per essere messo al centro.

Il filo che unisce le due storie è proprio questo: esiste un’umanità doppiamente invisibile, dentro l’universo già invisibile dei campi profughi e degli accampamenti per sfollati. Sono i malati mentali incatenati a Dadaab, le donne con tumori non curati e debiti impossibili a Naaso-hablood, i bambini che crescono in mezzo ai rifiuti senza scuola e senza medicina. Sono “invisibili tra gli invisibili”, perché non compaiono né nelle grandi narrazioni sull’emergenza climatica, né nelle campagne istituzionali sulla migrazione, né nelle statistiche che contano ingressi e uscite dai programmi di aiuto.
Raccontare queste storie non significa assolvere o condannare moralmente chi, nel campo, lega un parente o decide di rinchiuderlo. Significa riconoscere che, se l’unica alternativa offerta è quella tra la violenza privata e il vuoto istituzionale, la responsabilità non può ricadere solo sul singolo. Si tratta di scelte estreme prodotte da contesti estremi. La vera domanda, allora, non è perché una madre sceglie di legare il figlio con disturbi psichici, ma perché nessuno le offre un’altra possibilità.
La stessa logica vale per gli sfollati climatici. Parlare di crisi ambientale senza guardare a campi come Naaso-hablood rischia di ridurre la questione a una discussione sui gradi in più o in meno della temperatura globale. Qui, invece, la crisi climatica ha un nome e un volto: è la donna che non ha i soldi per comprare l’acqua, il pastore che non tornerà mai più alle sue terre perché non c’è più bestiame da pascolare, l’anziano che non può curarsi perché deve scegliere tra una visita e il sacco di farina.
Mettere insieme Dadaab e Hargeisa permette di vedere questa continuità. La salute mentale, la fame, l’assenza di servizi igienici, il debito sanitario, la perdita di reddito non sono capitoli separati, ma parti di un’unica storia. È la storia di come, in assenza di politiche pubbliche adeguate e di una risposta umanitaria all’altezza, intere comunità vengano lasciate a gestire da sole l’insostenibile. E di come, se non si interviene ora su questi livelli profondi, i campi continueranno a produrre, ogni giorno, non solo sopravvivenza ai limiti, ma nuove ferite, nuove malattie, nuove disperazioni invisibili.



