Novemila ettari in un mese. Ma il bosco italiano non brucia solo per il caldo. I quasi 9.000 ettari andati in fumo nell’ultimo mese, calcolati da Coldiretti sui dati del sistema europeo Effis, sono l’anticipo di un copione che in Italia si ripete ogni estate con puntualità sospetta. Il 2025 lo ha mostrato nella sua forma più grave.
Secondo l’ISPRA la superficie complessivamente percorsa dal fuoco è quasi raddoppiata rispetto all’anno precedente, arrivando a circa 965 chilometri quadrati; il rapporto L’Italia in fumo di Legambiente, che rielabora gli stessi dati satellitari, conta circa 94.000 ettari bruciati tra gennaio e metà ottobre, quasi il doppio dei 50.000 del 2024, in 1.600 grandi incendi. Il 2026 è già partito: al 9 giugno risultavano bruciati una sessantina di chilometri quadrati, un’area grande come il lago di Bracciano, con Toscana e Calabria in testa.
Il caldo è il detonatore, e nessuno lo nega: l’estate 2025 è stata classificata da Copernicus come la quinta più calda in Italia dal 1950, con un’anomalia di oltre un grado e mezzo. Ma il caldo spiega perché il bosco è secco e infiammabile. Non spiega chi accende il fiammifero, né perché a bruciare siano sempre gli stessi territori. E lì la storia italiana smette di essere una questione di clima e diventa una questione di governo del territorio.
Una geografia che non cambia mai
Gli incendi italiani hanno un indirizzo fisso: il Sud e le isole. Sicilia, Calabria e Campania da sole hanno rappresentato nel 2025 il 71 per cento delle superfici forestali percorse dal fuoco a livello nazionale. La Sicilia è la regione più colpita — Legambiente le attribuisce da sola quasi 49.000 ettari —, con la provincia di Agrigento come epicentro.
Ancora più significativo è il dato ecologico: oltre il 30 per cento delle superfici bruciate, e circa il 38 per cento degli ecosistemi forestali colpiti, ricade dentro aree protette — parchi nazionali e siti della Rete Natura 2000. Brucia cioè, in modo sproporzionato, proprio ciò che la legge dovrebbe difendere di più. E lo fa in un Paese dove, come ricordava Legambiente, solo 8 dei 24 parchi nazionali avevano un piano antincendio vigente.
Sei incendi su dieci sono dolosi. E non è (solo) follia
Il dato che Coldiretti richiama — circa sei incendi su dieci di origine dolosa — è la chiave che la narrazione estiva del “piromane” tende a nascondere. Il rapporto Ecomafia di Legambiente lo precisa: nel 2024 sono stati contestati 3.239 reati tra incendi boschivi e di vegetazione; gli incendi dolosi rappresentano la quota maggioritaria delle notizie di reato, e nel 95 per cento dei casi restano contro ignoti. Il calo dei reati accertati — meno 12 per cento sul 2023 — non è necessariamente una buona notizia: misura anche quanto poco si riesce a indagare.
Perché il dolo, nella maggior parte dei casi, non è patologia ma interesse. Si brucia per liberare terreno al pascolo, per trasformare un bosco in area agricola, per lucrare sui fondi di rimboschimento, e — storicamente — per aprire la strada alla speculazione edilizia. Contro quest’ultima esiste da un quarto di secolo uno strumento preciso.

La legge che c’è e il registro che manca
La legge quadro 353 del 2000 stabilisce che un terreno percorso dal fuoco non possa cambiare destinazione d’uso per quindici anni e non possa essere edificato per dieci. Sulla carta è un deterrente potente: se bruciare non rende edificabile, l’incendio doloso a fini immobiliari diventa economicamente inutile. Ma quel vincolo scatta solo se il Comune iscrive le particelle bruciate nel catasto incendi, che ogni municipio ha l’obbligo di aggiornare ogni anno. Ed è qui che il sistema si sfila.
In gran parte d’Italia — e proprio nelle regioni che bruciano di più — il catasto incendi resta lettera morta. In Sicilia, dopo che circa 150 Comuni erano stati commissariati per non averlo aggiornato tra il 2017 e il 2021, altri 97 sono stati commissariati per il solo 2022. Ogni particella non mappata è un pezzo di bosco che, agli occhi della legge, è come se non fosse mai bruciato: pronto per il pascolo, per la casa, per il cambio di destinazione. Il deterrente più forte contro il fuoco doloso viene disinnescato dall’inadempienza amministrativa esattamente là dove servirebbe di più.
Il presidio che è stato tolto
A monte c’è una scelta politica di cui si parla poco. La prevenzione degli incendi non si fa con i Canadair a luglio, ma con la manutenzione del bosco a gennaio e con la presenza costante sul territorio. Coldiretti ricorda che solo circa due terzi delle superfici boschive italiane sono soggette a una gestione attiva; secondo misure più severe, la quota di foreste dotate di un piano di gestione formale scende sotto il venti per cento.
In questo quadro già fragile, nel 2017 il Corpo forestale dello Stato è stato soppresso come corpo autonomo e assorbito nell’Arma dei carabinieri — una riorganizzazione che, al di là dei giudizi, ha ridisegnato il presidio storico del territorio forestale in nome della razionalizzazione della spesa. È lo stesso schema visto per gli ospedali e per i servizi di salute mentale: si taglia o si accorpa la struttura pubblica di prossimità, e si lascia che l’emergenza estiva faccia il resto.
Il conto
Ogni ettaro bruciato, stima Coldiretti, costa oltre 10.000 euro tra spegnimento, bonifica e ripristino — senza contare i danni a turismo, biodiversità e attività agricole. C’è poi un costo meno visibile: le foreste italiane sono uno dei principali serbatoi di carbonio del Paese, e ogni bosco maturo che va in cenere è un alleato in meno contro il riscaldamento che quegli stessi incendi alimenta.
Il fuoco, in Italia, non è solo una catastrofe naturale che arriva con l’anticiclone africano. È il punto in cui il clima che scalda, il territorio abbandonato e la legge non applicata si incontrano — e a pagare è, ogni estate, lo stesso pezzo di Paese.



