Negli Stati Uniti è scoppiata una guerra commerciale che ha il sapore dell’estate e l’odore della salsa: il Dipartimento del Commercio ha imposto nuovi dazi sui pomodori messicani, dal 17% in su, mandando all’aria un accordo bilaterale che resisteva da quasi trent’anni.
Una mossa che — tra accuse di concorrenza sleale, protezionismo spinto e conti elettorali — ha subito fatto lievitare i prezzi e agitato le acque di uno dei comparti agricoli più sensibili.
Negli USA, il pomodoro è ovunque: dai tacos ai burger, dalle insalate ai cartoni di passata da mezzo gallone. E il Messico non è solo un vicino: fornisce oltre il 60% del pomodoro fresco consumato dagli americani.
Ma perché dovrebbe interessarci?
Perché quando Trump inizia a colpire con i dazi, l’eco arriva anche nei campi di Foggia, nelle serre del Salento e nei vasetti di conserva emiliana.
Pomodori: orgoglio nazionale (anche se non li vota nessuno)
L’Italia coltiva e trasforma il pomodoro come nessun altro Paese europeo. Lo raccoglie, lo pela, lo mette nei barattoli, lo fa passare al setaccio e poi lo carica sui container. Siamo i primi esportatori di pomodoro trasformato in Europa, e i secondi nel mondo, dopo — guarda un po’ — proprio gli Stati Uniti.
Il nostro prodotto simbolo è ovunque: la passata, la polpa, il concentrato, il cuore liquido della dieta mediterranea. È parte dell’immagine Paese, del Made in Italy, dei discorsi ministeriali. È “più di un ortaggio”, come direbbe qualcuno che si prende troppo sul serio.
Eppure, mentre negli Stati Uniti si alzano le barriere contro il pomodoro messicano, noi rischiamo di trovarci nel mirino senza nemmeno essere stati nominati.
Dalla salsa messicana al sugo italiano: il passo è breve
Trump ha annunciato che dal 1° agosto entreranno in vigore dazi del 30% sulle importazioni da Unione Europea e Messico. Non è ancora chiaro se e quali prodotti agroalimentari italiani finiranno nella lista, ma i precedenti non fanno ben sperare.
Nel 2019, sotto la sua precedente amministrazione, furono colpiti duramente formaggi, salumi e liquori italiani. Oggi, potrebbero toccare proprio alle conserve e sughi di pomodoro, che in USA rappresentano un mercato redditizio e in crescita.

Il pericolo non è solo simbolico. Un dazio del 30% significherebbe perdere competitività immediata sugli scaffali americani. Chi comprerebbe una bottiglia di passata “Made in Parma” se costa il 30% in più di quella californiana o cilena?
I numeri non mentono
L’Italia esporta oltre 2 miliardi di euro l’anno in prodotti trasformati a base di pomodoro. Gli Stati Uniti non sono il nostro primo cliente (la Germania è davanti), ma sono tra i mercati più strategici, perché combinano alto valore e visibilità globale. Perdere terreno lì significa non solo rinunciare a fatturato, ma indebolire il prestigio del prodotto italiano nel mondo.
Coldiretti ha stimato che dazi analoghi nel 2019 provocarono una perdita secca di 300 milioni in pochi mesi. Stavolta, con l’agroalimentare sotto pressione ovunque (dalla crisi climatica al costo dei trasporti), non c’è margine per assorbire il colpo.
Una guerra commerciale che si combatte con la forchetta
Il dazio contro il pomodoro messicano è, a tutti gli effetti, una misura politica mascherata da tutela economica. Serve a Trump per compattare il voto rurale, mostrare i muscoli contro il vicino del sud, e preparare il terreno per le presidenziali. Ma come spesso accade con le guerre commerciali, i danni collaterali non si fermano al bersaglio dichiarato.
Se Washington inizia a colpire su base geografica — non per dumping, ma per interesse — allora anche l’Italia, pur senza colpe specifiche, rischia di pagarne il prezzo.
E in un mondo dove i barattoli di passata fanno più strada delle automobili, ogni percentuale in più al porto di New York è un cliente in meno a Battipaglia.
E adesso?
Il governo italiano, per ora, resta cauto. La Commissione Europea ha aperto un canale di dialogo, ma con una scadenza già fissata e nessun elenco ufficiale, il tempo stringe.
Le aziende del settore, intanto, osservano con preoccupazione: molte avevano pianificato il 2025 con l’obiettivo di espandere la quota USA, spinti anche da un calo delle esportazioni post-Brexit.
Ora potrebbero ritrovarsi a dover cercare mercati alternativi. Ma la salsa italiana non si piazza ovunque: ha bisogno di palati che la capiscano e di prezzi che la giustifichino.
Non è solo una salsa
Quando si parla di dazi e pomodori, è facile scivolare nell’ironia.
Ma dietro la bottiglia da 1,90 al supermercato, ci sono campagne intere, cooperative, impianti di trasformazione, camion, porti, container, dogane, politica commerciale, e – alla fine – famiglie che ci vivono.
Se davvero il pomodoro italiano finirà tra le vittime collaterali della guerra USA-Messico, sarà bene farsi trovare pronti.
Perché dazi o no, l’Italia non può permettersi di vedere il suo prodotto più rosso diventare un bilancio in rosso.



