Le tensioni nel nord della Siria si intensificano, con il comandante delle Forze Democratiche Siriane (SDF), Mazloum Abdí, che ha proposto l’istituzione di una zona smilitarizzata nella città di Kobane per prevenire un imminente attacco da parte della Turchia.
Secondo fonti statunitensi citate dal Wall Street Journal, Ankara avrebbe già schierato soldati, artiglieria e milizie alleate lungo il confine con Kobane, preparando un’operazione militare che potrebbe scattare a breve. La proposta delle SDF, che include la supervisione americana della zona smilitarizzata, è accompagnata dalla disponibilità a negoziare un cessate il fuoco esteso a tutto il territorio siriano.
Parallelamente, il Dipartimento di Stato americano ha annunciato di aver esteso fino alla fine della settimana il cessate il fuoco tra le forze filo-turche e le SDF nei pressi di Manbij, teatro di scontri all’inizio di dicembre. “Stiamo lavorando per prolungare la tregua il più possibile”, ha dichiarato Matthew Miller, portavoce del Dipartimento di Stato, sottolineando il ruolo degli Stati Uniti come mediatori nei negoziati.
Tuttavia, la situazione rimane critica, con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan che insiste sulla necessità di impedire alla Siria di diventare un rifugio per i “terroristi”, termine con cui Ankara identifica le forze curde della YPG, la principale componente delle SDF.
Le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per il possibile riaccendersi del conflitto. Geir Pedersen, inviato speciale per la Siria, ha avvertito che un’escalation militare nel nord e nell’est del Paese potrebbe avere conseguenze devastanti per la popolazione civile. Pedersen ha inoltre criticato i recenti attacchi israeliani sul territorio siriano, invitando al rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale del Paese.

Intanto, i funzionari dell’autogoverno curdo stanno cercando di ottenere un intervento più deciso da parte degli Stati Uniti per dissuadere la Turchia dall’invasione. Una lettera inviata al presidente eletto Donald Trump sottolinea i rischi umanitari di un’operazione turca su vasta scala, definendo le sue possibili conseguenze “catastrofiche”.
La coalizione curdo-araba delle SDF, nata nel 2015, controlla ampie aree della Siria nordorientale e parte della fascia lungo il confine con la Turchia. È composta principalmente dalle Unità di Protezione Popolare (YPG), una milizia curda, e da gruppi arabi locali che hanno deciso di allearsi per contrastare l’espansione dello Stato Islamico (ISIS).
Le SDF hanno ricevuto un ampio sostegno dagli Stati Uniti e da altri paesi occidentali durante la campagna militare contro l’ISIS, culminata nella caduta del califfato territoriale nel 2019. Tuttavia, il loro controllo su queste aree ha portato a tensioni con Ankara, che considera la YPG un’estensione del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, attivo in Turchia e classificato come organizzazione terroristica.
Kobane, teatro di una delle battaglie più simboliche contro l’ISIS, si trova nella provincia di Aleppo, a pochi chilometri dal confine turco. La città, a maggioranza curda, è diventata un punto strategico e politico per l’autogoverno curdo in Siria.
Nonostante la sua liberazione dal controllo dello Stato Islamico nel 2015, Kobane è rimasta vulnerabile sia per la sua vicinanza alla Turchia sia per le tensioni geopolitiche della regione. L’instabilità continua a minacciare non solo la sicurezza locale, ma anche l’equilibrio fragile tra le diverse forze che operano nel nord della Siria, aggravando una crisi umanitaria già drammatica.



