Corte dell’Aja: l’inazione climatica è illecito legale

Fino a pochi anni fa, sostenere che uno Stato potesse essere giudicato per la propria inerzia climatica sembrava un’idea più politica che legale. Ma il mondo è cambiato in fretta. Ora anche il diritto lo riconosce: non agire contro la crisi climatica può costituire un atto illecito. La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja ha messo nero su bianco un principio che segna un prima e un dopo. Gli Stati non solo devono fare la loro parte per contenere le emissioni e proteggere l’ambiente, ma devono farlo in modo concreto, efficace e responsabile. Altrimenti, ne risponderanno.

Il parere, atteso da oltre due anni e sollecitato con forza da una larga coalizione di Paesi – in particolare quelli più colpiti dagli effetti dei cambiamenti climatici – afferma che la tutela del clima non è una semplice opzione politica. È un obbligo giuridico, che trae forza da trattati internazionali, dal diritto consuetudinario e, soprattutto, dai diritti umani.

Un cambio di passo netto, che scuote dalle fondamenta l’architettura del diritto internazionale. La Corte non si limita a ribadire ciò che è già noto – come l’impegno formale preso nell’Accordo di Parigi – ma chiarisce che esiste un dovere legale universale: prevenire danni significativi al sistema climatico globale. E questo obbligo comporta responsabilità precise. Se uno Stato continua a incentivare l’uso di combustibili fossili, concede licenze per nuove trivellazioni, o semplicemente non interviene con misure efficaci, può essere ritenuto responsabile di un illecito internazionale.

Non si tratta solo di parole pesanti in punta di diritto. Le implicazioni sono profonde. Perché se c’è un illecito, c’è anche un dovere di riparazione. E questo significa, potenzialmente, risarcimenti. Non in senso generico, ma sotto forma di compensazioni agli Stati danneggiati. Una prospettiva che potrebbe trasformare le relazioni diplomatiche e i negoziati climatici nei prossimi anni, a partire dalla prossima COP30 in Brasile.

Uno degli aspetti più innovativi del parere è l’enfasi posta sull’interesse collettivo. La Corte afferma che ogni Stato ha diritto di chiedere il rispetto degli obblighi climatici da parte degli altri. È un’affermazione che spalanca le porte a un contenzioso più ampio, in cui il danno non deve più necessariamente colpire direttamente chi ricorre. Difendere il clima, insomma, diventa un diritto universale. E anche un dovere.

Dietro questa svolta non ci sono solo carte bollate o diplomatici in giacca e cravatta. C’è anche la tenacia di una generazione che ha fatto della giustizia climatica la propria battaglia. Come quella di Cynthia Houniuhi, giovane delle Isole Salomone, che nel 2019, con altri studenti di Vanuatu, lanciò un’idea audace: chiedere alla Corte dell’Aja di chiarire gli obblighi legali degli Stati verso il clima. Da quel seme è nato un movimento globale – World’s Youth for Climate Justice – che ha portato oltre 130 Paesi a sostenere ufficialmente la richiesta di parere.

Oggi, a distanza di pochi anni, quella che era un’utopia si è trasformata in una dichiarazione storica. Che pone fine a decenni di ambiguità. Non basta più “fare qualcosa”: la giustizia climatica richiede impegni giuridici vincolanti. Richiede che chi inquina di più, chi ha avuto storicamente maggiori responsabilità, risponda anche sul piano legale. E chi subisce i danni, spesso senza averli causati, abbia accesso a tutela e riparazione.

Questo parere della Corte Internazionale non cambierà da solo il corso della crisi climatica. Ma cambia la grammatica con cui se ne parla. E forse, per la prima volta, mette davvero la giustizia accanto al clima. Un passaggio cruciale in un mondo che ha sempre meno tempo da perdere.

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