Ora è scritto nero su bianco: vivere in un clima stabile è un diritto umano e gli Stati hanno l’obbligo giuridico di proteggerlo. Lo ha stabilito la Corte interamericana dei diritti umani, che in un parere consultivo di 300 pagine pubblicato il 3 luglio ha fissato un principio che segnerà il dibattito globale sul clima: la lotta al cambiamento climatico non è solo un dovere politico, ma una responsabilità giuridica verso le persone e le generazioni future.
Il documento, richiesto da Colombia e Cile nel 2023, riconosce che la crisi climatica rappresenta una minaccia straordinaria per i diritti umani, soprattutto per i più vulnerabili. La Corte chiede agli Stati azioni “urgenti ed efficaci” per ridurre le emissioni, adattarsi ai cambiamenti già in atto, cooperare a livello internazionale e combattere la disinformazione climatica.
La decisione non si rivolge solo ai firmatari della Convenzione americana sui diritti umani, ma a tutti i 35 Stati membri dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), compresi Stati Uniti e Canada. Non è tecnicamente vincolante, ma è destinata a orientare le cause future e i negoziati politici internazionali.
Clima, diritti e imprese: un nuovo equilibrio di responsabilità
Uno dei punti più innovativi riguarda il ruolo delle imprese. Tutte le aziende hanno il dovere di non violare i diritti umani, ma chi ha storicamente emesso più gas serra — petrolifere, cementifici, agroindustrie — ha una responsabilità maggiore. Gli Stati devono imporre a questi settori regole più severe, tassazioni più eque, piani di transizione giusta e, se necessario, il blocco delle attività più dannose.
Non solo: secondo la Corte, le multinazionali devono essere responsabili anche per le emissioni delle loro controllate e per i danni ambientali lungo tutta la catena del valore. E chi danneggia il clima dovrebbe risarcire i danni, non solo adattarsi alle norme esistenti.

Una transizione che non lasci indietro nessuno
La Corte sottolinea che la transizione ecologica non deve generare nuove violazioni dei diritti: la ricerca dei minerali per le batterie dei veicoli elettrici, ad esempio, non può distruggere territori o sfruttare popolazioni vulnerabili. La protezione dell’ambiente e dei diritti sociali devono camminare insieme.
Per la prima volta, la Corte interamericana riconosce anche i diritti della natura, affermando che gli Stati devono riparare i danni agli ecosistemi causati dal cambiamento climatico.
Il futuro: giustizia climatica globale
Quella della Corte interamericana non è un’iniziativa isolata. Si inserisce in un movimento globale che coinvolge altre corti internazionali: il Tribunale del diritto del mare ha già stabilito che i gas serra sono inquinanti da controllare, e nei prossimi mesi è atteso il parere della Corte internazionale di giustizia. L’Africa sta avviando un percorso simile.
Tutti questi passaggi costruiscono un quadro nuovo: la crisi climatica non è solo un fallimento della politica, ma una violazione dei diritti fondamentali. La sfida ora è trasformare queste affermazioni in azioni concrete, a partire dalla prossima Cop30 in Brasile.
Come ha detto la presidente della Corte, Nancy Hernández López: “Non c’è più spazio per l’indifferenza. Il successo dipende da tutti noi.”



