Ci sono droni che sorvolano i tetti di Colombo in queste settimane, ma non cercano bersagli da colpire. Cercano acqua stagnante. Lo Sri Lanka ha schierato l’aeronautica militare, non contro un nemico ma contro una zanzara, per individuare dall’alto i focolai di riproduzione dell’Aedes, l’insetto che trasmette il virus della dengue.
È forse la prima volta di questi tempi che la parola “drone”, associata quasi ovunque a guerra e sorveglianza, torna a significare semplicemente uno strumento che aiuta a salvare vite.
Il colonnello Nalin Wewakumbara, portavoce dell’aeronautica srilankese, ha confermato che i velivoli sorvolano i grattacieli della capitale alla ricerca di pozze e ristagni d’acqua sui tetti, dove le femmine di Aedes depongono le uova. Una volta individuati, i punti a rischio vengono segnalati ai proprietari, che rischiano una multa se non li ripuliscono.
È l’ultima misura di una campagna nazionale di tre giorni lanciata a fine giugno, estesa da Colombo a scuole, abitazioni, cantieri ed edifici pubblici in tutto il paese.
I numeri raccontano perché l’esercito è stato chiamato in causa. Da inizio anno lo Sri Lanka ha registrato oltre 47mila casi di dengue, quasi il doppio rispetto allo stesso periodo del 2025, con 28 morti accertati. Alcune giornate hanno superato i mille contagi in 24 ore.
Gli ospedali, a partire dall’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive, il principale centro del paese per le malattie epidemiche, sono già al limite della capienza e hanno dovuto aprire reparti aggiuntivi. Il dottor Kapila Kannangara, responsabile dell’Unità nazionale per il controllo della dengue, ha avvertito che se i contagi continueranno a salire “avremo un problema con i posti letto”.
Le autorità hanno un solo, drammatico punto di riferimento in mente: il 2017, quando la dengue infettò oltre 186mila persone e ne uccise 450. Vogliono evitare che si ripeta, ma la situazione di partenza, questa volta, è persino più fragile.
Non si tratta solo di salute pubblica, ma del racconto di più crisi che si sovrappongono sulla stessa popolazione. Il ciclone Ditwah, abbattutosi sull’isola lo scorso novembre, ha causato oltre mille frane e lasciato l’ambiente pieno di detriti e rifiuti, esattamente le condizioni in cui le zanzare Aedes proliferano meglio.
Le autorità locali, già oberate dagli sforzi di recupero post-ciclone, hanno impiegato troppo tempo per bonificare le pozze d’acqua stagnante. Il monsone di sud-ovest, in corso da maggio, ha aggravato la situazione con nuovi allagamenti.

Tutto questo accade in un paese che, dal collasso economico del 2022, non si è mai davvero ripreso, e che negli ultimi mesi ha dovuto affrontare anche una crisi energetica che non ha nulla a che fare con le sue responsabilità. Dopo l’attacco statunitense e israeliano all’Iran, il parziale blocco dello Stretto di Hormuz ha tagliato le forniture di carburante a gran parte dell’Asia meridionale.
Lo Sri Lanka, che può immagazzinare riserve di gas per poco più di una settimana, ha dovuto imporre da marzo una settimana lavorativa di quattro giorni per i dipendenti pubblici, con il mercoledì dichiarato festivo per risparmiare energia, oltre a un razionamento della benzina tramite un National Fuel Pass.
Un paese di 22 milioni di persone si trova quindi a combattere un’epidemia di dengue con un sistema sanitario già sotto pressione, mentre lo Stato stesso lavora un giorno in meno alla settimana per non restare a secco di carburante.
Il fatto che i droni militari siano stati riconvertiti a caccia di zanzare, invece che di persone, non è un dettaglio folkloristico. È la dimostrazione che la stessa tecnologia usata altrove per sorvegliare confini o colpire obiettivi può essere messa al servizio della vita pubblica, quando un governo sceglie di farlo.
Accanto ai droni, l’Unità nazionale per il controllo della dengue sta lavorando su soluzioni a lungo termine: l’espansione di un programma di sterilizzazione degli insetti avviato nel 2021, e il rilascio a Colombo di zanzare portatrici del batterio Wolbachia, capace di neutralizzare il virus della dengue e di trasmettere questa protezione alle generazioni successive di insetti.
Non è fantascienza: a Yogyakarta, in Indonesia, lo stesso metodo ha ridotto l’incidenza della dengue di oltre il 75% dal 2017, e nel Queensland settentrionale, in Australia, la regione è ormai sostanzialmente libera dalla malattia dopo anni di rilasci regolari a partire dal 2011.
Resta però il punto che nessun drone e nessun batterio può risolvere da solo: la vulnerabilità di un paese si misura sulla capacità dei suoi servizi pubblici di reagire in tempo, prima che il disastro ambientale, la crisi economica e l’emergenza sanitaria si sommino l’uno sull’altro.
Lo Sri Lanka sta rispondendo con intelligenza e con gli strumenti che ha, compresi quelli nati per tutt’altro scopo. Ma lo sta facendo da una posizione di partenza già indebolita da anni di crisi che non ha scelto, l’ultima delle quali, quella del carburante, arriva da una guerra a cui questo paese non ha preso parte e di cui sta comunque pagando il conto.



