Etiopia-Eritrea: il Corno d’Africa rischia la guerra

Nel Corno d’Africa le tensioni tra Etiopia ed Eritrea tornano a crescere pericolosamente. Dopo anni di fragile distensione, i due Paesi si scambiano accuse di violazioni territoriali, preparano le truppe lungo il confine e alimentano una crisi che non è solo locale, ma rischia di coinvolgere l’intera regione e di avere ricadute ben oltre il continente africano.

Al centro del conflitto c’è una questione antica e mai risolta: l’accesso dell’Etiopia al mare. Addis Abeba è il più grande Paese al mondo senza sbocco marittimo e, dopo la secessione dell’Eritrea nel 1993, il suo commercio estero dipende quasi totalmente dai porti di Gibuti. Una dipendenza fragile e costosa, che il primo ministro Abiy Ahmed ha definito insostenibile per lo sviluppo del Paese. Da qui l’insistenza etiope per ottenere un accesso diretto al Mar Rosso: pacificamente, afferma il governo, ma con forza se necessario, temono ad Asmara.

L’Eritrea, governata con pugno di ferro da Isaias Afwerki, vede queste dichiarazioni come una minaccia diretta alla propria sovranità. Per Afwerki, cedere anche solo simbolicamente i porti all’Etiopia significherebbe svendere l’indipendenza conquistata dopo decenni di guerra. Così, da mesi, il confine si riempie di soldati e le accuse reciproche si moltiplicano.

Ma a rendere il quadro ancora più instabile è il fattore Tigray. La regione settentrionale etiope, devastata dalla guerra civile del 2020-2022, oggi vive una fragile pace che rischia di rompersi. Il Tigray, governato dal Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF), ha riaperto i canali di dialogo con l’Eritrea, alimentando il sospetto di un’alleanza contro il governo centrale etiope. Addis Abeba, da parte sua, cerca di indebolire il TPLF sostenendo partiti rivali e mantenendo una presenza militare nel nord.

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Nel frattempo, lungo il confine, proliferano traffici illeciti di oro, sesamo, armi e migranti, alimentati da reti informali che coinvolgono ufficiali eritrei ed etiopi, milizie locali e gruppi criminali. Una vera economia parallela che finanzia i conflitti e indebolisce ogni tentativo di pace.

Tutto questo avviene in una regione già instabile: il Sudan è in guerra civile, la Somalia è frammentata, e il Nilo è teatro di una dura contesa tra Etiopia ed Egitto per il controllo dell’acqua. L’Eritrea, nel frattempo, si è avvicinata proprio all’Egitto, principale oppositore della diga etiope sul Nilo Azzurro, creando un fragile asse anti-etiope.

La stagione delle piogge, che da sempre coincide con un aumento delle operazioni militari, sta arrivando. Molti temono che un conflitto su larga scala non solo faccia saltare l’accordo di pace di Pretoria che ha posto fine alla guerra del Tigray, ma che destabilizzi tutto il Corno d’Africa.

Un rischio globale (che l’Europa non può ignorare)
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, questo scenario non è affatto lontano. Il Corno d’Africa è una regione strategica sotto diversi aspetti.

Anzitutto per le rotte marittime: Eritrea ed Etiopia si affacciano sul Mar Rosso, la rotta commerciale che collega Asia ed Europa passando per Suez. Un conflitto nell’area potrebbe mettere a rischio la sicurezza di queste acque, già minacciate dagli attacchi degli Houthi nello Yemen. Il commercio europeo – e italiano – di energia e beni dall’Asia e dal Golfo dipende da questa rotta.

Poi c’è la questione migratoria. Etiopia ed Eritrea sono da anni tra i principali Paesi di origine dei migranti che attraversano il Mediterraneo centrale. Una nuova guerra alimenterebbe nuovi flussi verso la Libia e, da lì, verso le coste italiane.

Infine c’è la sfida geopolitica. Mentre l’Europa assiste distratta, Russia, Cina ed Emirati Arabi Uniti consolidano la loro presenza nel Corno d’Africa, controllando porti, basi militari e risorse strategiche. Se il conflitto dovesse esplodere, l’Europa rischierebbe di perdere ogni margine di influenza in una regione vitale per la sicurezza e l’economia globale.

Per l’Italia, che ha interessi economici, energetici e di sicurezza nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa, questa crisi non può essere archiviata come una questione locale. Dalla stabilità (o dal caos) tra Addis Abeba e Asmara passa anche una parte della stabilità del Mediterraneo.

Per ora, il rischio è che, tra silenzi occidentali e giochi di potenza regionali, il Corno d’Africa precipiti in una nuova guerra. E questa volta, le onde non si fermeranno al Mar Rosso.

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