Il caldo estremo è oggi il fenomeno meteorologico più mortale a livello globale, come evidenziato da un articolo di Science pubblicato a fine luglio 2024. Le ondate di calore uccidono ogni anno centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo.
Solo in Spagna, a inizio agosto 2024, si contavano già oltre 750 vittime del caldo, più di qualsiasi altro evento meteorologico estremo.
Le nostre città e infrastrutture, progettate per un clima diverso, non sono attrezzate per gestire le ondate di calore sempre più frequenti e intense.
In risposta, molti cercano sollievo con ventilatori, condizionatori, o rifugiandosi in montagna, al lago, o nei parchi. Tuttavia, non tutti possono permettersi queste soluzioni, creando una nuova forma di disuguaglianza: la “cooling poverty”, o povertà di raffrescamento.
Questa disparità si riferisce alla crescente difficoltà di accedere a mezzi per rinfrescarsi, un problema particolarmente grave nei paesi in via di sviluppo. Antonella Mazzone, ricercatrice affiliata all’Università di Oxford, ha introdotto il concetto di “systemic cooling poverty”, che riguarda la vulnerabilità delle persone e delle organizzazioni al calore estremo.
Mazzone, nel suo studio pubblicato su Nature Sustainability, identifica tre tipi di infrastrutture che proteggono dal caldo: fisiche, sociali e intangibili.
Le infrastrutture fisiche includono aree verdi e blu, che forniscono ombra e ventilazione naturale; quelle sociali comprendono reti di supporto come relazioni familiari e comunitarie; le infrastrutture intangibili riguardano l’educazione e le conoscenze su come affrontare il caldo senza ricorrere a tecnologie energivore come l’aria condizionata.
L’obiettivo degli studi di Mazzone è di creare strumenti per valutare il rischio termico e aiutare le amministrazioni locali a sviluppare piani di intervento per rendere le città più resilienti.
Attraverso indici specifici, ogni quartiere potrebbe ottenere un punteggio di rischio, facilitando interventi mirati per ridurre la vulnerabilità al caldo estremo.
Un altro aspetto fondamentale riguarda la necessità di alternative sostenibili all’uso dell’aria condizionata, che contribuisce all’aumento delle emissioni di gas serra. Soluzioni come l’abbigliamento adeguato, l’alimentazione sana, e l’uso di materiali urbani riflettenti possono aiutare a raggiungere il comfort termico senza danneggiare l’ambiente.
La cooling poverty è un fenomeno globale che si manifesta in modo drammatico nei paesi in via di sviluppo e nelle aree già calde, come il Brasile. In questi contesti, le categorie sociali più vulnerabili – anziani, disabili, persone di colore o LGBTQI+ – affrontano sfide enormi nell’accesso a condizioni di vita accettabili durante le ondate di calore.
Spesso, queste persone vivono in ambienti con carenze infrastrutturali, come mancanza di accesso all’acqua potabile e all’alimentazione sana, che aggravano ulteriormente la loro esposizione al calore.

Il problema non è limitato solo a queste regioni. Anche in Europa, dove entro il 2050 il numero di anziani esposti a calore estremo potrebbe aumentare drasticamente, è fondamentale che i decisori politici e gli urbanisti adottino misure tempestive.
Tuttavia, nonostante le evidenze scientifiche, le risposte sono state finora insufficienti. Troppo spesso, i nuovi progetti urbani continuano a privilegiare il cemento rispetto al verde, che è invece essenziale per ridurre l’effetto “isola di calore” nelle città.
Un esempio virtuoso arriva da Madrid, dove l’iniziativa “Rifugiati nella cultura” offre spazi pubblici climatizzati come biblioteche, cinema e musei per chi non può fuggire dal caldo cittadino. Questi spazi, oltre a fornire sollievo termico, contribuiscono a ridurre le disuguaglianze legate alla cooling poverty.
Le soluzioni esistono e spesso sono semplici. L’integrazione del verde urbano è una delle strategie più efficaci, inclusive e democratiche per affrontare le sfide climatiche. Dato che oltre il 70% della popolazione europea vive in città, che potrebbe salire al 70% a livello globale entro il 2030, è cruciale ripensare l’urbanizzazione in un’ottica sostenibile.
Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha sottolineato che le città saranno il campo di battaglia decisivo nella lotta contro il cambiamento climatico. Come afferma Stefano Mancuso nel suo libro Fitopolis.
La città vivente, la sopravvivenza delle nostre società dipenderà in gran parte da come sapremo ripensare le città per adattarle alle nuove condizioni climatiche, e il tempo per agire è ora.



